Non paga di essersi attirata gli strali del presidente della Repubblica che ha anzi sfacciatamente sfidato sparando ancora ad alzo zero contro i giudici rei di aver deciso un risarcimento per il proprietario della SeaWatch, Meloni mette a segno una doppietta leggendaria con lo shampoo che le giunge direttamente d’Oltralpe, dove Macron l’ha spedita senza mezzi termini al suo paese, l’Italia. Motivo della contesa l’uccisione di Quentin Deranque, attivista di estrema destra di 23 anni linciato a Lione da un gruppo di persone mascherate, sul quale è intervenuta la premier. Forse a corto di brigatisti autoctoni da mettere alla gogna in casa propria nonostante le acrobazie di Piantedosi, Meloni aveva tenuto a chiosare a proposito dei fatti francesi che “la morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse Nazioni, è una ferita per l’intera Europa”. Al che si è beccata la piccata replica dell’inquilino dell’Eliseo. Che ha invitato l’empatica collega a “smettere di commentare ciò che sta accadendo altrove”. Ma il fendente più acuminato è arrivato subito dopo, quando Macron ha aggiunto da Nuova Delhi: “Lasciate che tutti restino a casa e le pecore saranno ben custodite”. “Sono sempre colpito dal fatto che i nazionalisti, che non vogliono essere disturbati nel proprio Paese, siano i primi a commentare ciò che accade altrove”, ha infine sibilato. Dopo dichiarazioni siffatte, Palazzo Chigi si esercita nella specialità olimpica di cui è medaglia d’oro: il vittimismo. Meloni ha infatti lasciato trapelare “stupore” e “dolore”, perché voleva soltanto “esprimere cordoglio per un ragazzo di vent’anni ucciso”. Mica fare propaganda sulla pelle di un morto. Non sia mai fosse stata fraintesa.
Ma se la querelle francese è destinata a un rapido oblio, quella che tiene banco nella maggioranza è la questione con il Quirinale, che ha tutta l’aria di essere destinata a ulteriori nuovi sussulti, prima, durante e dopo il referendum. Per tre anni e mezzo Giorgia Meloni ha fatto il possibile per evitare scontri troppo aspri con il presidente della Repubblica. Poco importa quanto il capo dello Stato sia considerato ormai quasi un nemico dalla cerchia ristretta che la attornia. La leader di FdI ha esperienza e acume politico sufficienti per sapere che, nel sistema italiano, entrare in conflitto con il presidente è di solito per i governi esiziale.
La dissennata sortita di Nordio contro il “sistema paramafioso” del Csm l’aveva tanto irritata anche per questo. Eppure, subito dopo il discorso di Mattarella di fronte al plenum della magistratura, cioè subito dopo il gesto più drastico e clamoroso del capo dello Stato in 11 anni di permanenza al Quirinale, proprio lei non ha esitato a lanciarsi in un nuovo violentissimo affondo contro la magistratura, rea in questo caso di aver dato tutte le ragioni con tanto di risarcimento alla nave Ong Sea Watch. Per certi versi quella della premier è una scelta estrema, conseguente alla percezione di quanto alto sia diventato il rischio di perdere il referendum. A fare la differenza, dicono in coro analisti e sondaggisti, può essere la divergente forza della motivazione nei rispettivi elettorati: poderosa nel centrosinistra, tiepida a destra. Il merito della riforma lo capiscono in pochi e interessa pochissimi, dall’una e dall’altra parte. Ma l’elettorato d’opposizione sente di avere tra le mani un’arma potentissima per azzoppare una premier sin qui al galoppo e piazzare una seria ipoteca sulle elezioni del 2027. Senza contare la spontanea solidarietà che, dopo tre decenni e passa di schieramento sempre a favore del potere togato, buona parte degli elettori di sinistra provano nei confronti della magistratura.
A destra quella spinta è molto meno forte, il carattere molto tecnico della riforma non infiamma, il carisma di Nordio, testimonial numero uno del Sì, è rasoterra. La premier però non può rimpiazzarlo, sia perché a quel punto le già esigue possibilità di sganciare le sorti del governo da quelle della riforma in caso di sconfitta scomparirebbero, sia perché è in realtà completamente digiuna in materia di riforma della magistratura. Non saprebbe letteralmente cosa dire. Dunque, per motivare il suo elettorato spingendolo verso le urne il 22 e 23 marzo, ha letteralmente sovvertito la cifra della sua propaganda. Non spara a zero sull’invasione di campo della magistratura in quanto tale, non nomina mai, per scelta consapevole presa con i pochissimi di cui si fida, il referendum. Rispolvera la vecchia polemica contro le “toghe rosse”. Giorgia vuole che la base di destra vada a votare non per separare le carriere dei magistrati ma per blindare i confini e passare alla tolleranza zero nelle città italiane. Ripete e sempre più ripeterà alla sua gente che il voto è contro quelli che liberano migranti, risarciscono le Ong, vanificano con le loro sentenze il progetto di esternalizzazione dei centri dove rinchiudere clandestini che passa per l’esperimento pilota dell’Albania.
È probabile che la premier, politica astuta e navigata, sia consapevole del prezzo e dei rischi che questa strategia comporta. Il prezzo è perdere quella quota significativa dell’elettorato di centrosinistra che voterebbe per la separazione delle carriere ma non per il significato opposto a ogni garantismo che la premier ha assegnato alla prova. Il rischio è che, per quanto evitando di parlare di referendum la premier provi a sganciare la sua sorte da quella del quesito, una sconfitta suoni come sconfessione popolare della sua intera visione politica, non limitata alla riforma della magistratura. Meloni ha scelto di pagare quel prezzo e di correre quei rischi perché la poderosa avanzata del No, che nella peggiore delle ipotesi ha recuperato una decina di punti percentuali in meno di due mesi, le ha dimostrato quanto la scelta del Campo Largo di politicizzare al massimo la sfida si stia dimostrando vincente. Lei non può fare altrettanto, perché significherebbe mettere in gioco la sopravvivenza stessa del suo governo in caso di sconfitta. Dunque gioca la carta che sin qui si è sempre rivelata vincente per la destra in tutto l’occidente: la chiamata alle armi contro l’immigrazione e contro i giudici “progressisti” che, nella sua narrazione, impediscono di contrastarla. E dato che palazzo Chigi ha organizzato un sistema di monitoraggio delle intenzioni di voto a maglie strettissime, se nelle ultime settimane il rischio sarà ancora altissimo è presumibile che la premier metta da parte anche le residue e peraltro scarse prudenza. Mattarella o non Mattarella.