Proprio nel giorno in cui, nelle comunicazioni al Senato alla vigilia del Consiglio europeo, aveva ribadito come il Patto Italia-Albania che ha permesso la creazione di Centri di permanenza per il rimpatrio avesse ottenuto l’ok dell’Europa grazie al Patto su migrazione e asilo voluto dalle destre di Bruxelles, per Giorgia Meloni arriva l’ennesima doccia fredda sul fronte interno.
La presidente del Consiglio aveva utilizzato la tribuna del Senato per tornare nuovamente ad attaccare i giudici che negli scorsi mesi hanno firmato i provvedimenti che hanno liberato i migranti in attesa di rimpatrio trasferiti dai Cpr italiani a quello albanese di Gjader, e a poche ore da quell’offensiva giunge da Roma un nuovo colpo al suo progetto albanese.
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“Colpa” della Corte di Appello di Roma che, in tre dispositivi emessi nelle scorse settimane, mette in discussione l’intero impianto del controverso Patto Italia-Albania firmato da Meloni col premer di Tirana Edi Rama, modificato in corso d’opera trasformando il centro di Gjader in un Cpr dalla sua funzione originaria, ovvero centro di trattenimento per richiedenti asilo in attesa delle procedure accelerate di frontiera in quanto provenienti da Paesi sicuri.
“La richiesta di convalida del trattenimento non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea”, si legge nei dispositivi emessi della Corte riguardanti tre cittadini marocchini su cui gravava un decreto di espulsione. I migranti hanno riproposto richiesta d’asilo e i giudici hanno confermato che, in attesa della loro domanda, hanno diritto a rimanere su territorio europeo.
In particolare nei provvedimenti, di cui riferisce Repubblica, i giudici della Corte d’appello di Roma affermano che “ancora oggi permangono i dubbi già sollevati rispetto alla compatibilità con l’art. 9 della direttiva europea che prevede che il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda“.