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Morto suicida in carcere a Palermo, lo Stato dovrà risarcire 700mila euro ai familiari: non fu fatto nulla per evitarlo

Morto suicida in carcere a Palermo, lo Stato dovrà risarcire 700mila euro ai familiari: non fu fatto nulla per evitarlo

Poco meno di 700mila euro, per la precisione 669.802 euro. È la cifra che il Ministero della Giustizia dovrà risarcire alla famiglia di Samuele Bua, giovane detenuto di 29 anni morto suicida nel carcere Pagliarelli di Palermo il 4 novembre del 2018.

Una vicenda straziante che ha spinto i familiari di Samuele a chiedere giustizia. L’hanno ottenuta parzialmente, vedendosi riconosciuti dal tribunale civile di Palermo il risarcimento da parte del ministero. Per la giudice Cinzia Ferreri della terza sezione Civile l’amministrazione carceraria “non ha adottato le misure necessarie per scongiurare il suicidio, pur in presenza di rilevanti ragioni di allarme”, come si legge su Repubblica.

Samuele era in carcere in attesa di giudizio: era entrato al Pagliarelli nel maggio 2018 a seguito di un arresto per aver aggredito madre e una delle sorelle che gli avevano negato i soldi per la droga. Affetto da schizofrenia paranoide, tossicodipendente, Samuele Bua in quei sei mesi aveva più volte tentato il suicidio in cella.

In effetti per Bua era stato disposto qualche mese prima del suicidio il trasferimento nella struttura di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina dedicata ai detenuti affetti da gravi patologie psichiatriche: trasferimento che era stato accettato ma per questioni burocratiche non è mai avvenuto.

Il 29enne un mese prima del suicidio venne anche messo in una cella singola. Per la morte di Samuele erano finiti sotto inchiesta due medici del carcere, accusati per non ver colto il disagio del giovane: entrambi sono stati assolti, come richiesto dalla stessa procura in fase processuale.

“Tutti sapevano dei problemi psichiatrici che Samuele aveva eppure, inspiegabilmente, ha usato dei lacci per porre fine alla sua vita, lacci che non avrebbe dovuto avere. La verità è che la politica finge di non sapere i disagi che vivono i detenuti e non affronta il problema, tranne casi sporadici. Sovraffollamento, mancanza di adeguate cure, assenza di possibilità di lavoro, scarsi contatti con i familiari per i fuori sede. In Sicilia – conclude Apprendi – a fronte di migliaia di casi di detenuti con problematiche di salute mentale esistono soltanto due Rems con un centinaio di posti. Tanti ragazzi come Samuele Bua dovrebbero trovare spazio in strutture alternative al carcere per potersi curare”, racconta Pino Apprendi, Garante per i detenuti della città di Palermo e già presidente di Antigone Sicilia.