Stefano Musolino termina la sua esperienza di Segretario di Magistratura democratica. Che bilancio fa di questi cinque anni?
Il recupero dell’autonomia da Area DG imponeva due obiettivi primari, consolidare la presenza del gruppo nel panorama associativo e rasserenare i rapporti con Area DG. La elezione di Mimma Miele al CSM prima e il raddoppio della nostra rappresentanza al Comitato direttivo centrale (Cdc) Anm dopo sono stati un segno oggettivo della nostra capacità di intercettare e interpretare una sensibilità culturale anti-corporativa e attenta alla prospettiva dei più deboli che è ancora ben presente nella magistratura. Abbiamo registrato moltissime nuove iscrizioni di giovani magistrati e ci siamo mescolati e contaminati con molti magistrati attivi nell’agone associativo, ma non iscritti ad alcun gruppo. Questa immagine di gruppo curioso, inquieto, aperto al confronto ci ha aperto nuovi percorsi che la nuova dirigenza saprà ben interpretare. Dopo qualche tensione, poi, i rapporti con Area DG si sono rasserenati e spesso le nostre componenti si sono trovate in sintonia al CSM e in Cdc Anm. Quanto ai rapporti con l’esterno della magistratura, infine, il “marchio” di Md ha dimostrato di avere una sua autonoma, straordinaria capacità attrattiva, soverchiante le nostre reali capacità rappresentative. Nel bene e nel male siamo identificati come il meglio o il peggio della magistratura e, talvolta, persino con l’intera magistratura. Fa parte della polarizzazione mediatica che ci rappresenta all’interno di etichette stereotipate; a questa rappresentazione ci ostiniamo a controbattere con argomentazioni pacate e capacità di ascolto, ma, purtroppo, con scarso successo.
Perché avete scelto di intitolare il vostro XXV congresso (Roma 12-15 marzo) “Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro”?
Il sistema di bilanciamento dei poteri su cui si regge la nostra democrazia liberale è in crisi; la separazione tra potere esecutivo e legislativo è superata dalla sottomissione incontrastata del secondo al primo. Tutto questo è avvenuto attraverso la stratificazione di prassi che hanno condotto all’indebolimento degli organi di rilevanza costituzionale, chiamati a garantire la separazione dei poteri e i suoi principi. Questo obiettivo è approfondito attraverso l’oggettivo indebolimento del CSM conseguente alla nomina dei suoi rappresentanti per sorteggio. L’art. 104 Costituzione resta un principio vuoto se gli organi chiamati a tutelarlo vengono frustrati nella loro dimensione rappresentativa e, quindi, indeboliti nella loro postura funzionale. Riteniamo che questo progressivo accentramento dei poteri sia un pericolo per i diritti dei cittadini e il futuro della democrazia liberale.
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Giorgia Meloni è scesa ufficialmente in campo con un video di 13 minuti per il Sì. Tra l’altro ha detto: col nuovo sistema il magistrato «dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo» e «molto più difficilmente potrà fare carriera» «rimettendo in libertà persone pericolose per scelta ideologica». Che ne pensa?
L’idea di riformare la magistratura con l’autoritarismo della paura è errata e ha già fallito nella declinazione sociale quale populismo penale. Peraltro, la riforma modifica solo il giudice disciplinare, non la procedura. L’attuale giudice disciplinare sostanzialmente condanna nel 50% dei casi; quale è la percentuale idonea a scatenare l’effetto paura auspicato dalla Meloni per migliorare il servizio giustizia? Ieri a Messina una donna è stata uccisa perché il suo omicida non era stato dotato del braccialetto elettronico disposto dal giudice che il Ministero non ha fornito. Siamo sicuri che i problemi della giustizia dipendano dai magistrati e non piuttosto – quanto meno in misura decisamente preponderante – dal mancato investimento di risorse?
La capo gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, ha sostenuto che la magistratura è un plotone di esecuzione. Come replica?
Giusi Bartolozzi conosce bene la magistratura perché ne fa parte e sono sicuro che quella sua affermazione sia una caduta di stile, generata dalla foga della campagna elettorale. Sarebbe meglio non accadesse, ma non ne farei un dramma.
