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La legge elettorale di Meloni & Co. è uno sfregio alla Costituzione: la destra prova a blindare il voto

Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse

La destra ha trovato l’accordo sulla legge elettorale, particolari per nulla secondari e ancora da definirsi a parte. Nella fretta, in una notte brava illuminata a turno da Sanremo e dalla Champions, le delegazioni dei quattro partiti di maggioranza convenute nella sede FdI di via della Scrofa si sono dimenticate di accordarsi anche con la Costituzione. Così com’è la proposta di legge, che il Pd ha già definito laconicamente “irricevibile” fa a pugni con le sentenze della Corte costituzionale e con l’intervento dell’allora presidente della Repubblica Ciampi sul premio di maggioranza al Senato nella legge poi passata alla storia come Porcellum.

I passaggi a forte rischio di cestinamento da parte della Consulta sono diversi. Il primo e forse il meno sormontabile è l’indicazione del nome del premier nel programma e non come in precedenza ipotizzato sulla scheda elettorale. La formula è studiata per ovviare al veto di Lega e Fi, dovuto alla pura convinzione che il nome di Giorgia sulla scheda avrebbe spinto anche elettori dei loro bacini a barrare il simbolo del partito della candidata premier. Meno vistosa, l’indicazione nel programma risolve il problema. Del resto l’interesse della destra in quel passaggio è soprattutto legato al danno che può provocare agli avversari. Indicazione o meno, chi sarà la candidata della destra lo sanno tutti. Per il Campo Largo, con un Conte deciso a non accettare la candidatura Schlein, il problema è invece grosso e potenzialmente enorme. In questo modo però si introduce l’elezione diretta di fatto, sottraendo al capo dello Stato il compito che costituzionalmente gli spetta di incaricare lui il presidente del Consiglio. È vero che l’indicazione nel programma non sarebbe vincolante ma il condizionamento sarebbe comunque eccessivo.

Il secondo limite è nel premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato che andrebbero alla coalizione che prende più voti superando il 40%. Ove due coalizioni si trovassero entrambe nella forbice tra il 35% e il 40%, ipotesi futuribile perché dovrebbero essere in campo tre coalizioni, si procederebbe col ballottaggio, per non lasciare il premio vacante. Resta però il fatto che il premio andrebbe comunque alla coalizione vincente, che se arrivasse a un 55%, ad esempio, si troverebbe grazie al bonus a disporre di una maggioranza bulgara. Ma a palazzo Madama c’è anche la nota dolente di quella norma costituzionale che impone l’elezione dei senatori su base regionale, mentre qui è nazionale. Ciampi aveva imposto al governo Berlusconi, nel 2006, di suddividere il premio regione per regione, e in questo modo era svanita la chimera di una maggioranza certa al Senato. Gli ingegneri elettorali della destra ritengono di aver aggirato l’ostacolo con la ripartizione su base regionale dei 35 senatori eletti col premio su base nazionale. Si vedrà se l’espediente sarà giudicato sufficiente dai giudici della Corte.

La soglia di sbarramento al 3% è molto bassa. Non perché la destra italiana abbia scoperto le meraviglie del pluralismo e della rappresentanza davvero proporzionale ma per spianare la strada a Calenda, che con la sua formazione ruberà voti al Campo. Nel frattempo però Vannacci si è svincolato dalla Lega e la rosa ha pertanto almeno una spina acuminata: facilitare a vita a Calenda significa inevitabilmente fare lo stesso per Vannacci, che invece i voti li scipperà tutti e solo a destra. Fi ha chiesto e ottenuto che entri in Parlamento anche il primo partito sotto il 3% purché abbia superato l’1%. È una norma disegnata a misura di Noi moderati, il partito di Lupi, i cui candidati non occuperebbero così posti nelle liste di Fi.

L’aspetto forse più critico del progetto è l’ennesima bocciatura delle preferenze a favore dei listini bloccati. A insistere è stata soprattutto la Lega che vorrebbe ora portare da 49 a 60 le circoscrizioni elettorali portando i listini dagli attuali 6 candidati a 4. Ma, tenendo conto che anche nei listini per il premio di maggioranza a decidere i nomi di chi entra in Parlamento sarebbero le segreterie di partito, questa formula affiderebbe ai leader di partito una sorta di potere di nomina quasi assoluto.