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Dazi, Trump rilancia dopo la sentenza della Corte Suprema: nuove imposte al 15% e minacce di indagini contro i Paesi “ostili”

Dazi, Trump rilancia dopo la sentenza della Corte Suprema: nuove imposte al 15% e minacce di indagini contro i Paesi “ostili”

Di dubbi ce n’erano pochissimo. Donald Trump, nonostante la decisione della Corte Suprema sui dazi da lui imposti, non intende arretrate o arrendersi. Dopo la sentenza dei nove giudici, di cui sei conservatori (e tre nominati dallo stesso Trump) che hanno giudicato illegittimi gran parte dei dazi introdotti negli ultimi mesi dalla Casa Bianca, il governo sta già lavorando per reintrodurli almeno in parte.

La prima mossa è stata quella, annunciata poche ore dopo la sentenza, di imporre nuovi dazi generalizzati: prima al 10 per cento, poi nell’arco di sole 24 ore rialzati nuovamente, fino al 15 per cento. Tariffe che dovrebbero entrare in vigore la mezzanotte del 26 febbraio (le 6 del mattino in Italia) ma che potranno restare in vigore per un massimo di 150 giorni, quando poi dovranno essere approvati dal Congresso. Questo perché la Corte Suprema ha bocciato il ricorso da parte di Trump all’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act, ndr), una legge sui poteri economici di emergenza del 1977 invocata come base per imporre i dazi ai partner economici degli Stati Uniti, evitando il ricorso al Congresso.

La sentenza di venerdì non impedisce però a Trump di ricorrere ad altre leggi per imporre nuovi dazi. Per applicare quelli generalizzati al 15 per cento annunciati dalla Casa Bianca nel weekend, l’amministrazione sta ricorrendo al Trade Act del 1974, che riconosce al presidente questo potere con alcune limitazioni, come il limite del 150 giorni.

La Casa Bianca ha poi annunciato di voler avviare indagini contro alcuni Paesi specifici, accusati di concorrenza sleale: il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer ha spiegato che Trump, oltre ai dazi, potrebbe spingersi a decisioni più radicali quali l’embargo contr un Paese.

Sullo sfondo c’è ovviamente la incredibile confusione che domina tra mercati e cancellerie, incertezza evidente anche sui mercati internazionali. Ad oggi infatti non è chiaro cosa accadrà a quei Paesi che negli scorsi mesi aveva siglato accordo commerciali con gli Stati Uniti per evitare dazi troppo alti, cedendo ai “ricatti” dell’amministrazione Trump, e che ora si vedranno applicati i nuovi dazi al 15% maggiori di quelli che erano già in vigore. È il caso per esempio di Australia e Regno Unito, che avevano negoziato dazi del 10 per cento.

Ancora più dirimente, in particolare per le casse statunitensi e per la tenuta del bilancio di Washington, è la questione legata alla possibilità che la Casa Bianca sia costretta a rimborsare gli oltre 150 miliardi di dollari in dazi che sono stati pagati dagli importatori statunitensi nei mesi scorsi, prima della sentenza, e sono stati incassati dal governo statunitense. Su questo punto la Corte Suprema non è intervenuta ordinando al governo di agire in tal senso, ma molte aziende si stanno già muovendo legalmente per ottenere i soldi indietro.