Marco Tarquinio, europarlamentare, già direttore di Avvenire.
L’Europa in ginocchio da Donald Trump, il “pacificatore” del Medio Oriente. Siamo messi così male?
Penso che oggi l’Europa comunitaria sia in ginocchio a prescindere da Donald Trump. Piegata dentro al copione scritto e diretto da altri. E temo che, purtroppo, rischi di rivelarsi ancor più incapace di incidere sui grandi processi in corso. Lei mi invita a riflettere sul Vicino Oriente. Gaza è distrutta, Hamas è decimata ma non è sradicata ed è ancora protagonista, il “Mandela palestinese” Marwad Barghouti viene tenuto in carcere e svillaneggiato, Benjamin Netanyahu non scende dal trono e gestisce con durezza la fragile tregua imposta da Trump, quest’ultimo imperversa e l’Unione Europea è un po’ inerte e molto cortigiana, se in Italia si può ancora usare questa parola nel suo primo e principale significato… Cortigiana plaudente, impotente, ligia alle decisioni del signore della corte d’ingiustizia installata alla Casa Bianca. Ma per quanto fragile, parziale e ingiusta c’è ora una possibilità per la politica, e non va sprecata. D’André cantava che “dal letame nascono i fior”. Anche dopo lunghi passaggi storti, si può riprendere la via diritta.
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Colgo una piccola speranza. Ma il giudizio complessivo è amaro e quello sull’Europa molto duro.
Spero e lavoro, nel mio piccolo, per un altro ruolo della UE. Tuttavia, allo stato delle cose, siamo davvero messi male. Se è vero, come gongola il matematico lituano Andrius Kubilius, che di mestiere oggi fa il commissario alla Difesa della UE, che nei prossimi 10 anni bruceremo 6.800 miliardi di euro dei Paesi membri e del bilancio comunitario per armarci sino ai denti, iscrivendoci al concorso lanciato dagli USA di Trump e sviluppando la teoria della “pace attraverso la guerra” cara all’avvocata estone Kaja Kallas, che di mestiere oggi fa la commissaria alla Politica estera e di sicurezza dell’Unione…
Che cosa sta, insomma, succedendo alla UE?
Rispondo con il calcolo e la feroce previsione che il politologo putiniano Sergey Karaganov ha affidato pochi giorni fa al Corriere della Sera: “Donald Trump non ha interesse nel fermare la guerra in Ucraina, se non per vanagloria personale. Lui e l’America ne stanno traendo beneficio, prosciugando l’Europa, spogliandola delle sue risorse, facendosi pagare per tenere in vita Kiev”. Terribilmente vero, trovo solo insopportabile lo sprezzo per il popolo ucraino. Aggiungo poi, e lo faccio ormai da tre anni e otto mesi, che neanche Pechino ha interesse a fermare la guerra e il trasloco oltre gli Urali, fuori dal suo continente-sorgente, della Russia. È disastroso, politicamente e moralmente, ritrovarsi a dover contare sulla “vanagloria personale” di Trump, sulla pretesa dell’uomo che ha ribattezzato Ministero della Guerra il Dipartimento della Difesa USA di vedersi attribuito il Premio Nobel per la Pace. Secondo il copione della guerra – che, insisto, abbiamo nuovamente subìto, accettato e sviluppato – per noi europei in questa fase ci sono il martello di Putin e l’incudine di Trump. Con la prospettiva di smontare le basi stesse della sicurezza comune, che è anche e soprattutto sociale, di impoverire e sconvolgere il tessuto umano e morale del nostro sistema e di militarizzare e fare a pezzi il pacifico laboratorio dell’integrazione e della cooperazione interna ed esterna che teniamo aperto per più di settant’anni. Militarismo e politica di guerra producono inesorabilmente questi esiti. La guerra non è il mezzo della pace, è il suo contrario. Assorbe risorse, energie e vite e le consuma, restituendo e moltiplicando distruzione e dipendenza non sviluppo e sana e pacificante interdipendenza.
Intanto, però, a Gaza la carneficina si è fermata.
