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È il Trump-Putin day: l’illusione della pace giusta in Ucraina che mette all’angolo l’Europa

AP Photo/Ebrahim Noroozi

AP Photo/Ebrahim Noroozi

Sarà anche vero, come ha dichiarato Michael Walzer, che la destra italiana merita gli elogi perché è rimasta legata al fronte bellicista europeo, mentre Trump, che attiva l’opzione diplomatica, è solamente “una caricatura, un personaggio adatto alla commedia”. Rispetto al palazzinaro che balla e gesticola, l’Europa delle tre M (Merz, Macron, Meloni) avrà anche i volti più adatti alla tragedia, e però nelle relazioni internazionali produce solo l’ilarità suscitata da chi si aggrappa alla concessione di una call per ricevere la conferma di esistere.

Capita ogni tanto che a squarciare il velo dell’ipocrisia siano i politici più reazionari. Proprio perché, senza tante sovrastrutture etiche a complicare le cose, riabilita il “macellaio” Putin restituendogli la parola, Trump getta via la giustificazione morale invocata per continuare a seppellire altri morti in battaglia. Con una ventata di verità, il tycoon ammette che da nessuna parte c’è un nuovo Führer da bloccare prima che arrivi ad espugnare Lisbona. La trincea, che Veltroni vedeva scavata per condurre “una guerra metafisica per la libertà”, è nient’altro che un sanguinoso regolamento dei conti favorito dal vecchio Joe. L’amministrazione di Biden, in effetti, non ha percepito che l’ordine mondale era mutato. Perciò ha imbastito un intricato conflitto per procura nel quale gli ideali non contano alcunché. Con un semplice accordo trilaterale, il primo contraente (Usa) dà i missili, il secondo (Ue) destina al teatro delle operazioni euro a palate e il terzo (Ucraina) conteggia i cadaveri dei soldati sul campo. È l’essenza della guerra per procura. Per questo colui che preme il grilletto, combattendo agli ordini di chi tiene le fila per più vasti obiettivi geopolitici, difetta in origine del potere di orientare il proprio destino.

Decidere su guerra e pace non è un esercizio che Trump riconosce a chi a suo giudizio non ha altre carte che la provocazione (l’accusa mossa al presidente in mimetica, con una certa ragione, è di giocare con la terza guerra mondiale). Non a caso la richiesta di aggiungere un posto al tavolo delle trattative, come segno di rispetto per ciò che chiamano la sovranità dell’Ucraina, viene dai governi europei. In questa maniera, infastiditi dalla via negoziale, costoro si offrono come referenti in grado di colmare il vuoto del disimpegno americano in uno scontro che sembra indirizzato a favore dei russi. Incontrando Putin in Alaska, il capo Maga intende evitare di farsi travolgere dalla catastrofe. Non ci tiene a sedersi nel capiente banco dei perdenti. Quindi, da soggetto delegante, apre all’interruzione del circolo della delegazione e lascia al delegato europeo la scelta: continuare a pagare in moneta sonante gli Yankee per i Patriot, che poi gli emissari di Ursula potranno pure trasferire in Donbass, o invece provare a sbrigarsela da soli nella steppa con l’evanescente esercito dei “volenterosi”. Quanto al delegatario, che gira il mondo in perpetua canottiera verde, non si rivolga più alla Casa Bianca per raccattare altre armi, l’ex impero oberato dai debiti per 37 trilioni di dollari non è disposto al sacrificio per lui.

Tenui spiragli negoziali si dischiudono, ma l’Europa si scompone, turbata fa di tutto per boicottarli sul nascere. Il cancelliere, che fu azzoppato il giorno stesso dell’investitura, per dare indizi di vanagloria raduna i sabotatori al “piano segreto” della Cancelleria, dove è più agevole ammorbidire i panni più sporchi. La Commissione von der Leyen ha già bruciato 150 miliardi per una guerra che non coinvolge un alleato, e tante altre risorse dovrà sborsare ancora per accogliere il paese devastato nella Ue. Il progetto europeo è naufragato perché ripiegato nella gestione dei costi insostenibili per l’integrazione nel mercato unico delle esplosive province residuate dal crollo dell’impero sovietico. Trump reputa l’Europa ancor meno di una espressione geografica. La (mal)tratta perciò come una vuota comunità virtuale da sistemare nelle sue velleità attraverso un semplice collegamento da remoto. Tuttavia, il chiacchiericcio dei governi del Vecchio Continente – evocano ancora la Nato quando prenotano garanzie di sicurezza per l’Ucraina – sortisce cattivi effetti scoraggiando la via diplomatica prevista quale obbligo ineludibile dalla Carta dell’Onu. Il sostegno alla istanza di Zelensky di esercitare una rei vindicatio dei territori occupati con la cosiddetta operazione speciale è nient’altro che un imperativo a farsi trovare pronti con il fucile in mano.

Eppure, dopo oltre dieci anni dall’annessione della Crimea, il dominio lungo dei russi denota un factum possessionis che ormai vale come titolo originario. Anche nelle altre regioni che possiede sine titulo, Mosca gestisce un potere di fatto. E, sebbene al di fuori della forma giuridica, agisce come se fosse il sovrano che gode e dispone. Esigere una “pace giusta”, che per i governi europei implica la cessazione della violenza e la restituzione delle terre entro i confini precedenti all’aggressione illecita, è una declamazione debole, che però spalanca una conseguenza forte: la distruzione infinita. Per far desistere la Russia dalla sua illegale ambizione di incorporazione, occorrerebbe il ferro, che Kiev non ha, e non le parole, che Zelensky e gli alleati riluttanti posseggono in gran quantità. Vano è mostrare i muscoli per negare i negoziati sulla destinazione di uno spazio sul quale l’Ucraina non vanta più il possesso effettivo con i simboli della potestà sovrana. Il controllo russo non è certo secondo diritto, ma denota comunque una situazione di fatto produttiva di effetti.

Mettersi di traverso al principio di realtà ha conseguenze umane notevoli, anche se fosse vera la contabilità del Corriere della Sera: lì danno l’Occidente in trionfo, con Xi Jinping sotto commissariamento e Mosca alle corde con oltre un milione tra morti e mutilati (con Kiev che può sorridere per le “sole” 70 mila perdite). Il comico Trump, che riconosce lo stallo e intende allontanarsi dal sangue, è più attento alla urgenza di terminare l’inimicizia rispetto ai governanti europei che Walzer tanto ci invidia. Con i loro aut-aut, rifiutano di ratificare il principio testardo che nella storia delle ostilità sono i vincitori, non gli sconfitti, a dettare le regole della pace.