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Bolsonaro condannato, la vendetta contro i nazi-pop che scimmiottarono l’assalto trumpista a Capitol Hill

Bolsonaro condannato, la vendetta contro i nazi-pop che scimmiottarono l’assalto trumpista a Capitol Hill

Jair Mesias Bolsonaro può sperare sull’indulto promesso dalla destra che farà del grido “libereremo il nostro presidente” la campagna elettorale per le prossime presidenziali. Ma la sentenza è pesantissima. L’ex presidente d’estrema destra (2019-2022) ed ex capitano dell’esercito in pensione che urlava nei comizi “l’unico bandito buono è il bandito morto” è stato condannato dalla Corte suprema del Brasile a 27 anni di detenzione (di cui 24 da passare in carcere) per tentato golpe. Il Tribunale supremo ha stabilito che era lui il capo dell’assalto al Parlamento e della stessa Corte suprema l’8 gennaio del 2023. Che guidò lui l’operazione dagli Stati Uniti – dove diceva di esser ospite ad Orlando di Donald Trump – per non lasciare la presidenza della repubblica a Luiz Inácio Lula da Silva da cui era stato sconfitto alle elezioni dell’ottobe 2022. La prima sezione della Corte Suprema l’ha riconosciuto colpevole, con quattro voti contro uno, di tentato golpe considerandolo alla guida di un’organizzazione criminale.

In quella assolata domenica d’estate australe in cui l’architettura perfetta di vetro e cemento della Piazza dei tre poteri di Brasilia fece da teatro a una scimmiottatura dell’assalto trumpista a Capitol Hill di due anni prima, l’errore autolesionista dell’orda dei devastatori fu cedere all’esibizionismo social. Mentre raffiche di selfie immortalavano la distruzione a sprangate degli specchi modernisti del palazzo della Corte, in diretta sulle chat uscivano le grida: “Vogliamo i militari! Mandiamo casa il comunista Lula, via il bandito, viva Bolsonaro!”. Faccioni sorridenti a tutto schermo (tutti in primo piano, tutti riconoscibilissimi, tutte autodenunce) anche nell’assalto in maglietta verdeoro alla Alvorada, il palazzo della presidenza della repubblica disegnato dalla mano di Oscar Niemeyer. Tutto pubblicato subito su Instagram, insieme alle foto della caipirinha in spiaggia, insieme alla braciola dell’ultimo churrasco a casa della zia. “Siamo patrioti! Vogliamo Bolsonaro!” gridavano nei video inviati via Whatsapp.

“La violenta escalation di atti criminali è circostanza che può verificarsi solo con il consenso e anche l’effettiva partecipazione delle autorità cui spetta il controllo della sicurezza pubblica e l’intelligence” disse subito, indicando la complicità della polizia militare, il capo della Corte suprema, il giudice Alexander Moraes, il cui attivismo in difesa delle leggi fondamentali dello Stato durante gli ultimi anni ha trasformato l’alto tribunale e lui stesso nei principali nemici dell’ultradestra. E che nella condanna a Bolsonaro ha celebrato la vendetta di tutto il Brasile antibolsonarista per la lunga scia di sangue e ruberie lasciata dal governo nazipop dell’ex colonnello. Il processo, seguito in diretta da milioni di persone perché le sedute della Corte sono trasmesse e ciò fa dei potentissimi giudici del Tribunale supremo dei personaggi popolari di cui si discute in spiaggia e nei bar, si è caricato del simbolismo della rivalsa contro la violenza non solo di Bolsonaro, ma della destra militare, simbolicamente è stato il mai celebrato processo contro la dittatura militare. In questo senso è stato un processo politico, anche se di innocente tra i condannati non c’è nessuno.

Già subito dopo l’assalto dell’8 gennaio era intervenuta la Corte (con un esplicito avvertimento ai capi delle forze armate e a Bolsonaro che ha negato da subito d’aver a che fare con l’assalto. L’ordine pubblico di Brasilia, capitale federale, non dipende dal governo centrale ma dal governatore locale che allora era il bolsonarista Ibaneis Rocha. Il responsabile della sicurezza a Brasilia era Anderson Torres, ex ministro della giustizia del governo Bolsonaro. Rocha è stato destituito dalla Corte. Anderson Torres non è stato arrestato perché si era organizzato per tempo, andando in Florida, insieme a Bolsonaro, che per non presenziare all’insediamento di Lula alla presidenza il primo gennaio e per non dovergli passare la fascia presidenziale se ne era scappato prima a Miami, poi a Orlando.

