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“Schlein si liberi dall’ossessione della spallata a Meloni. Serve discussione nel Pd”, intervista a Enrico Morando

Photo credits: Alessia Mastropietro/Imagoeconomica

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Enrico Morando, leader dell’area liberal del Partito Democratico e presidente dell’Associazione Libertàeguale, già viceministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni.

Dopo il voto nelle Marche si è riaperto il “fuoco amico” contro Elly Schlein, accusata di aver spostato troppo a sinistra il baricentro del Pd e della coalizione. A lei, riformista doc, la parola.
Non ho visto “fuoco amico “contro la Segretaria. Naturalmente, non considero fuoco amico -sinonimo di slealtà e misconoscimento della comune appartenenza politica-, la discussione sulla linea politica. Le scadenze elettorali -con le sconfitte (molte) e le vittorie (poche) cui danno luogo- non possono sospendere la discussione interna sulla strategia di fondo del partito. Non in un partito a larga base di consenso popolare, per definizione pluralista, all’interno del quale i congressi determinano ogni quattro anni la formazione di maggioranze e minoranze. Il Pd è un partito che è nato – con 10 anni di ritardo- “non per cambiare un Governo, ma per cambiare l’Italia“ (Veltroni). Se questa ambizione si ridimensiona per lasciare il posto all’esercizio di una funzione di mero collante fra tutti i partiti che si oppongono a Meloni, la potenza dell’innovazione politica originaria svapora, determinando sia una riduzione di convinzione ed entusiasmo tra i militanti, sia un affievolirsi della capacità di attrazione verso quegli elettori che si mobilitano (cioè vanno al seggio) non contro qualcuno, ma per qualcosa. Non è dunque questione di spostare la lancetta del bilancino un po’ più verso destra o un po’ più verso sinistra, misurando questo spostamento con il solo metro delle alleanze politiche: il Pd si sposta “a sinistra “se mostra di prediligere il rapporto con M5S e Avs; si sposta “a destra“se privilegia Azione e Italia viva. Certo che le alleanze politiche sono importanti: l’unità delle forze del centrosinistra è una delle condizioni di successo, ma non è la prima.

Vale a dire?
Prima viene il disegno di Paese, la sua collocazione nel contesto internazionale sconvolto da Trump e dall’offensiva delle autocrazie. Prima viene l’equilibrio tra crescita economica e redistribuzione della ricchezza attraverso uno Stato sociale da ridisegnare, in un paese che invecchia vorticosamente e non utilizza le potenzialità delle donne; prima viene il progetto che promuove nella società l’alleanza tra merito e bisogno; prima viene l’impegno per un governo dell’immigrazione che favorisca apertamente -tramite l’intervento dello Stato- quella legale e contrasti con fermezza quella illegale, fonte di paura e di permanente insicurezza per larga parte degli italiani residenti. Su un progetto che contenga risposte precise e impegnative a queste domande si possono e si debbono costruire alleanze politiche, senza pretesa di imporre ad altri le proprie soluzioni, ma senza ridursi al silenzio per “non disturbare “ la tessitura delle alleanze stesse.

