La Germania tra Trump e Xi Jinping. Le sfide interne del cancelliere Merz mentre cresce la destra neonazista. La Spd alla ricerca di una nuova Bad Godesberg. L’Unità ne discute con il professor Angelo Bolaffi. Filosofo della politica e germanista, ha insegnato Filosofia politica all’Università La Sapienza di Roma. Dal 2007 al 2011 è stato direttore dell’Istituto di cultura italiana a Berlino. È membro della Grüne Akademie della Böll Stiftung di Berlino e del direttivo di Villa Vigoni “Centro italo-tedesco per l’eccellenza europea”. È autore di numerosi saggi.
La Germania tra i dazi Usa e il dialogo con Pechino, nel vivo della missione in Cina del cancelliere tedesco Merz. Quanto si gioca Merz, e la Germania, nel tentativo di conciliare i tumultuosi rapporti con gli Usa di Trump e le aperture al Gigante cinese?
Il cancelliere Merz ha fatto un viaggio importante in India e adesso è impegnato in un viaggio dalle tante e tutte impegnative implicazioni in Cina. Non va dimenticato che prima della “Zeitenwende” (svolta epocale, la drastica inversione di rotta nella politica estera e di sicurezza tedesca, annunciata dall’allora cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz il 27 febbraio 2022 in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, ndr.), la Cina era il punto fondamentale dell’economia tedesca. Oggi si tratta di riposizionare l’economia tedesca, e quindi anche l’economia europea pensando soprattutto a quella italiana, tenendo conto di una situazione internazionale diversa, nella quale l’Europa deve cominciare seriamente e in tempi stringenti a guardarsi intorno, non solo dal punto di vista geopolitico, ma con l’imperativo ineludibile della ridefinizione del proprio modello economico.
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Tema di fondamentale prospetto strategico.
Vede, la Germania è stata accusata di essere mercantilista, di essere stata una nazione che pensava solo ad esportare e stringere all’interno, nella convinzione che la ricchezza fosse solo nel divario tra esportazioni e importazioni.
Ed oggi?
Lo scenario è totalmente cambiato. Per la Germania e per l’Europa. La Germania deve rivoltare il meccanismo e non pensare solo alle esportazioni, visto anche il caos prodotto dai dazi americani. Detto questo, c’è il problema strategico della fornitura delle materie prime, tenendo conto di un rapporto con la Cina che non è più un rapporto cordiale o comunque falsamente amichevole come era prima della “Zeitenwende”. C’è la questione cruciale del de-risking, cioè la necessità, per gli europei e i tedeschi, di ridurre le dipendenze dalle potenze esterne, in primo luogo dalla Cina, e al tempo stesso ricostruire un sistema di relazioni internazionali a prescindere dall’amico, o ex tale, americano. In questo scenario, il grande punto interrogativo riguarda l’industria automobilistica, in una fase in cui si è rovesciato il quadro…
Vale a dire?
Fino a qualche tempo fa il punto di arrivo per la classe agiata cinese era quello di possedere un’auto tedesca, oggi le vetture cinesi surclassano quelle tedesche, costringendo grandi colossi del settore, come Bmw, Audi e Mercedes, a riconvertirsi sul piano elettronico per pareggiare un ritardo che è molto forte rispetto alla Cina. Questo significa che c’è un’operazione geoeconomica che è al tempo stesso geopolitica.
L’attivismo internazionale del cancelliere Merz sta rafforzando indubbiamente il suo profilo in politica estera. Ma quanto questo ha poi una ricaduta sul consenso interno?
Questa è la domanda fatale. Intanto, le operazioni sul piano internazionale per dare dei frutti hanno bisogno di un tempo di maturazione medio-lungo, mentre il cittadino-elettore è molto “miope”, non dando a questo termine una visione del tutto negativo, nel senso che chi va a votare calcola immediatamente la situazione, la disoccupazione, il ritardo economico, l’inflazione e quant’altro. E poi c’è una questione strategica di rilevanza fondamentale…
Di cosa si tratta, professor Bolaffi?
La “Zeitenwende” non è soltanto un problema militare. Significa anche ridefinire lo Stato sociale tedesco. E affrontare di petto questa problematica porta via voti. Come del resto sta avvenendo un po’ in tutta Europa: dalla Francia di Macron alla Gran Bretagna di Starmer.
C’è una discrasia sempre più profonda e dirompente tra i tempi della politica e l’urgenza dei problemi economico-sociali.
In Germania questo è un problema molto forte.
Perché?
Perché il malessere sociale ed economico si è polarizzato verso un partito, l’AfD, che non è soltanto populista, come avviene in altri Paesi europei, ma è un partito populista neonazista. E questo per un Paese come la Germania è un rischio mortale.
Tanto più tenendo conto che per la Germania il 2026 è un importante anno elettorale. In autunno si vota in due lander importanti come la Sassonia Anhalt e il Meclemburgo-Pomerania.
