Si confrontano e si scontrano a distanza per tutto il giorno. Le due signore della politica italiana, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, si rimpallano la responsabilità dell’offerta di dialogo degenerata tanto per cambiare in rissa in Parlamento. Si beccano ma fingendo di essere pronte a porgere la mano, poi, dai palchi referendari di Milano (la premier) e di Venezia (la leader dell’opposizione) tornano a darsele.
La sola idea di un tavolo comune a palazzo Chigi a 10 giorni da un referendum molto combattuto e con abbondanza di colpi bassi era fuori dal mondo. La premier ci ha provato lo stesso, bisbigliano dalla sua cerchia, perché tanto era dovuto al capo dello Stato, allibito di fronte allo spettacolo di parti politiche che non riescono a evitare la clava, come la definisce a ragion veduta la leader del Pd, neppure quando il Paese corre sul ciglio del baratro. Però nelle offerte di pace della premier non c’era solo questo. Anche più importante è la necessità di spartire le responsabilità in vista di una fase che potrebbe rivelarsi drammatica e peggio. Il baratro, appunto. Ma il rischio di precipitare è ovviamente molto più grave per chi guida il Paese e si può capire che il Pd non abbia alcuna intenzione di sedersi a un tavolo di gestione della crisi con il governo, alleggerendo con ciò stesso il peso della responsabilità che grava sulle spalle della pilota di palazzo Chigi. Non avrbbe né voglia né interesse nel farlo comunque, anche perché comporterebbe una rottura con il resto del Campo Largo, M5s e Avs. Figurarsi a un soffio dal giudizio di Dio del 22 e 23 marzo. In realtà la clava, a Montecitorio più che a palazzo Madama, la hanno usata tanto la destra quanto la sinistra.
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Ma l’immagine ha le sue esigenze. Agli occhi del Paese e forse ancora di più a quelli di Sergio Mattarella. Dunque è Elly ad aprire le danze, di buon mattino, negando di essersi sottratta al dialogo: “L’appello all’unità di Meloni, arrivato con 12 giorni di ritardo, è durato appena un paio d’ore, Poi ho dovuto invitarla a deporre la clava. Io comunque sono in costante contatto con il governo, con Crosetto e con Tajani. Noi ci siamo e in qualsiasi momento il mio numero ce l’ha…”. La premier non tarda a replicare: “Mi corre l’obbligo di rispondere. Il mio è stato un appello sincero. L’opposizione ha risposto con accuse e anche insulti personali come ‘serva’, ‘pericolo per l’umanità’, ‘persona che striscia per non inciampare’. I miei toni sono rimasti rispettosi e chiunque può verificarlo. Confermo che il mio invito resta valido. Se l’opposizione ha cambiato idea e intende davvero collaborare nell’interesse dell’Italia, lo dica chiaramente invece di accampare pretesti o condizioni. In questo caso, il governo è pronto ad aprire un tavolo di confronto”.
Più che tentativi reali di aprire una fase di collaborazione, per il momento queste sono schermaglie nelle quali ciascuna delle due si preoccupa soprattutto di scaricare sull’altra la responsabilità del muro contro muro. La premier sembra più disponibile ma è solo questione di facciata. È evidente che chiedere all’opposizione di assumersi una parte della responsabilità in un momento molto difficile senza peraltro impegnarsi a concordare una posizione comune e senza accettare alcun vincolo è una posizione troppo comoda. Per questo Schlein insiste con la richiesta di dichiarare preventivamente che le basi per uso militare contro l’Iran verrebbero negate agli Usa ove mai venissero richieste. Per la stessa ragione, cioè per non legarsi neppure un mignolo, la premier insiste perché non si accampino “pretesti o condizioni”.
La realtà è che gli estremi per una collaborazione, sia pure limitata all’emergenza in corso, non ci sono e non ci saranno probabilmente neppure dopo il referendum. Che entrambe lo temano è evidente. Ieri Elly si è allineata alla linea di Giorgia, che esclude di lasciare palazzo Chigi in caso di sconfitta. Anche Schlein chiarisce subito che “se vince il Sì non mi dimetto e vado avanti per costruire l’alternativa”. Ma è anche vero che, dopo il referendum tutte le mappe della politica andranno comunque ridisegnate e se la crisi innescata dalla guerra diventasse molto più incombente di quel che già è non si può escludere niente al 100%.