Sì, almeno lì c’è tregua. Invocata da un’opinione pubblica internazionale sempre più sconvolta e indignata dai misfatti di Gaza e di Cisgiordania. Violata e gestita in modo arbitrario dal governo di Tel Aviv, persino nel transito degli aiuti umanitari ai civili palestinesi. E tuttavia la quotidiana strage di bambini, donne e uomini palestinesi è stata bloccata e gli ostaggi israeliani e internazionali ancora in vita sono stati finalmente liberati. Ancora una volta si dimostra, come dico sempre, che soltanto il cessate il fuoco è certamente giusto. Tutto il resto del percorso è da precisare, ricostruire e consolidare. Non mi tolgo dalla mente che, nelle ore in cui si fermava l’attacco su Gaza City, le bombe israeliane non più scagliate su Gaza City sono state scaricate, con efficacia ed eloquenza micidiale, sul Libano del Sud. Vedo anche che in Cisgiordania continuano sopraffazioni coloniali e annessionistiche sulla pelle della popolazione palestinese. Tutti, infine, possiamo constatare che si congiura per riaccendere gli scontri. Le pratiche genocidiarie sono sospese e – speriamo – finite, ma il progetto di pulizia etnica non è archiviato.
La pace, insegnava Papa Francesco, senza giustizia non può definirsi tale. Che giustizia c’è per il popolo palestinese nel “Piano-Trump”?
Per ora siamo al “vae victis”. Guai ai vinti. Guai alle vittime di Netanyahu e dei suoi soci Smotrich e Ben-Gvir, guai alle vittime di Hamas, i due blocchi che sono e restano i protagonisti specularmente opposti dell’orrore, ugualmente nemici della convivenza e della pace. Ma guai soprattutto al popolo palestinese. Il Piano Trump ha il merito indubbio di aver allentato la stretta al collo di chi era mortalmente soffocato e percosso, ma anche il vizio terribile di lasciare intatti collari, guinzagli e bastoni. Di nuovo, come hanno immediatamente annotato gli analisti più attenti che non si son fatti distrarre dal ruolo in prima fila mediatica riservato al lib-lab Tony Blair, giganteggia il ruolo della Turchia di Recep T. Erdogan, grande amico e sodale di Trump al pari dell’emiro del Qatar Hamad al-Thani. Di vecchio risalta il permanere nel potere effettivo sulla Striscia degli armati di Hamas, “fratelli che sbagliano” del rais di Ankara. E questo può essere frutto di un estremo realismo, ma soprattutto è dimostrazione dell’affermarsi dei rapporti di forza e degli interessi oggettivamente più forti, proiezione di una rete globale che chiamo “internazionale nera” che ha diverse sfumature e stessa ambizione egemonica. E, infine e per principio, sottolineo come la Cisgiordania sminuzzata e colonizzata con la forza da israeliani sia completamente ignorata nel Piano e che l’ANP venga sospinta sempre più ai margini, a prescindere dalla crisi della sua attuale leadership. E questo proietta sulla scena un vuoto più che inquietante…
Il cessate il fuoco non cancella il genocidio e i crimini di guerra di cui si è macchiato Netanyahu. Ma il presidente degli Stati Uniti non la pensa così. Per lui Netanyahu resta un “eroe di guerra”, un “brav’uomo” semmai un po’ testardo.
Nella visione e nella concreta politica sviluppata da Trump non esiste una giustizia superiore a quella decisa dal “sovrano”. È lui ad assolvere e a condannare, a decidere sanzioni e dazi, possibilità e limiti, ad armare e a disarmare a legittimare e a defenestrare. Tutto è relativizzabile e perdonabile quando si tratta di amici, meglio se inclini all’inchino. Anche i massacri e persino l’uso della fame come arma da guerra. Pure i bombardamenti su altri Stati, come quello deciso da Netanyahu sul tavolo qatarino dei negoziati israelo-palestinesi: “Basta che non lo fai più!”. Le bombe sul Libano e sulla Siria quelle ovviamente non contano. Quelle sull’Iran, per ora più o meno restituite dagli iraniani, sono invece un titolo di merito, guadagnato dal premier israeliano in joint-venture con gli stessi USA.
