Anche il postino della Casa Bianca suona sempre due volte. Al primo giro ha citofonato all’inquilino del Cremlino per recapitare l’invito a un bilaterale sfortunato in Alaska. Con il secondo tentativo, ha cercato invano di notificare un faccia a faccia riparatore a Budapest. Gongolante per il tappeto rosso steso tutto per lui ad Anchorage, Putin è stato però irreperibile. Lungo il percorso che conduce in Ungheria, già erano stati allertati gli aerei polacchi pronti a spiccare il volo per ammanettare lo Zar. Poco conta il rischio dell’imponderabile. Il fatto è che l’Europa accoglie ogni spiraglio di soluzione diplomatica come una maledizione divina.
Gli uccelli del malaugurio di Ursula consigliano a Kiev di non mollare, di troncare l’inclinazione dei giovani ucraini alla renitenza alla leva. Parlano solamente di sanzioni, di sequestro lampo dell’oro di Mosca e di forniture di armi di distruzione più sofisticate. Per un verso Zelensky sembra prendere atto delle risposte arrivate dal campo, per un altro, dopo le aperture a un congelamento dell’attuale linea del fronte, che attribuirebbe alla Russia gran parte del Donbass, si rimangia tutto scartando un ipotetico dimagrimento territoriale. In testa i Volenterosi gli hanno ficcato la persuasione che, grazie ai depositi rubati agli oligarchi e ai missili a lungo raggio, potrà spingere Putin alla resa, visto che l’80% dei russi è stufo di combattere.
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I gruppi dirigenti europei, con le penne di complemento a supporto, raffigurano un rivale debole che verrà senza dubbio calpestato dai fiumi di parole, euro e tank elargiti dalla Commissione. Con eroico furore la Stampa titolava: “Kiev non ha perso. La pace con Putin si può firmare solo con la forza”. Sul Corriere della Sera la mitologica narrazione di Federico Fubini fantasticava sui russi unti di vodka che, privi di mezzi corazzati e irrimediabilmente alcolizzati, si sono impantanati a cavalcioni sui motorini e sui muli. Per questo sarebbe un disastro se Zelensky cedesse proprio sul più bello. Lo sforzo armato va intensificato poiché, assicura Fubini, è un dovere “resistere ancora per anni”. Bisogna mantenere caldo il fronte, accarezzando la mirabile sorte di “una Ucraina mutilata dalla battaglia ma libera”.
I fogli bellicisti hanno nelle rotative gli algoritmi delle industrie militari, che esortano i popoli dell’Est a crepare per la celeste missione della libertà dell’Occidente. Alla malora ogni flebile diplomazia, dato che ventila l’equivalente di una inaccettabile trattativa Stato-mafia (“La Russia è una mafia che è uno Stato”). Il Corriere sprona perciò l’Ucraina al sacrificio illimitato per “riuscire a difendere la linea del fronte così a lungo e a un costo umano, sociale, finanziario e politico così astronomico per la Russia da costringere Putin a congelare il conflitto”.
La classe politica e i media a macchia di Leonardo sognano un altro po’ di sacro cimento bellico per la vittoria del diritto e della democrazia. Rispetto agli improvvisati teologi di Bruxelles, che intendono puntare i fucili per proteggere i bei valori, è di gran lunga preferibile il patrimonialismo post-moderno dell’immobiliarista di Washington, che costruisce la tregua o minaccia il fuoco unicamente in nome del santo portafoglio. Con un affarista inebriato dall’odore dei dollari, un prosaico terreno di incontro per fermare le ostilità è più probabile. Per ora va solo dove lo portano le criptovalute. E trasformare gli aiuti molto dispendiosi a Kiev in un deal, con la vendita degli armamenti agli allocchi europei che poi li destinano gratis all’Ucraina, non gli pare, a conti fatti, un buon investimento.
Intanto può comunque lucrare lo spettacolo geopolitico di un’Europa annichilita per la sua assoluta irrilevanza e di una Russia sfiancata da quasi quattro anni di trincea. Due tradizionali rivali sono nella condizione di non nuocere, non rivestendo nel disordine globale più alcun ruolo di sistema. Invece di inviare ulteriori ordigni per prolungare la pugna in un’area ormai declassata negli equilibri mondiali, il presidente ha altri pensieri per conservare sprazzi della precedente influenza statunitense. Il comandante in capo solca i mari delle regioni più afose dove sgorga il petrolio, intimidisce con la flotta imperiale e lo sbarco dei marines un populismo poco Maduro. Vede infine Xi per contrattare sulle terre rare dopo la provocazione dei dazi. L’Europa è la grande malata che vorrebbe indurre l’orso di carta siberiano al letargo. Non le rimane però altro che mugugnare perché lo Studio Ovale nega i Tomahawk, dopo che il cancelliere teutonico ha già spedito i Patriot e il premier inglese gli Storm Shadow. Anche Il Sole 24 ore suona la carica, respinge la lettura dell’urto in corso come una disputa localizzata (etnico-culturale e di alleanze) e ricorre alla nozione di “guerra generale”, che rappresenta cioè “un evento esistenziale per l’Europa”. Lo scontro deve protrarsi all’infinito secondo i pruriti dell’etica della convinzione, che osteggia qualsiasi abboccamento con chi ha rotto gli schemi del diritto internazionale. All’eroe di Capitol Hill, che in combutta con il nemico intona un inno (benché confuso) di pace, venga un bell’accidente!
Frattanto Mosca continua a sparare per espugnare la città strategica di Pokrovsk, adesso accerchiata, e non ascolta le infatuazioni moraleggianti dei governi del Vecchio continente per la “pace giusta”. Alla novella campagna di Russia, che dopo Kiev, mira ad occidentalizzare Tbilisi e Chisinau, l’armata di Putin replica con un’aspra accelerazione per far cadere il Donetsk. Editori e politici europei stringono gli anfibi, nella speranza che a partire per il macello siano sempre i ragazzi delle steppe eredi dei cosacchi e disposti ad immolarsi. Per disinnescare la bomba piantata nel quadrante orientale in seguito alla disgregazione sovietica, l’unica via credibile appare la rinuncia da parte degli ucraini al desiderio di riappropriazione palmo a palmo degli antichi territori. Quando nuovi spazi sono stati occupati, una situazione inedita è sorta e da questa evidenza fattuale cominciano le mediazioni. Il ritorno al passato avviene o per un ritiro spontaneo degli occupanti o per una riconquista del suolo perduto. Essendo improbabili entrambi gli scenari, resta soltanto il negoziato per abbozzare qualcosa che somigli ad una finlandizzazione dell’Ucraina (e, per evitare altri guai, della Georgia e della Moldavia).
È auspicabile che il postino del tycoon bussi per la terza volta al Cremlino. Scattata la photo-opportunity sui ghiacci americani, anche Putin ha interesse a prelevare la raccomandata. Non gli conviene farsi scappare l’occasione di chiudere una contesa che è diventata ibrida e può sfuggire al suo controllo accrescendo la stanchezza nel Sud del mondo rimasto finora neutrale. Il potere moscovita, dopo i brutali muscoli esibiti in una vetusta guerra di posizione, non può dimenticare il linguaggio civile della politica. Con l’Europa ai margini, l’ultima parola spetta a Mosca, Pechino e Washington.