La polizia militare l’8 gennaio del 2023 ha prima lasciato che cento autobus carichi di persone inneggianti al golpe arrivassero a Brasilia da vari presidi che da due mesi campeggiavano davanti alle sedi dell’esercito delle principali città brasiliane invocando l’intervento armato contro l’elezione di Lula alla presidenza della repubblica. Poi (i filmati della tv Globo lo mostrano con chiarezza) li ha scortati dalla sede centrale dell’esercito a 9 km dal centro, fino alla Piazza dei tre poteri. Lì, a guardia del Congresso e della Corte suprema, c’era soltanto un pugno di agenti armati di spray urticante. I bolsonaristi, convinti dalla propaganda social d’aver perso elezioni truccate (Bolsonaro dalla presidenza aveva per mesi prima delle elezioni che non avrebbe mai riconosciuto una sua sconfitta), hanno travolto senza difficoltà l’esile barriera e sono entrati nelle sedi del legislativo, della Corte suprema e della presidenza. Brasilia quel giorno era vuota. Era una domenica di piena estate. Lula era a San Paolo. Da lì due ore dopo ha ordinato alla polizia federale di andare nella capitale. Centinaia di arresti, tutto fatto con i guanti di velluto. (Di solito la polizia brasiliana se si muove per riportare l’ordine pubblico all’ingresso di una favela lascia qualche cadavere a terra). “Questi vandali fascisti saranno perseguiti con la forza della legge” disse allora Lula.

I governatori alleati di Bolsonaro condannarono subito l’attacco. E il partito Liberale (che di liberale non ha nulla), il partito che ha candidato Bolsonaro, tentò da subito di dissociare la figura dell’ex presidente dall’assalto. Uno dei dirigenti del partito Liberale, Valdemar Costa Neto, inondò i social di video in cui assicurava: “Quanto accaduto a Brasilia è una vergogna per tutti noi, non ci rappresenta e non rappresenta Bolsonaro”. Di poche ore prima è un altro suo post in cui elogiava, come ha fatto tutti i giorni dal ballottaggio perso del 30 ottobre all’assalto al Congresso dell’8 gennaio 2022, i presìdi di militanti d’estrema destra davanti alle caserme militari inneggianti giorno e notte a un intervento militare per sloggiare Lula dalla presidenza. Questa era la strategia di Bolsonaro allora: seminare l’idea di una necessaria rivolta per cacciare Lula. Esortare l’aiuto militare e poi lasciare che a invocare il golpe fossero migliaia di scalmanati da sostenere o far finta di mollare secondo l’evenienza. Non aveva altro esercito da muovere contro il presidente eletto perché le forze armate gli sono state fedelissime finché ha governato (in cambio di privilegi pensionistici, posti di potere e valanghe di soldi) ma quando ha perso le elezioni non si son rese disponibili al colpo di mano. Come gestire la questione di ordine pubblico creata dai bolsonaristi è rimasto uno dei problemi di Lula che ha tolto il controllo dell’ordine pubblico nella capitale alla polizia militare e l’ha affidato alla polizia federale che dipende dal governo centrale.

Nonostante la condanna a 27 anni di Bolsonaro, il problema della sinistra brasiliana rimane il fatto che a quel violento ex capitano militare lì, noto ormai a tutti per quel che è, gli elettori brasiliani alle ultime presidenziali hanno dato il 49,1% dei voti al ballottaggio. Quel 49,1% è la prova tragica del fatto che la destra moderata in Brasile non esiste. La destra brasiliana è feroce, razzista e dopo aver portato nel 2018 un ex capitano dell’esercito noto per la frase frase “i negri non vanno bene nemmeno per la riproduzione” alla presidenza di un paese di 200 milioni di persone abitato al 50 per cento da neri (7 per cento) e meticci (43 per cento) più un milione di indigeni, gli ha ridato all’ultimo ballottaggio per la presidenza milioni di voti. Il volgare ex colonnello con giubbottini attillati e sorrisetti da serial poliziesco anni Ottanta è arrivato a un passo dalla riconferma al Planalto grazie anche ai voti di quelli che prima votavano per il centro o per un intellettuale raffinato come l’ex presidente Fernando Henrique Cardoso e adesso non sono affatto infastiditi dall’idea di una svolta autoritaria.

Non sono solo gli evangelici analfabeti intossicati dalle fake news a votare Bolsonaro. Sono stati i bianchi brasiliani ricchi che si esprimono mediamente meglio di Bolsonaro e hanno studiato certo più di lui ad aver creato il fenomeno. Sono loro ad aver spostato il voto conservatore in modo così netto verso l’estremismo. La destra liberal, che seppur esilissima comunque esiste in Brasile, è stata spazzata via da una diffusa e possente richiesta di ordine. Non di legge, né di progresso. Di ordine. E questa non è soltanto il risultato dell’esplosione dei vecchi partiti dopo le inchieste a tappeto sul finanziamento alla politica e la corruzione, non è soltanto la conseguenza del terremoto della classe dirigente per via giudiziaria. È anche l’inconfessabile voglia di autoritarismo che serpeggia nei tanti, seppur silenti, a cui non è mai andata giù del tutto quella legge per le quote riservate ai neri nelle università voluta dalla sinistra lulista al governo, o quel 20 per cento dei futuri posti nei concorsi pubblici da riservare a neri, o i diritti dei camerieri a domicilio previsti dalla civilissima quanto detestata legge per regolamentare il lavoro domestico (diritto a una giornata di lavoro non più lunga di otto ore, diritto alla retribuzione dello straordinario: norme rivoluzionarie nel Brasile dell’apartheid di fatto delle cameriere). Tutte leggi fatte dai governi del partito dei lavoratori di Lula dal 2003 al 2010 che ora è di nuovo al Planalto, sì, ma con un’opposizione ancora in mano a quelli che la condanna per golpe del loro capo non rende meno pericolosi.