“Era il tipo di voce che le orecchie seguono come se ogni parola fosse un arrangiamento di note che non verrà mai più suonato”.
Francis Scott Fitzgerald
Siamo a Santa Monica, è l’anno 1975, 29 giugno: cinquanta anni fa, il giovane e geniale Tim Buckley prende la sua ultima dose di eroina, quella che lo condurrà alla morte, e l’ultima dose di alcool che gli aveva fatto compagnia, disintegrandolo, nel momento in cui la depressione lo aveva assalito quando, da qualche piano alto della musica era precipitato nel dimenticatoio. Del ragazzo dal volto delicato e malinconico e dai capelli riccioluti, nato il giorno degli innamorati, il 14 febbraio del 1947, resteranno composizioni musicali da molti dimenticate, un genio non del tutto riconosciuto, ed una voce assolutamente impregnata di bellezza: una capacità straordinaria di modularla e farla arrivare negli abissi dell’anima.
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Quella di Tim Buckley è ancora una voce unica nel panorama internazionale. Non abbiate nessun dubbio su questo. Una voce indissolubilmente donatagli senza sconti, carica di malinconia e speranza, di cieli e tempeste, di mari e tramonti perduti e visti di spalle, di amori spezzati, di ricerca infinita, di musica come unica e sola vera ragione di esistere. Una voce, quella di Tim Buckley per chi non sa dimenticare. Dimenticare è un verbo tremendo in alcuni campi, ed è quasi assurdo, senza voler toccare o sminuire la bellezza straordinaria e fragile del figlio Jeff Buckley, che quest’ultimo lo abbia surclassato o forse in un certo senso, lassù, qualcuno abbia pensato di ripagarlo in qualche modo, il piccolo Jeff, visto che papà Tim non è mai stato un papà.
Tim Buckley nasce a Washington il 14 febbraio del 1947, giorno degli innamorati. E il caso vuole che dell’amore farà il baricentro delle sue melodie. Nasce da madre italo americana, Elaine Scalia, appassionata di jazz e Miles Davis, che trasmetterà questa passione al figlio, e poi da Tim Charles Jr, appassionato di musica country, di origini irlandesi e pluridecorato eroe della Seconda guerra mondiale. Tim raccoglie dai suoi genitori la passione per la musica, e quella piccola impronta country e jazz, che già nei primi anni della sua adolescenza si fa sentire. Inizia a suonare il banjo all’età di tredici anni e insieme a un suo compagno di scuola, Dan Gordon, dà vita al suo primo gruppo musicale che prenderà il nome di The Kingston Trio. Come la maggior parte dei ragazzi americani (Tim nel 1956 si era trasferito in California) gioca a football nella squadra della scuola, ma qui, durante uno scontro, si rompe due dita della mano, quella sinistra, che non recupererà più e che non gli permetteranno di suonare il barrè, costringendolo ad usare accordi molto più estesi. Cionondimeno Tim continua lo stesso con la sua musica, sospinto dalla volontà di creare qualcosa di unico, che rimanga riconoscibile e allo stesso tempo indecifrabile in futuro: definire il suo stile sarebbe, più che inutile, impossibile.
Durante il periodo scolastico Tim conosce Larry Beckett, con il quale, all’inizio della sua “vera” carriera, condividerà penna e foglio, per la stesura delle sue prime canzoni. Gli anni passano però, e l’amore è sempre sulla strada, un destino segnato, un destino già spezzato. È il il 25 ottobre del 1965, quando Tim Buckley sposa, appena diciannovenne, Mary Guibert. Da questo amore, da questa unione, un anno dopo, esattamente il 17 novembre del 1966, nascerà Jeff Buckley, colui che per molti ha portato gli angeli sulla terra, e li ha fatti pasticciare con il fango delle debolezze umane, per poi decidere di ritornare insieme agli angeli. Tim inizia ad esibirsi in alcuni locali, ed è proprio in uno di questi palchi che verrà scoperto dal proprietario dell’allora Elektra Records, Jack Holzman, che farà firmare al giovane Tim il suo primo contratto discografico.
Siamo nel 1966, anno che segna l’uscita del suo primo ed omonimo album, Tim Buckley, che segna il debutto dell’artista nel mondo spaventoso dello spettacolo e del business. Inizierà a vedere con i propri occhi e a sentire con la propria anima una profonda avversità verso un ambiente, che forse già da allora, come oggi, non aveva il suo stesso obiettivo. La volontà di Tim è sperimentare, dal jazz, al folk, a quello che poi si dirà rock psichedelico, per unire tutto al suo più grande strumento, ovvero la voce, con la quale riusciva a coprire cinque ottave, e riusciva a passare senza sforzo alcuno, da tonalità dolci a “grida” strazianti. Dotato di un controllo straordinario, ma avverso ad un mondo che già voleva incasellarlo, e mostrare come trofeo. Il primo grande successo, datato 1967, è l’album Goodbye and Hello, considerato dai più il suo capolavoro. Tim inizia a mostrare le sue prime fragilità e quasi ad indispettire pubblico e case discografiche: non di rado, durante i suoi live, quando il pubblico chiedeva i suoi brani più famosi, lui iniziava a suonare brani inediti oppure addirittura a “storpiare” e a rendere irriconoscibili le canzoni.
Nel 1969 esce l’album Happy Sad, votato più a sonorità jazz, album che però non ha un grande successo di pubblico, ma la critica musicale ancora ne esalta la bellezza estrema. In questo momento della sua vita Tim Buckley non si ferma quasi mai, lasciando al piccolo Jeff solo gli scampoli di un vita intensissima. Nel 1970 esce l’album Lorca, che segna il passaggio dalle sonorità jazz e folk al periodo psichedelico. Si tratta naturalmente di definizioni di massima: in un artista come Tim Buckley, questi passaggi sono del tutto inesistenti, nel senso che il talento, quello vero, non vive di fasi. Le sperimentazioni che decide di immettere nei suoi album vanno considerate piuttosto come il continuum di tutto ciò che Tim inseguiva nella sua musica. Intanto è anche l’anno di Starsailor: capolavoro della sua discografia?
Indubbiamente, come anche il resto. Va detto però che in questo album Tim Buckley sfiora vette di modulazione e gestione della voce che non avevano precedenti. Un assoluto, ecco, Tim Buckley è stato un assoluto, talmente assoluto che non ha avuto il successo che forse credeva di avrebbe ottenuto, seppur avendo ricevuto in tutta la carriera dalla critica indiscusso apprezzamento. Il successo, quello del pubblico, sembra non arrivare mai. E allora Tim decide di fermarsi, scivolando nel tunnel della depressione lastricato di alcool e droghe. Potremmo dare al mondo oggi, anche solo in sottofondo, la bellezza di brani come Pleasent Street, la struggente Phantasmagoria in two o potremmo riconsegnare al mondo l’estenuante e perfetta ascesa vocale verso il paradiso di Dolphins o potreste addirittura fare un paragone ma così, giusto per rendervi conto dei livelli di assoluto, tra Tom Waits e Tim Buckley, per assorbire e rendervi conto della capacità di Tim. Provate ad ascoltare Martha di Tom Waits, che potrebbe farvi solo che bene. Tom rasenta lì la perfezione. Ma provate poi ad ascoltare la versione di Tim Buckley. Tim Buckley si spegneva il 29 giugno di cinquant’anni fa, a soli 28 anni. Lascia una musica carica di estasi, di occhi malinconici e riccioli composti, di tormento e bellezza.