Giuseppe Conte ha dato il via libera alla candidatura di Matteo Ricci alla presidenza della Regione Marche. È un atto politico molto importante per almeno due ragioni. Innanzitutto perché la corsa alla presidenza delle Marche è decisiva per l’esito delle elezioni di novembre. Le altre Regioni che andranno al voto sono tre di centrosinistra (Puglia, Campania e Toscana) e una di centrodestra, il Veneto. I risultati in queste regioni, salvo colpi di scena, sono abbastanza prevedibili. Le regioni di sinistra resteranno alla sinistra il Veneto è blindato dalla destra, soprattutto grazie alla popolarità e al lavoro di Zaia. Le Marche, che oggi sono governate dalla destra, sono l’unica regione contendibile, e il centrosinistra, guidato da Ricci, può conquistarla solo con l’appoggio dei 5 Stelle. Se Conte si fosse tirato indietro, o se avesse avanzato la proposta irricevibile di cambiare candidato, la partita si sarebbe chiusa e la destra avrebbe avuto la sicurezza di vincere di nuovo.
La seconda ragione per la quale il semaforo verde acceso da Conte ha una notevolissima importanza è la motivazione. E cioè il merito della dichiarazione che ha rilasciato ieri mattina nel corso della conferenza stampa. Ha detto Conte: «Non ci sono elementi a carico della sua colpevolezza, per chiedere un passo indietro. Chiedere un passo indietro sarebbe un brutto precedente e M5s ha scelto di tutelare in modo rigoroso i principi della buona politica: il rispetto della legalità e dell’etica pubblica». Cosa vuol dire? È la prima volta che il capo del Movimento 5 Stelle pronuncia un’affermazione in linea con i principi generali del garantismo. E questo è un elemento che intacca, forse irreversibilmente, l’aspetto nettamente qualunquista che aveva segnato la nascita e gran parte della vita del movimento Cinque Stelle.
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Il “campo largo”, che sulla carta ha la possibilità di battere il centrodestra con qualsiasi legge elettorale, aveva in sé una contraddizione molto forte. E ciò l’innaturalità dell’accostamento tra la radice socialista, liberale e cristiana del Pd, e l’origine qualunquista del movimento 5 stelle. Su molti temi, soprattutto sulla politica sociale e sulla politica internazionale, i 5 Stelle si erano adeguati alle posizioni della sinistra, spesso addirittura scavalcando a sinistra il Pd (reddito di cittadinanza, pacifismo). Sulla giustizia, no: nonostante molti sbandamenti giustizialisti del Pd, restava un divario grandissimo. La presa di posizione di Conte in parte getta un ponte. Anche se il leader del movimento ha precisato che questa scelta a favore di Ricci non è automaticamente trasportabile in altre regioni. Lasciando aperta soprattutto la questione Toscana, dove diversi pezzi del Movimento si oppongono alla candidatura di Eugenio Giani, voluta dal Pd. Ma questa incertezza non riguarda i principi, casomai ha a che fare con le trattative e i rapporti di forza tra i vari partiti e le diverse correnti dell’alleanza.
Resta aperta anche la questione Campania, dove un pezzo di Pd (De Luca) si oppone alla candidatura del Cinque Stelle Roberto Fico, ma alla fine vedrete che si trova un accordo. E la questione Puglia, dove però il conflitto è tutto interno al Pd, tra l’ex governatore Emiliano e il candidato alla successione Decaro. Possiamo dire che ieri è stato compiuto un passo verso la costruzione del Campo Largo? Un passo sicuramente è stato compiuto. Restano da un lato i problemi interni, la concorrenzialità tra i due partiti maggiori dell’alleanza, e le questioni di leadership. Dall’altra ancora delle distanze sia sul tema immigrazione, dove una parte dei Cinque Stelle – e in particolare Conte – hanno posizioni molto moderate, sia sui temi della sicurezza e del carcere. Però la strada è aperta. E le distanze tra i partiti si stanno avvicinando. Non è una buona notizia per Giorgia Meloni