Paolo Ciani, segretario nazionale di Demos – Democrazia Solidale, Vicepresidente del gruppo PD-Idp alla Camera dei deputati.
“Quando la giustizia risponde al potere i cittadini restano soli”. È il titolo di una riuscita iniziativa che l’ha avuta tra i protagonisti. Tema che rimanda al referendum del 22-23 Marzo. Qual è la vera posta in gioco del referendum?
Il titolo dell’iniziativa che, come Demos, abbiamo promosso non è casuale; descrive esattamente quello che per noi è il cuore del problema: il rischio di una giustizia influenzata dalla politica fa sì che i cittadini, soprattutto i più vulnerabili, possano restare privi dell’unica protezione che può davvero tutelarli, una magistratura indipendente. È quello che l’Assemblea costituente dopo vent’anni di dittatura ha voluto cristallizzare nella Costituzione: l’equilibrio dei poteri che tutelasse anche i giudici, e quindi la loro libertà di giudizio, dinanzi al potere politico. Ed è proprio questa la posta in gioco del referendum. Qui non si tratta di un intervento tecnico. Si tratta di decidere come vogliamo che si distribuiscano i poteri dello Stato. È vero che in altri Paesi esiste la separazione delle carriere, ma quegli ordinamenti hanno storie differenti, si reggono su equilibri istituzionali completamente diversi, con forme di governo diverse dalla nostra, è dunque inutile fare paragoni. In questa riforma lo schema mi appare chiaro: rafforzare l’accusa indebolendo chi giudica. Non troveremo scritto nella riforma che questo porterà ad un PM più influenzato dalla politica, ma è quello che potrebbe accadere e non vedere questo rischio mi preoccupa molto. Soprattutto quando al Ministro che la propone sfugge la frase che la riforma “gioverebbe anche all’opposizione nel momento in cui andasse al governo”. Peraltro, la riforma arriva in un momento preciso: attacchi continui del governo alla magistratura, altre due riforme – autonomia differenziata e Premierato – che “smontano” la Costituzione, decreti sulla sicurezza e sull’immigrazione che aumentano i poteri di polizia dello Stato. Ma ai cittadini dicono che la riforma sulla separazione delle carriere serve per una giustizia più efficiente…quando poi sono gli stessi esponenti del governo a dirci che così non è: “chi controlla la magistratura?” si chiede Nordio mentre sostiene che la magistratura resterà indipendente, “Ma chi l’ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e l’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere”, ci dice candidamente la senatrice avvocata Giulia Bongiorno. Se vuole posso continuare.
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Prego.
Per arrivare al recente intervento di una collega della Lega che, durante un evento del suo partito attacca il ministro della Giustizia della sua maggioranza dicendo che “certe cose è meglio dirle nei salotti e non in pubblico”. E trovo gravi le sortite di alcuni esponenti della maggioranza che strumentalizzano gravi episodi di cronaca, come la vicenda di Rogoredo, per attaccare la magistratura ed invitare a votare Si al referendum: nel caso specifico un boomerang, ma siamo a questo livello?
Il governo sostiene che votare Sì è segno di cambiamento. Lei che di giustizia giusta si è occupato da sempre, che da parlamentare ha visitato le carceri italiane, cosa risponde?
Dire che votare Sì rappresenti il “cambiamento” è una semplificazione che non aiuta nessuno. Anche perdere il lavoro o ammalarsi è un cambiamento, ma di certo non è positivo. Temo che questa riforma porterebbe un cambiamento negativo, una giustizia diseguale e sicuramente non la giustizia in cui credo. Per quanto possa sembrare lontana dalla vita dei cittadini, la riforma impatterà ognuno di noi: se un operaio deve fare causa ad una grande impresa, la sua forza e garanzia risiede nell’avere di fronte un magistrato libero e svincolato da qualunque influenza politica e dal potere economico. L’indipendenza della magistratura non è un tecnicismo: è la garanzia minima che ciascun cittadino — dal più potente al più vulnerabile — venga giudicato secondo la legge e non secondo gli equilibri politici del momento. Questa riforma – che non è la riforma “della giustizia”, sia ben chiaro – non risolve ne migliora nessuno dei reali problemi della giustizia nel nostro Paese: non velocizza i processi, non aumenta le risorse, non snellisce le procedure. Per non parlare poi della drammatica condizione delle carceri, caratterizzate da sovraffollamento e carenza di personale. Se davvero volessimo produrre un “cambiamento” positivo, dovremmo partire da qui: investire risorse, modernizzare, assumere personale, ridurre i tempi, sostenere chi ogni giorno manda avanti questo sistema. Ed è proprio questo il punto politico: non serve una riforma che metta in discussione l’indipendenza dei magistrati. Non serve modificare la Costituzione per meno di quaranta passaggi all’anno su oltre novemila magistrati totali. E già questo, da solo, dovrebbe far capire con chiarezza da che parte stare quando si parla di giustizia e di democrazia.
Dal decreto sicurezza a quello sull’immigrazione. Siamo ad una nuova torsione autoritaria del governo Meloni?