“Israele non può fare la guerra al mondo, Bibi”. Così Trump all’amico Netanyahu. Quel mondo in rivolto è quello delle piazze strapiene, il mondo della Flotilla.
Le piazze umane d’Italia, d’Europa e del mondo sono state decisive. Non avrei voluto credere alle mie orecchie e ai miei occhi davanti al dibattito sul “non-peso” delle manifestazioni popolari rispetto all’efficacia dell’azione di Trump per imporre la tregua almeno a Gaza. Le persone scese in strada, spalla a spalla, donne, uomini e persino bambini, famiglie intere, hanno dato vita a manifestazioni grandi, civili e nonviolente nonostante i tentavi di guastarle di frange esasperate, di provocatori assortiti e di spacciatori governativi di caricature odiose. Per quanto ci riguarda, senza quelle umanissime piazze, sulla scena ci sarebbero stati solo l’inerzia, il cinismo e la complicità della politica italiana ed europea. E senza i viaggi altrettanto coraggiosi e pieni di speranze delle varie Flotillas, sino a quello mediaticamente non censurabile e politicamente ingombrante della Global Sumud Flotilla, avrebbe continuato a gravare un silenzio di piombo non solo sul gravissimo blocco degli aiuti umanitari a Gaza, ma sulla intollerabile disarticolazione delle reti logistiche di organizzazioni internazionali e non governative davvero indipendenti che sono indispensabili per distribuirli. Dico sempre che la Flotilla è stata il dito che indicava la Luna. Una parte della politica, di destra più o meno estrema e dichiarata, italiana e non solo, ha provato a denigrare chi l’ha organizzata e i parlamentari che in spirito di servizio le hanno fatto da “scorta”, ma tutta la politica alla fin fine ha dovuto farci i conti. Proprio come con il variegato popolo delle piazze del dolore e dell’indignazione.
Per essere stata parte di quel mondo solidale, la Segretaria del PD Elly Schlein è stata tacciata di vetero-pacifismo, di essere una sinistrorsa massimalista. Vista da Strasburgo…
L’attacco frontale dei portavoce meloniani a Schlein, principale leader dell’opposizione, ci sta. Può non piacere il modo, e a me non piace affatto, ma è polemica politica, e non mi scandalizza. Fatico a capire e trovo ridicolo, al contrario, il vittimismo della premier. E penso che proprio lei farebbe bene, piuttosto, a ricordare che chi è a capo di un governo, per il potere che esercita e influenza, dovrebbe pensarci dieci volte prima di puntare l’indice su chiunque, tanto più su avversari politici. Pensarci dieci volte e poi non farlo. Almeno in democrazia. Ma se il modello di Meloni è Trump… Da vecchio giornalista oltre che da parlamentare europeo, continua poi a colpirmi nella lettura mediatica di fatti e posizioni prodotta da gran parte del sistema informativo la propensione a ridurre a insulto all’intelligenza quasi ogni tentativo, anche timido, di coniugare pace e giustizia e a liquidare come estremismo pericoloso il rifiuto della complicità con le guerre in corso, le escalation premeditate e il processo di militarizzazione della politica che – come le ho detto all’inizio di questa conversazione – preluderebbe a una grave stagione di insicurezza anche in Italia e Europa. Credo e mi auguro che Elly Schlein sappia non solo resistere alla pressione, ma precisi e irrobustisca la linea che ha cominciato a dare al PD e che deve diventare bene comune della coalizione di centrosinistra alternativa alle destre. La politica di pace è la madre di tutte le politiche utili alla vita delle persone e delle comunità. È base anche dell’ascolto e del dialogo con tutti i “mondi” della nostra società, compreso quello cattolico che ne rappresenta ancora e sempre un fondamentale tessuto connettivo, pacificatore e solidale. Non si può lasciare che venga corteggiato e preso a pretesto e in ostaggio, con slogan duri e furbi, dal partito dell’anti-solidarietà e della guerra. Guerra, ricordiamocelo, che comincia sempre con la svalutazione, il disorientamento e l’arruolamento dei più fragili, differenti e marginali.