Nel Meridiano Mondadori ora dedicato ad Agatha Christie (1870-1976) – Fiabe gialle, bibliografia e notizie sui testi di M.Amici e D.Astegiano – il saggio introduttivo è scritto, sorprendentemente, da Antonio Moresco. Dunque, uno scrittore terminale, cosmico, intrattabile riconosce la grandezza e singolarità della regina del giallo, l’autrice di intrattenimento più letta al mondo (oltre due miliardi di copie vendute), qui proposta come “scrittrice convenzionale ed estrema, realistica e mitico-fiabesca, esistenzialista e metafisica”, con uno “scavo esistenziale” associato a Kafka per quanto riguarda almeno la straordinaria e (genialmente) elementare invenzione narrativa dei Dieci piccoli indiani. Certo, in lei nessun oltranzismo espressivo, né aspirazione a decostruire lessico e sintassi, ma la sua “fusione esplosiva di forma e contenuto” reinventa la lingua. È l’irruzione barbarica (non è mai andata a scuola!) del popolare nella letteratura colta: viene letteralmente “da un’altra parte” e in tal senso resta anche stilisticamente una scombinata, adorabile, “straniera”, proprio come il suo buffo, mozartiano e tragico detective belga Poirot.
In nessun senso andrebbe considerata inferiore, poniamo, a Joyce, che invece, in ogni riga dell’Ulisse, ci intimidisce ricordandoci sempre che ci troviamo nell’“alta letteratura”, entro un’opera-mondo inesorabilmente monumentale (lui a scuola invece ci è andato tanto). Viene poi qui citato, en passant, il giudizio sprezzante e frettoloso su di lei da parte di Beckett, “grande e catafratto scrittore irlandese”, e proprio a proposito di un romanzo strepitoso di Christie, La casa sbilenca, che andrebbe accostato alla tragedia greca. Moresco è anzitutto attratto dalla apparente umiltà di Christie, tipica “mossa del genio femminile”: farsi piccole, nascondersi dietro la maschera del dilettantismo: Caterina da Siena, Teresa di Lisieux…(ma potremmo aggiungere: Simone Weil, Hannah Arendt, Maria Zambrano). Poi passa in rassegna vari scrittori gialli, tutti abilissimi artigiani, dei quali però nessuno possiede “l’inconfondibile tocco, lo scarto inventivo e l’ardimento della Christie”. Poi la confronta con un altro campione assoluto del genere, Simenon, anche lui prolifico. Ma per concludere che se Simenon è moralista e compassionevole lei “è più spietata”, tanto la sua intera produzione nasce da “un nucleo di dolore e di male”, benché dissimulato sotto la maschera di una commedia dell’arte con maschere fisse.
Moresco cita opportunamente Brecht sulla analogia tra struttura logica del giallo e cruciverba, e poi un altro illustre estimatore del genere, Wittgenstein (ma anche Edmund Wilson e Sciascia). E prova a replicare all’obiezione della figlia, tratta da Sestov, che il giallo fallisce il suo scopo poiché non è in grado di farci provare pietà per la vittima. Ora, è vero che il “gioco enigmistico” di Christie, che pure prova empatia per le vittime, va oltre tutto questo. Peccato però che Moresco non prenda in esame quella che per me è la principale obiezione al giallo. E cioè: non è interessante tanto il male dispiegato, l’omicidio commesso, il serial killer (che diventa perfino ovvio), quanto il male sospeso e potenziale, il delitto nascosto in un banale litigio in famiglia, la violenza latente nella vita sociale di ogni giorno, il serial killer nascosto nel burocrate. Ma ci sarà tempo e luogo per approfondire questo tema.
Torniamo a Christie, alla sua “forte struttura di pensiero e giudizio”, alla sua lucidità da moralista settecentesca, influenzata da Dickens, Conan Doyle e Shakespeare, oltre che dalla Bibbia. Dal florilegio dei suoi pensieri solo alcuni prelievi, che attestano un’idea grave e precisa degli umani, una visione disincantata che non esclude però gli abbagliamenti dell’amore e il miracolo della bellezza (come peraltro affiora dall’immagine riprodotta in copertina di lei bambina biondissima e preraffaellita, con un sguardo velato di malinconia). “‘Si sbaglia’ disse Poirot ‘La vera tragedia della vita è che la gente non cambia mai ‘ “; “Gelosia? No, no, no! Si tratta del movente solito, solitissimo, inevitabile: il denaro, caro, il denaro”; “La natura umana si ripete più di quanto ci immaginiamo. Il mare è infinitamente più vario”; “Certe volte secondo me arrivava a odiarla. Anche se forse questa è una cosa più comune di quel che pensiamo”; “Il male non rimane mai di fatto impunito, signore. Ma talvolta rimane segreto il castigo”. “Quando dico la verità non mi crede nessuno. Per dire una bugia devi impegnarti e alla fine risulta più convincente”.
La scelta dei romanzi, e anzi delle “fiabe archetipiche”(come qui sono felicemente definiti), è volutamente selettiva. Sarebbe stata impossibile un’antologia dei suoi capolavori, che peraltro tutti possiamo acquistare ovunque per una modica cifra. Moresco si è imitato a dieci romanzi, tutti “sorprendenti e rivelatori”, con alcune dolorose esclusioni, come L’assassinio sull’Orient-Express e Il pericolo senza nome. Dei romanzi qui presenti non diremo nulla perché anche il più minuscolo dettaglio sarebbe uno spoiler. Mi limito a segnalare l’ultima testamentaria opera pubblicata, nel 1975 (pare per cederne i diritti alla figlia e così assicurarle un solido vitalizio), benché scritta nel 1940, Il sipario, dove entra in scena un anziano Poirot sulla sedia a rotelle che torna nel paesello del suo primo caso, con il fido Hastings (io narrante).
Nel romanzo, dove appare un villain memorabile, Norton – amorale, sadico e soprattutto infantile (tratto comune dei killer) – proprio Hastings medita di compiere un delitto – ai danni di un ripugnante corteggiatore della figlia -, poi va a confessarsi da Poirot: “Se c’è una cosa che non fa bene all’autostima è raccontare un fallimento”. Potremmo concludere che la audacia affabulatoria di Christie si distende tutta nello spazio narrativo che separa i due opposti (ma qui non diciamo i romanzi in cui si trovano): da una parte una storia in cui gli assassini sono tutti i personaggi in gioco, dall’altra una storia in cui non è nessuno di essi! Beckett avrebbe dovuto pensarci.
Considerazione finale. Il romanzo nasce come genere popolare (“romanzo d’avanguardia” è un ossimoro) Agisce su ciò che hanno in comune i membri di una società, mitologie e archetipi collettivi. Si pone sullo stesso piano dei suoi lettori – delle loro idee ed emozioni quotidiane – quasi rasoterra: non aspira pedagogicamente a risvegliarli (come molti scrittori pretendono di fare, in realtà incapaci anche solo di raccontare una storia). Ogni romanzo è un gesto di fratellanza. Agatha Christie, senza rinunciare a dire la sua verità tragica sulla vita – teatrino di orrori – si rivolge a ogni lettore e lo cattura attraverso un magico sortilegio. Ci fa abitare per un po’ in altri universi, perfettamente coerenti e compatti, retti da leggi ferree, anche solo per vedere l’effetto che fa. Ci mostra il volto in ombra del mondo, ma non ci scaraventa dentro di esso, e anzi lo trasforma in recita e leggerezza. Come non essergliene infinitamente grati?