Il via libera è arrivato nel corso del Consiglio dei ministri tenuto giovedì. Il governo ha approvato il disegno di legge delega sullo “scudo penale” dei medici, rendendo più chiaro l’ambito del provvedimento che, in sostanza, esclude conseguenze penali nei confronti dei medici in caso di morte dei pazienti o lesioni.
Un disegno di legge firmato dai ministri della Salute Orazio Schillaci e della Giustizia Carlo Nordio, arrivati ad un compromesso sul testo. Il Guardasigilli, raccontano le cronache politiche, avrebbe preferito limitare la norma a casi “di speciale difficoltà”, ma alla fine ha prevalso la versione più estesa sostenuta da Schillaci, ex rettore dell’Università Roma Tor Vergata.
Lo “scudo penale” non è ovviamente una sorta di “condono tombale” per i medici. Il disegno di legge approvato in Consiglio dei ministri prevede che i giudici, nell’accertamento di una eventuale colpa da parte di un medico, tengano conto di una serie di fattori: si va dall’eventuale scarsità di personale e materiali alle carenze organizzative, dalla complessità delle patologie alla mancanza di conoscenze scientifiche consolidate o di terapie adeguate.
Resta fuori dallo “scudo penale” l’eventuale comportamento chiaramente negligente, imprudente o avventato del medico, circostanze su cui la norma approvato in Consiglio dei ministri non può intervenire.
Una forma meno strutturata di “scudo penale” era già stata introdotta dal governo Draghi nel 2021, durante l’emergenza sanitaria legata alla pandemia di Covid-19, per poi venire prorogata. All’epoca era valido soltanto per il personale sanitario impiegato nella campagna vaccinale contro il Covid. Successivamente, quando il decreto fu convertito in legge, lo “scudo penale” venne esteso a medici, infermieri e tecnici di laboratorio per il lavoro svolto durante l’emergenza Coronavirus. Quindi negli ultimi tre anni è stato prorogato, con l’ultima scadenza prevista a fine 2025.
Nelle intenzioni del governo, ed in particolare dei ministri Schillaci e Nordio, c’è la volontà di ridurre quella che viene definita “medicina difensiva”, ovvero la nota abitudine da parte dei medici a prescrive una lunga e spesso inutile quantità di esami e visite con l’obiettivo di prevenire il rischio di denuncia da parte dei pazienti, circostanza che causa un aumento dei tempi di attesa per visite ed esami, oltre che di costi per lo Stato. A beneficiarne sarebbe anche il sistema giudiziario: secondo i sindacati dei medici, sarebbero circa 300mila i fascicoli su casi sanitari accumulati nelle procure, già oberate di lavoro.