Si sostiene, soprattutto da destra, che se passa la riforma voi non farete più sentenze pro-migranti e non scarcererete più. Davvero è così?
Se passa la riforma continueremo a essere sottoposti solo alla legge, senza altre interferenze. Ma la legge non è solo quella nazionale ed anzi, nel contrasto con quella comunitaria, è quest’ultima che deve prevalere e che il magistrato è obbligato ad applicare. A questo principio resteremo fedeli, anche se, forse, non piacerà a tutti.
Il sottosegretario Mantovano ha sostenuto: “Quello che manca forse alla giustizia italiana è anche un po’ di buonsenso comune, un po’ di prevedibilità delle decisioni, una sottrazione all’arbitrio, una sottoposizione ad una verifica seria di equilibrio e di professionalità, che purtroppo manca anche grazie a quell’impunità che deriva dall’appartenenza correntizia. La riforma va esattamente in questa direzione, non è la bacchetta magica, ma pone le condizioni, le basi, perché una maggiore prevedibilità e una omogeneità all’insegna del buonsenso possano essere realizzate”. Che ne pensa?
Il buon senso è una qualità del magistrato, espressione del suo equilibrio. Tuttavia, non può prevalere sull’interpretazione oggettiva della norma multilivello (quella che è cioè il risultato del confronto tra la legge nazionale e quella europea), mentre la prevedibilità è un requisito indispensabile all’interpretazione delle norme, non alla loro specifica applicazione a una decisione. Far prevalere buon senso e prevedibilità nella specifica decisione, significherebbe la morte del diritto che è, invece, confronto, progressivo affinamento di comprensioni, esercizio del dubbio, messa in discussione dei principi di fronte a una realtà che cambia dentro il sistema normativo dato. Mantovano immagina un giudice garante e tutore della conservazione dei rapporti di forza esistenti nella società. Il giudice disegnato dalla Carta costituzionale è un’altra cosa.
Una delle critiche mosse all’Anm è che un sindacato di funzionari dello Stato si sia trasformato in un partito politico di opposizione. Un unicum tutto italiano. Non è così?
L’ANM ha una varietà di sensibilità culturali irriducibile a unità politica partitica. Tuttavia, quando a essere sotto attacco è il nostro assetto costituzionale, ecco che l’unità Politica, quella costituente, torna naturalmente a coalizzare tutta la magistratura, a prescindere dal colore del decisore contingente. Non esiste Paese sorretto da democrazie liberali in cui i magistrati non si associno. Farlo è un modo per ammansire collettivamente il pericolo che il potere che esercitiamo, si impadronisca anche della nostra coscienza, facendoci dimenticare che quel potere è solo uno strumento per servire la giustizia e i cittadini.
Non ritiene che siano stati commessi errori anche da parte dei suoi colleghi quando ad esempio si è sostenuto che quanto sta accadendo negli Stati Uniti con gli arresti dell’Ice potrebbe accadere in Italia con l’approvazione della riforma o che votano Sì sicuramente i massoni e i mafiosi?
Certo che abbiamo commesso errori, siamo magistrati non comunicatori di professione, ma lo abbiamo fatto in buona fede, tentando di semplificare concetti complessi, talvolta in modo maldestro, nella foga del confronto.
Vi si accusa di avere una concezione proprietaria della giustizia per cui nessuna riforma è mai potuta passare senza il vostro placet. State pagando ora il prezzo di questo atteggiamento?
Noi siamo i primi a volere le riforme, ma quelle che proponiamo prevedono costi e risorse che non sono state messe a disposizione. Il sistema giustizia va riformato, ma abbiamo buoni argomenti per evidenziare che quello proposto sia il modo sbagliato per farlo.
Nordio ha detto: “se dovesse vincere il no sarebbe una vittoria dell’ala estrema della magistratura, che ipotecherebbe la politica”.
Nordio ama gli stereotipi e le immagini caricaturali, tendendo a fare prevalere il suo talento giornalistico, rispetto al suo acume giuridico, ma la riforma della Costituzione è una cosa seria, perché incide sui diritti dei cittadini e sul futuro degli equilibri interni alla democrazia; meriterebbe, perciò, affermazioni più ponderate e argomentate, specie da chi ricopre incarichi istituzionali di massima rappresentanza.