È tornato il Letta minor, in connessione sentimentale con gli arditi da tastiera schierati contro Bastoni, gran simulatore del pallone. Peccato che il condottiero virtuale, appena ridestato dal fischietto di San Siro, abbia invece sonnecchiato nel fatidico settembre del 2022, ancora tramortito dal tintinnio della campanella di Rignano. In una folle corsa in solitaria, ostile a ogni tentativo di coalizione, il segretario pisano spianò la strada alla marcetta degli scaltri dissimulatori di Colle Oppio, cultori di ben altre giacchette nere. Proprio grazie alle manie solipsistiche del professore sottile conteso dai formatori di teste d’uovo di Franza o Spagna, la destra radicale occupa saldamente il Palazzo e, alternando ambizioni di esercizio di una pervasiva influenza simbolica a telecronache olimpiche grottesche, minaccia di voler rimanere in sella per almeno un altro quinquennio.
Per niente educata alle buone maniere dai viaggi transcontinentali e dalle frequentazioni colorate delle cosiddette élite del pianeta, Giorgia Meloni traccia un inconfondibile confine identitario che molto inquieta per le minacciose radici ritrovate. Rivendicando l’appartenenza ideale al mondo delle milizie Maga, ha voluto ribadire che le sue credenze attorno ai valori ultimi, apparentemente riverniciate, rimangono in realtà quelle di sempre. Il (per lei) dolce stil nero, propagato direttamente dall’amministrazione Usa che riesuma una polizia privata per le deportazioni e smercia la teoria della sostituzione etnica dei bianchi, è un regalo del cielo a stelle e strisce perché risparmia l’archeologia polverosa tra le vestigia del Ventennio.
Quella che con un eufemismo Meloni chiama “cultura Maga” è davvero il concentrato di tutti i cattivi pensieri che accompagnano l’agitazione reazionaria divampata a Washington. I gentiluomini che parteciparono all’assalto al Campidoglio nel 2021 esibivano “una forca in legno improvvisata, con scale e una corda, eretta sul Mall, magliette ‘Camp Auschwitz’, un mare di cappelli Maga. Nella folla frenetica alcuni urlavano ‘Impiccate Mike Pence!’, ‘Sparate ai politici’, ‘Lottate per Trump’ e ‘America first!’: una frase resa popolare nel 1940 dai simpatizzanti nazisti degli Stati Uniti” (Stanley A. Renshon, Peter Suedfeld, The Trump and Harris Doctrines, Springer, 2024).
Se il piffero della violenza, per cadenzare il passo dei pistoleri delle milizie private, viene impugnato proprio nella capitale dell’Impero, nelle periferie della vecchia Europa le danze rischiano di essere ancora più cariche di fuoco. La fuga verso il regno della illibertà trumpiana prevede codici di sorveglianza e decreti di repressione, misure illegittime di espulsione, riduzione dei pubblici funzionari a braccio armato dell’esecutivo, manipolazione del congegno elettorale e mito del capo (da noi sotto forma di riforma del premierato). La nuova destra mondiale ha un serio dilemma esistenziale quando il voto popolare la invita a sloggiare. In Brasile, allorché la cattiva stella di Bolsonaro si eclissò, i seguaci tentarono un golpicino. Anche il primo Trump abbozzò una prova di forza dinanzi all’invito popolare a lasciare la Casa Bianca.
Altro che una variante di Angela Merkel cresciuta tra le celtiche, come amavano infiorettare i grandi giornali, Meloni intende essere un affidabile viceré, che in qualità di rappresentante amministra il riottoso continente sotto lo scudo delle balle spaziali di Trump e delle innovazioni dei tecno-capitalisti alla Thiel o alla Musk con le loro ambizioni predatorie. Per mostrarsi obbediente, al primo mormorio dello Studio Ovale, dichiara che la Groenlandia è un pezzo di ghiaccio minacciato da Russia e Cina. Che in Venezuela, con il rapimento di Maduro e l’uccisione di alcune centinaia di guardie, si è celebrato il trionfo del diritto internazionale, così come a Gaza. Gli atti terroristici e i raid di aggressione contro potenze ostili diventano, per Meloni, delle legittime misure di difesa preventiva.
Con lo slogan tartufesco di “partecipare senza aderire”, la premier invia il maldestro inquilino della Farnesina alla riunione inaugurale del comitato d’affari pudicamente denominato “Board of Peace”: l’anti-Onu creato da Trump, un organismo asimmetrico di stampo patrimoniale in cui il presidente americano vanta diritto di veto. Palazzo Chigi chiede di aggiungere un posto a tavola, sgomitando tra le motoseghe di Milei e quelle delle petromonarchie, con la benedizione delle mani immacolate di Netanyahu. Mentre sotto i fragori della guerra mondiale a pezzi l’internazionale nera stringe nuovi assi, il redivivo Letta, “cittadino arbitro” ma non nel senso del maestro democristiano Roberto Ruffilli, ha persino il tempo per bacchettare a furor di social quel grande asso di Bastoni.