Il Festival di Sanremo, condotto quest’anno da un pervicacemente, di più, studiatamente normalizzatore Carlo Conti, consacrato alle atmosfere del governo di Giorgia Meloni, ritiene che, accanto al vittimismo passivo-aggressivo caro proprio al personale dell’attuale esecutivo, l’arma del pudore politico sia probabilmente la più giusta e sensata, forse anche, pensando al cinema nella retorica mussoliniana nei giorni dell’inaugurazione di Cinecittà, “la più forte”, magari, va da sé, insieme a un bisogno pervasivo, ripeto, di controllo capillare del pensiero e delle sue icone.
Oppure, depotenziando ogni possibile accusa, pensando alla cancellazione della testata di un noto giornale, si sarebbe trattato unicamente di timore reverenziale che si affida, supponiamo, a un bisogno di amputazione destinata alla riscrittura della storia stessa? In verità sembrerebbe proprio di sì. Ciò vale per le canzoni, vale per i testi volanti affidati al conduttore e alla sua compagna di scena temporanea e, s’intende, agli stessi ospiti che accompagnano l’ordinario, sovente segnato dal tedio, svolgimento spettacolare, vale ancora, come si è tragicamente notato, per estensione, dato assai più problematico, per la storia politica e culturale stessa del Paese, meglio, come direbbero i nuovi arrivati a occuparne il Palazzo, della “Nazione”.
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Un istante dopo, fatte le dovute misure e proporzioni, scendendo nel più prosaico e piccino dei dettagli in sovraimpressione, occorre subito immaginare gli autori secondari del festival, attenti estensori della “scaletta” sanremese, alle prese con l’intento formale, metti, di offrire al pubblico una finestra “storica” destinata a commemorare il referendum del 2 giugno del 1946 per decidere tra monarchia e repubblica. Vinse la repubblica, possibilmente democratica e antifascista, sorta dalle giornate della guerra di liberazione dal nazi-fascismo, sia detto per inciso pensando ai distratti o, peggio ancora, a chi voglia negare che sia stata la pagina migliore da ricordare, magari fuori da ogni tentativo di riabilitazione sia pure progressiva del “tesoretto” identitario fascista. Di questi tempi a pensar male non sempre si va fuori strada.
Bene, restando a passeggiare nel vialetto infiorato del pudore che sconfina nella censura, appare davvero singolare che uno scatto fotografico da risaputo sussidiario epocale, iconicamente attestato nella nostra fotostoria nazionale, dove appare una copia de l’Unità sollevata in segno di vittoria referendaria sia stato “depurato” della testata stessa del quotidiano allora “organo del Partito comunista italiano”. Meglio, “sbianchettata”, abrasa, quasi a consegnare a un regno fantasmatico l’esistenza, ripeto, storicamente conclamata di quel giornale, e dunque del contributo dato alla conquista della democrazia dai comunisti di Palmiro Togliatti, Luigi Longo e mettiamoci anche Pietro Secchia, dai! Sia pure nell’apparente casualità, immaginando un semplice infortunio “grafico”, ciò che è accaduto, ossia quel bianco fantasmatico che sa di acido muriatico politico corrosivo è forse la dimostrazione politicamente plastica dello stato attuale della Rai appaltata alla destra meloniana.
Probabilmente non è stato affatto necessario che l’input, come dire, censorio giungesse dal Palazzo che ha cura di trovare impronunciabile tutto ciò che rimandi alla “festa grande d’Aprile” e pagine successive fino all’avvento della democrazia repubblicana, probabilmente le persone cui è stata affidata la cura grafica dei materiali documentativi hanno fatto tutto da soli, magari con un intento “ecumenico”, resta tuttavia che la cancellazione della testata de l’Unità di quei giorni stride agli occhi dei più avveduti, al punto da far pensare appunto all’intento di rendere fantasmatico ciò che invece ha avuto luogo nelle piazze in quei giorni di ottant’anni fa. Torna in mente una poesia di Bertolt Brecht dove si narra di una scritta apologeticamente “comunista” apparsa su un muro, dapprima cancellata, poi raschiata via, fino al punto da giungere alla richiesta di abbattimento materiale del muro stesso da parte dei solerti uomini d’ordine affinché non ne restasse traccia, memoria, parvenza. O magari si dirà che è stata tutta colpa dell’Intelligenza artificiale salvando così capra, cavoli e fiori dell’addetto alla grafica di sfondo di un festival che con questo episodio sta dando prova, al di là del tedio già rilevato, d’essere l’indicatore puntuale dello spirito del tempo.