Scusi se insisto. Quando la destra ha perso Genova e l’Umbria, che amministrava, nessuno ha aperto il processo a Giorgia Meloni. Ora che la destra ha mantenuto le Marche, apriti cielo per la segretaria Dem. Siamo ad un nuovo capitolo del tafazzismo a cui i progressisti indulgono?
Scusi a sua volta, ma debbo insistere anch’io. Non ho visto e non vedo cieli di tempesta aprirsi nel confronto interno. Vedo l’urgenza di una seria discussione sulla strategia. È la sua assenza, non il suo eccesso, ciò che sta alla fonte delle difficoltà, anche elettorali. La priorità assoluta riconosciuta al tema delle alleanze e l’ansia di ottenere un’occasione per la “spallata” al Governo Meloni stanno provocando seri danni al rapporto tra il PD e la società italiana. Gli esempi? Prendiamo solo gli ultimi mesi: in un Paese in cui i salari dei lavoratori più produttivi sono molto più bassi di quelli dei lavoratori più produttivi degli altri grandi Paesi dell’Unione Europea…, un Paese nel quale il Governo ha finto di non vedere il micidiale effetto del fiscal drag, il PD ha pensato bene di concentrare la sua attenzione sul Jobs Act, promuovendo addirittura un referendum per l’abolizione del contratto a tutele crescenti, che non c’è più… Un referendum abrogativo di una legge durante la cui vigenza il numero dei licenziamenti non è aumentato, mentre sono cresciuti i contratti a tempo indeterminato. Movente dell’iniziativa? Secondo la versione più straniante, usata anche dopo il fallimento della prova referendaria: ottenere un numero di SÌ superiore al numero dei voti raccolti da Meloni alle Politiche. Un secondo esempio, tratto questa volta non dall’economia, ma dal campo istituzionale: in un Paese in cui, grazie ad un’intesa tra centrosinistra e centrodestra promossa dal primo e ben accolta dal secondo, è vigente l’articolo 111 della Costituzione che recita: “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo e imparziale“…; in un Paese in cui questo dettato costituzionale fatica ad attuarsi, anche perché “il Pm è un magistrato uguale al giudice, continuerà a far parte della stessa carriera, degli stessi ruoli, ad essere colleghi eccetera…“ (Giuliano Vassalli 1987), in questo paese il PD fa il gioco del Governo -che sulla separazione delle carriere dei magistrati non vuole accettare alcuna modifica proposta dall’opposizione, perché vuole andare “da solo“ al referendum ex 138-, e si chiude a sua volta a riccio, come se il giusto processo penale non fosse una garanzia fondamentale del cittadino,- per precipitarsi al NO nell’imminente referendum. Da trasformare in una ennesima occasione per abbattere il Governo. La separazione delle carriere tra requirenti e giudicanti? Un mero pretesto per una sfida all’ok corral col Governo. Con gli esempi mi fermo: ne avrei altri, a testimonianza dei danni che il privilegio politicista delle alleanze sta provocando. Tafazzi non era riformista.

In vena di battute, Matteo Renzi ha affermato che nelle Marche non si votava per la Flotilla ma per Senigallia. E c’è chi, rispolverando vecchi adagi, ha sentenziato “piazze piene, urne vuote”.
Sono battute, ma ci portano verso il problema dei problemi: la politica estera e di sicurezza. Anche a questo proposito, andiamo all’essenziale: Ucraina e Gaza. Sulla prima, c’è una sola iniziativa che fornisce un appiglio per la speranza che la resistenza eroica degli ucraini possa respingere l’aggressione russa, e garantire una pace giusta: è l’iniziativa dei “volenterosi“. Una sorta di cooperazione rafforzata, capace di coinvolgere anche il Regno Unito, per costruire -nell’ambito della Nato- un’autonoma capacità di deterrenza nei confronti della “minaccia di lungo periodo per la sicurezza europea“ costituita dalla Russia di Putin. Se questo è l’obiettivo di medio periodo dei volenterosi, quello immediato consiste nell’assicurare all’Ucraina tutto il sostegno necessario -a partire dalla fornitura di armi- per resistere alla pressione dell’aggressore, costringerlo al cessate il fuoco e giungere alla pace, da consolidare con robuste garanzie europee. Il Governo Meloni si è, nella fase nascente dell’alleanza dei volenterosi, chiamato in larga misura fuori, mettendo il carro della presenza dei soldati sul terreno davanti ai buoi dell’accordo con Starmer, Macron e Merz per assumere un’iniziativa rischiosa, ma essenziale per fare fronte al disimpegno di Trump e al disegno di Putin, esplicitamente rivolto alla disgregazione dell’Unione. Era un’ottima occasione per un’offensiva dell’opposizione, e in ogni caso del PD: “Presidente Meloni, perché ti mostri riluttante? È in gioco la pace giusta in Ucraina e la sicurezza europea“. Inutile chiedersi pensosamente le ragioni che hanno condotto il PD a non lanciare questa sfida: una parte dell’opposizione non l’avrebbe sostenuta. Così, ha fatto prima Meloni a correggersi affannosamente, che il PD a chiederle di farlo. A farne le spese è il Paese, che questa volta non è stato “lasciato fuori“ dal gruppo di testa. Si è messo fuori volutamente: le cooperazioni rafforzate non sono fatte per cooperatori riluttanti, ma per promotori determinati a conseguire lo scopo e consapevoli dei rischi connessi.

