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Perché la Chiesa va rifondata: fede e guerra sono inconciliabili, l’appello a Papa Leone viene da Papa Francesco

Perché la Chiesa va rifondata: fede e guerra sono inconciliabili, l’appello a Papa Leone viene da Papa Francesco

Una nuova guerra in Medio Oriente. Un conflitto tra Afghanistan e Pakistan, nel silenzio. E nel silenzio ci sono troppi altri conflitti, e morte per fame nel mondo; economia, sanita, tecnologie troppo e troppo spesso vengono usate per controllare, dividere, comandare, prevaricare. E il momento di dire basta. Ho coordinato il lavoro di tre teologhe (Argentina, Usa, Germania), un rabbino (Argentina), uno psicoterapeuta (Italia) e abbiamo scritto un libro.

Invitiamo a prendere sul serio “Fratelli Tutti” di papa Francesco, il comandamento Non Uccidere, la pace come unico motore possibile per un vero sviluppo equo e sostenibile. E siamo nel centenario di San Francesco, celebrato sì ma praticato troppo poco. In concreto abbiamo un libro, con prefazione di mons. Vincenzo Paglia. Vogliamo dire: è indispensabile mettere la teologia morale al centro della riflessione, sviluppiamo una vera etica teologica della vita. Un libro che verrà pubblicato in Italia. Però non basta. Abbiamo bisogno della voce e del sostegno di papa Leone XIV. Prima di tutto per far sapere che ci siamo e abbiamo un libro che delinea un metodo di lavoro e di affrontare i conflitti rovinosi, per scioglierli, per darci un futuro sostenibile e umano. Da papa Leone XIV vorremmo avere un cenno, un biglietto, un appoggio, un sostegno perché questa linea è del Concilio Vaticano II, è della Chiesa, è per l’umanità.

Ecco un estratto dall’Introduzione.

(…) Non Uccidere e Pace sono i due poli di uno sviluppo umano rispettoso dei diritti e della dignità di ogni essere umano, inserito nel contesto ambientale proprio. La Pace è il contesto generale in cui la famiglia umana tutta intera può svilupparsi, nessuno escluso. Nell’ambito di questa riflessione, Non Uccidere e Pace non sono dei vaghi ideali utopici da enunciare sapendo che verranno trasgrediti. Tutt’altro. Pace e Non Uccidere si trasformano nel filo conduttore di una fede che assume i dettami della ragione e della ragionevolezza ed è realmente e concretamente collegata al tempo presente. Di fronte al rischio tutt’altro che teorico di autodistruggerci e distruggere tutto con le armi, con le guerre, con i danni ambientali, mettere la parola fine ad ogni tipo di conflitto è la sola maniera per dare all’umanità una via di uscita nel segno dello sviluppo umano e sostenibile. Non va considerata un’impostazione poco o tanto utopistica, nel senso deteriore del termine.

È una prospettiva che presenta un metodo di risoluzione dei conflitti, sapendo che i conflitti esistono e si determineranno ancora. Però vanno smascherati, analizzati, contrastati, secondo un metodo pacifico e ragionevole, perché i popoli non possono vivere in uno stato di guerra permanente tra di loro. E la comune appartenenza alla famiglia umana deve mettere al bando qualsiasi forma di risoluzione violenta dei contrasti. È un imperativo etico assoluto che la Chiesa – come istituzione globale – può e deve prendere sul serio, impegnando la teologia morale a porre l’etica quale punto focale di una riflessione, dopo la quale potranno venire le altre discipline teologiche, ognuna nel proprio campo. Le scienze umane – e la teologia tra queste – convergono in un lavoro comune tra tutti i saperi, per costruire uno spazio di convivenza umano e pacifico, pena la loro insignificanza e il fallimento della costruzione di uno spazio comune.

