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Alberto Tomba, quella frottola del viveur: “Discoteche? No, allenamenti massacranti, c’è troppo odio in giro”

04.01.2017, Zagreb, CRO, FIS Weltcup Ski Alpin, Zagreb, Legendenrennen, 50 Jahre Alpiner Ski Weltcup, im Bild Alberto Tomba // Zagreb Celebrates 50 Years of FIS Alpine Ski World Cup – the 50th anniversary of the FIS Alpine Ski World Cup celebration at the Trg bana J. Jelacica (main square in Zagreb). The ski race of overall FIS World Cup winners on the road from the Zagreb Cathedral to the main square. Zagreb, Croatia on 2017/01/04. EXPA Pictures © 2017, PhotoCredit: EXPA/ Pixsell/ Jurica Galoic *****ATTENTION – for AUT, SLO, SUI, SWE, ITA, FRA only*****

04.01.2017, Zagreb, CRO, FIS Weltcup Ski Alpin, Zagreb, Legendenrennen, 50 Jahre Alpiner Ski Weltcup, im Bild Alberto Tomba // Zagreb Celebrates 50 Years of FIS Alpine Ski World Cup - the 50th anniversary of the FIS Alpine Ski World Cup celebration at the Trg bana J. Jelacica (main square in Zagreb). The ski race of overall FIS World Cup winners on the road from the Zagreb Cathedral to the main square. Zagreb, Croatia on 2017/01/04. EXPA Pictures © 2017, PhotoCredit: EXPA/ Pixsell/ Jurica Galoic *****ATTENTION - for AUT, SLO, SUI, SWE, ITA, FRA only*****

Alberto Tomba è stato uno dei pochissimi sportivi a riuscire ad avvicinare alla sua disciplina il grande pubblico quando quella disciplina non era mainstream. È riuscito a diventare famoso quanto un calciatore. “E se le notizie non c’erano, se le inventavano. Scrissero che avevo una storia con Katarina Witt, la pattinatrice, solo perché a Calgary ero andato a vedere la sua gara. Mi chiamavano Sex Bomb … che stupidaggini”, ha raccontato in una lunga intervista a Il Corriere della Sera che anticipa l’uscita nelle librerie della sua autobiografia, Lo slalom più lungo, Sperling & Kupfer.

Nato nel dicembre del 1966 a Bologna, specialista di slalom e gigante ha vinto tre medaglie d’oro e due d’argento alle Olimpiadi. Quattro medaglie ai mondiali, una Coppa del Mondo generale, otto Coppe del Mondo di specialità. Eletto Atleta del Centenario CONI nel 2014. “Ma ero un essere umano. Anche a me batteva forte il cuore. E poi la tv schiaccia la pendenza, il telespettatore non si rende conto di cosa significa gettarsi in pista: è come cadere in un burrone. Quanti ne ho conosciuti, che in allenamento facevano faville, e al cancelletto di partenza si bloccavano. Io al cancelletto mi esaltavo”.

Eppure aveva la fama di essere un grande viveur, tra discoteche e altre occasioni. “Frottole. Mi sottoponevo ad allenamenti massacranti. Passavo le estati sui ghiacciai, a tremila metri di quota. Sulle Ande, in Argentina, in Cile. La sveglia all’alba a trenta gradi sottozero, il vento in faccia, il gelo, i panorami infiniti. Mi piaceva”. Così come “ho sempre odiato quando mi chiamavano sbruffone. Detestavo essere definito guascone”.

Se è diventato un grande personaggio, c’è riuscito oltre che per le grandi vittorie per una personalità insolita che bucava lo schermo. “Il campione doveva essere montanaro, silenzioso. Il bolognese, il cittadino, il carabiniere, dava fastidio. Non soltanto ai giornalisti. Al sistema”, ha osservato in merito alla sua personalità. “Invidia. Potrei raccontarle tante altre piccole storie come questa. Non avevo tutti dalla mia parte. Ho sempre suscitato amore e odio. Più amore, per fortuna”.

E oggi, forse anche in virtù di quelle esperienze, non è sui social. “Io detesto i social. infatti non li ho. C’è troppo odio in giro”. Si ritirò ad appena 31 anni. “Ero stanco. Stressato. Gli allenamenti, le gare, i viaggi in macchina. La pressione continua. Dover vincere sempre. Alla prima caduta diventavo Alberto Tombola”. Un piccolo pensierino di tornare in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino, nel 2006. Aveva già 39 anni.