E su Gaza?
Per Gaza, si è finalmente aperto uno spiraglio: il cessate il fuoco è possibile, il massacro potrà terminare. I paesi arabi sostengono il piano Trump. Gli ostaggi potranno essere liberati. Hamas non avrà alcun ruolo nella futura gestione di Gaza e dovrà deporre le armi; Israele non occuperà e non annetterà Gaza. Mentre parliamo non si conosce la risposta di Hamas. Si sa invece che i partiti estremisti della destra israeliana si augurano che la risposta sia negativa. Ma non può esserci dubbio sul giudizio da esprimere, con chiarezza, sul Piano che prevede il cessate il fuoco e riapre realisticamente la prospettiva due popoli e due Stati: giudizio favorevole. Sappiamo che i particolari sono importanti, che in ogni momento tutto può essere travolto da un evento inaspettato e imprevedibile. Sappiamo che il Piano può fallire. Ma proprio per questo dobbiamo volere che il Paese e l’Unione Europea siano uniti nel sostenerlo. Nessun calcolo di posizionamento rispetto al Governo e nessun calcolo sulle alleanze politiche può anche soltanto offuscare la limpida evidenza di questa necessità.

Il tempo del Pd a vocazione maggioritaria è tramontato. Lei è in lutto per questo?
Se fosse davvero tramontato, sarei in lutto strettissimo e inconsolabile. Ho dedicato qualche decennio di impegno, spesso con un piccolo gruppo di “democratici“ ante litteram, all’obiettivo di farlo nascere: l’Italia era l’unico grande Paese europeo a non avere, nella parte di centrosinistra dello schieramento politico, un grande partito riformista che fosse naturalmente -per il suo profilo ideale e culturale, per la qualità della sua leadership individuale e collettiva, per la forza del suo radicamento sociale e territoriale-, il perno di un governo capace di aprire e gestire un lungo ciclo di profonda trasformazione del Paese. I riformisti c’erano, in Italia, eccome… Ma, presenti in partiti diversi, finivano spesso in minoranza anche nel partito di appartenenza. Questa era la vera ragione politica del mancato cambiamento del Paese, una volta esaurita la spinta propulsiva dei governi De Gasperi prima e di quelli di centro-sinistra poi. Se si voleva cambiare davvero l’Italia, bisognava rimuovere questa ragione ostativa. Tutto questo processo è racchiuso nell’idea del partito “a vocazione maggioritaria”. No, non ha mai voluto dire vocazione all’isolamento politico, rifiuto delle alleanze con altri partiti progressisti. Ha sempre voluto dire ambizione di coltivare un progetto di cambiamento che non tutto il Paese, ma la maggioranza dei cittadini potesse sentire “suo“, pienamente corrispondente ai suoi bisogni e ai suoi valori. Le difficoltà del PD nascono dal relativo offuscamento di questa funzione… E siccome, come avrebbe detto il compagno Alfredo Reichlin, un partito è la sua funzione nazionale, non c’è da meravigliarsi delle nostre difficoltà odierne. Sono serie, ma superabili. Quindi, non sono in lutto, perché il tempo del PD a vocazione maggioritaria non è tramontato. Dipende da noi.