Nei capitoli del libro la proposta viene articolata secondo una prospettiva che delinea un metodo transdisciplinare. Nel primo capitolo, la teologa Kerstin Schlögl-Flierl mostra in che modo sia possibile per la Chiesa impostare un metodo di lavoro in dialogo con le varie voci presenti al suo interno. Un metodo sinodale, profondamente radicato in una visione positiva del dialogo. Nel secondo capitolo, la teologa Emilce Cuda evidenzia la novità emersa con il pontificato di Papa Francesco ed ora con Leone XIV, nel costruire una Dottrina Sociale che renda conto e dia speranza di fronte alle situazioni di disparità ed ingiustizia. I due primi capitoli impostano un metodo di Etica Teologica per affrontare le sfide di oggi. Il terzo capitolo del Rabbino Fernando Fishel Szlajen, presenta l’Etica del Limite. È radicata stabilmente nella sapienza ebraica e fa vedere come possegga gli anticorpi in grado di contrastare un uso strumentale della violenza, sia da parte del terrorismo, sia quando la risposta di uno Stato eccede i limiti del rispetto della dignità umana. È un capitolo con molti esempi della storia recente e analizza in maniera dettagliata i fondamenti ideologici del terrorismo di matrice islamica, considerato la più pericolosa minaccia di ordine esistenziale presente nel mondo contemporaneo rispetto alla convivenza civile.

Di fronte agli eccessi della violenza – su base religiosa e su base politica e ideologica – e di fronte agli eccessi delle risposte da parte degli Stati – come si vede in diverse fasi storiche, in Medio Oriente ed altrove – l’Etica del Limite fornisce dapprima un criterio interpretativo, quindi un metodo per impostare un superamento degli eccessi. L’Etica del Limite fa vedere come nella riflessione religiosa ebraica siano presenti elementi che consentono una ricerca della pace e la fine dei conflitti, come segno di una via perseguibile di convivenza, accettabile dal mondo religioso stesso e dal mondo laico. È la via degli ‘anticorpi umani e umanizzanti’. Il quarto capitolo affidato alla teologa Therese M. Lysaught, ci fa compiere un passo avanti nella ricerca di una visione etica di difesa della vita, da sviluppare in modo coerente. Prendendo come punto di partenza le riflessioni del cardinale Joseph Bernardin (1928-1996), comprendiamo l’attualità della visione del porporato a favore di una «etica coerente della vita» e la schizofrenia di una difesa della vita strumentalizzata da motivazioni politiche che limitano una spinta etica a tutto campo.

Nel quinto capitolo, lo psicoterapeuta Giuseppe Crea, sacerdote, rende concreto il dialogo tra la teologia morale e le scienze umane. Allargando il tema del conflitto ai conflitti nei gruppi, nelle comunità, tra le persone, fornisce un metodo di lavoro, capace di attingere alle risorse di un sapere psicologico che interviene in positivo sulla possibilità delle persone di crescere. Quando non accade, allora la fede si esprime in modo malato. Da strumento di convivenza, pacificazione, crescita umana, diventa elemento di divisione ideologica e schizofrenia mentale: si affermano dei valori a parole mentre si vive in modo completamente opposto, utilizzando la fede come metodo di manipolazione paternalista. La conclusione tira le fila delle riflessioni, cercando di procedere ancora più avanti, secondo i princìpi di base del costruttivismo radicale, affinché non si vada nella direzione di un pacifismo ingenuo o, peggio, utopistico.

In questo senso è fondamentale comprendere che chiamiamo realtà un sistema di valori, convinzioni, attività, di fronte ai quali è necessario un costante e paziente esercizio critico. La riflessione qui proposta si inscrive nella Dottrina Sociale. Se la teologia morale diventa il fulcro della riflessione per le altre discipline teologiche, allora la Dottrina Sociale ha lo stesso ruolo in riferimento al Catechismo, alla pastorale, alla vita quotidiana delle comunità dei credenti (e non solo), nei territori in cui si trovano a vivere. È una prospettiva sapienziale, per cogliere, raccogliere, interpretare i segni dei tempi in maniera dinamica. E nella parte finale si indicano delle proposte concrete per la Chiesa, per la riflessione e l’azione”.