Sicurezza ed immigrazione sono due temi su cui sicuramente questo governo ha fallito. Continua a fare leggi per rincorrere la sua stessa propaganda e mascherare gli insuccessi.
Si sceglie sempre di irrigidire pene, introdurre nuovi reati e accentuare la discrezionalità delle forze dell’ordine. Dov’è la sicurezza quando nel 2025 sono morte 1.093 persone sul posto di lavoro? Quando in troppi rinunciano alle cure per mancanza di risorse economiche? Quando negli ultimi dieci anni i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 25% e gli stipendi sono rimasti uguali? Sono gli immigrati i colpevoli di questo? Non mi sembra! Eppure, i primi “nemici” sono sempre loro, additati di ogni colpa. Nel frattempo, il governo fa un decreto flussi da 500mila ingressi: se non è propaganda questa… Così, si evocano blocchi navali, rimpatri accelerati, restrizioni ai ricongiungimenti. Ma nelle migrazioni, il nemico non sono le persone, ma l’illegalità che cresce dove mancano vie legali e politiche di integrazione adeguate. Poi c’è la libertà di pensiero, la libertà di manifestare e di dissentire: e mi sembra che qui si delinei un nuovo nemico, i giovani, che manifestano le loro idee, pericolosi e facinorosi, ormai diventati un unico grande calderone che non distingue più niente, ogni dissenso è sbagliato e va silenziato. Chi oggi manifesta viene trattato sempre più come una minaccia interna: si aumentano sanzioni e pene, si ampliano i margini di intervento delle autorità e si vorrebbero introdurre persino fermi preventivi basati su criteri generici. Norme purtroppo utilizzate nella storia per controllare il dissenso. Leggi che rischiano di comprimere il diritto di protestare, un diritto che ha segnato la democrazia del nostro Paese. Sappiamo che limitare il dissenso non porta maggiore sicurezza, ma meno libertà. Dissento dalla violenza, che ho sempre condannato: ma quando un episodio di violenza diventa il pretesto per generalizzazioni, allora la politica smette di svolgere la sua corretta funzione. E questo non credo aiuti nemmeno le forze dell’ordine, che hanno bisogno di organici, formazione, risorse, non di norme che aumentano tensione e conflitto. Il personale in divisa ha bisogno di essere messo nelle condizioni di lavorare meglio, non di essere bersaglio della frustrazione sociale. Lo stesso approccio punitivo ricade sui minori: il decreto li considera quasi un problema da controllare, irrigidisce le pene e crea nuovi reati, mentre le carceri minorili sono al collasso, aggravate dagli effetti del Decreto Caivano. Intanto le vere emergenze giovanili — solitudine, depressione, precarietà, emigrazione — restano senza risposte. Davanti a un Paese che perde i suoi figli, il Governo risponde con slogan.
Altro tema di strettissima attualità è quello legato al Board of Peace voluto da Trump. Un board zeppo di dittatori, autocrati, affaristi. E la presidente del Consiglio bramava farne parte.
La presidente del Consiglio aveva detto esplicitamente che c’era “un problema costituzionale” relativamente alla partecipazione dell’Italia, effettivamente basterebbe leggere l’art.11 della Costituzione in cui si legge che “… [L’Italia] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La nostra Costituzione parla molto chiaro e il Governo ha deciso deliberatamente di aggirarla per partecipare in qualità di ‘osservatore’ ad un organismo in cui le “condizioni di parità con gli altri Stati” di certo non esistono. Il tema della pace e quello della pace a Gaza è argomento molto importante per essere affrontato con superficialità. Ed in teoria qualunque iniziativa che vada nella direzione di fermare i conflitti e trovare soluzioni positive è da prendere in considerazione. Il problema è che la decisione del presidente Usa è stata quella non di utilizzare la forza e l’influenza del suo Paese nei consessi internazionali formali, ma di creare una “struttura privata” di cui si è autoproclamato presidente a vita, che non si capisce quanto risponda alle necessità di giustizia e pace piuttosto che a quelle del business. Già i “dubbi” espressi dai grandi Paesi europei e dal Vaticano dovrebbero far riflettere sul fatto che la contrarietà a partecipare al Board non è ideologica. In un tempo in cui i rapporti e gli interessi tra Usa ed Europa sugli scenari internazionali subiscono scossoni quotidiani, credo che l’Italia debba riprendere il ruolo che l’ha sempre caratterizzata: motore dell’unità europea e protagonista di diplomazia e dialogo. Non credo che partecipare al Board of Peace con una formula che nemmeno esiste – quella di “osservatore” – sia il ruolo che spetta al nostro Paese. Mi lasci concludere con un pensiero di vicinanza e solidarietà alla martoriata Ucraina che vive in questi giorni il quarto anno di guerra dall’invasione russa del 2022. Credo che anche su questo scenario Italia ed Europa, oltre che solidarietà e sostegni, dovrebbero trovare voglia e coraggio per iniziative diplomatiche volte al raggiungimento del cessate il fuoco e della pace, senza dover rimanere “osservatrice” di ciò che fanno gli altri.