Non solo in queste due regioni. Adesso, a marzo, si vota in due regioni fondamentali: il Baden-Württemberg, una regione che, dopo la Baviera, è la regione più ricca della Germania, oltre ad essere la terza più popolata. È il cuore della vecchia Germania occidentale.
E si vota anche nella Renania-Palatinato, che oltre ad essere la regione da dove veniva Helmut Khol, è una regione che paga molto la deindustrializzazione e lì gli operai, che votavano Spd, non votano Linke ma AfD. Poi ci sono le due elezioni a cui faceva riferimento, che riguardano due regioni non grandi, che insieme fanno quattro milioni di abitanti, però dal punto di vista simbolico sono molto importanti. Potrebbe darsi che l’AfD divenga il primo partito e come tale potrebbe pretendere la nomina di un presidente di regione. E in secondo luogo, porrebbe un problema drammatico alla Cdu.
In che senso, professor Bolaffi?
Merz, nel Congresso svoltosi la settimana scorsa, ha ribadito che esiste un “‘Brandmauer’”, un muro tagliafuoco verso l’AfD. Tuttavia, a un certo punto occorrerà fare un governo in quei lander. E come lo fanno? Non hanno una soluzione bis. È difficile che la Cdu riesca a recuperare consensi. Forse all’Ovest, ma all’Est mi pare molto difficile, per non dire impossibile, che riesca a impedire l’avanzata dell’estrema destra. E questo è un problema molto grosso. Tenendo conto, però, che le elezioni politiche si svolgeranno tra tre anni.
Un’affermazione della AfD che ricadute potrebbe avere nel quadro europeo?
La AfD è un partito che al tempo stesso è sostenuto da Putin e da Trump. L’unico.
Occorre mettersi bene in testa se entra in crisi la Germania non c’è possibilità né futuro per l’Europa, oltretutto in compresenza della crisi del vicino francese. Bisogna sperare che Merz tenga. Che la situazione sia “drammatica”, lo conferma il fatto che la sua vecchia nemica, Angela Merkel, ha pensato bene di partecipare di persona al Congresso della Cdu per spalleggiare Merz. La Cdu di tutto ha bisogno meno di un cancelliere, già debole nell’elettorato, ulteriormente indebolito all’interno stesso del proprio partito. Nonostante siano storici nemici, l’ex cancelliera ha pensato, e ha pensato bene, che fosse necessaria la sua presenza e infatti la sua è stata una presenza molto applaudita e che ha contribuito al risultato molto forte, oltre il 91% dei voti, ottenuto al Congresso da Merz. Il quale continua, però, a inanellare errori su errori in politica interna, mente su quella estera lavora molto bene. E poi a pesare c’è l’intervento a gamba tesa dell’America. Sia Trump, sia Vance, sia Musk, tutti insistono sulla AfD. Questo è un grave problema per un Paese come la Germania nato dall’appoggio dell’America dopo la Seconda guerra mondiale. Era un protettorato americano.
In tutta questa nostra conversazione, si è parlato del rischio dell’estrema destra, della non facile tenuta della Cdu e dell’attuale cancelliere. E la sinistra, professor Bolaffi?
La sinistra è divisa, e questo è anche uno dei motivi della debolezza del governo Merz. Sia la Spd che la Cdu sono due partiti terrorizzati dagli elettori. Della Cdu abbiamo detto, perché perde voti a favore dell’estrema destra. Ma la Spd sta messa ancora peggio, il che è tutto dire. Perché perde voti, parzialmente, nell’elettorato operaio a vantaggio della AfD, e perché a sinistra perde i voti dei giovani in direzione della Linke. Due partiti, così indeboliti, dovrebbero avere la forza e il coraggio di fare una riforma dello Stato sociale, cosa assolutamente necessaria. Dovrebbero fare ciò che fecero Schröder (cancelliere e leader della Spd dal 1998 al 2005, ndr) e Joschka Fischer (ministro degli Esteri e vicecancelliere nei governi Schröder, ndr) quando nel 1998 andarono al governo dopo Khol. Ma allora Spd e Verdi erano due partiti molto forti e in ascesa, ed ebbero il coraggio di fare le riforme, anche molto “impopolari”. Avevano le spalle grosse. Oggi è un problema. È una sorta di circolo vizioso. Quanto meno hai coraggio e forza, tanto più l’elettore diffida e se ne va. La Spd ci prova ma è molto divisa. Lo è perché bisogna toccare due cose che sono nell’animo della socialdemocrazia tedesca, cioè l’immigrazione e lo stato sociale. Questioni molto delicate e complicate per un partito di sinistra. Dovrebbero avere la forza e il coraggio di dire diventiamo un’altra cosa. Come divenne dopo Bad Godesberg. Ma allora c’era Willy Brandt. Ci vogliono leader, forza e soldi. Sì, soldi. Perché le riforme, quando sono strutturali, costano, anche quando mirano al risparmio.