Forza Italia, cioè il partito più liberale tra i partiti di governo, si prepara a presentare un progetto di legge per istituire un nuovo reato: violenza ferroviaria. Abbiamo perso il conto di quanti nuovi reati sono stati introdotti nel codice penale dal governo Meloni. Il quale ha già varato sette decreti sicurezza. Cioè misure di legge che alzano un pochino il livello della repressione e proporzionalmente abbassano l’asticella delle libertà.
La stessa premier recentemente ha indicato alla magistratura il reato del quale imputare un ragazzo fermato dopo gli scontri tra manifestanti e polizia a Torino, assumendo il ruolo inedito di capo della magistratura. E in più occasioni si è lamentata di una magistratura troppo indulgente coi sospetti e soprattutto troppo tenera con gli immigrati, visto che – anche se sporadicamente – succede che un giudice si rifiuti di imprigionare in un Cpr uno straniero che non ha commesso reati e che chiede asilo politico. Poi c’è la protesta – anzi l’indignazione – del governo, compatto, per la scarcerazione di un ragazzo che era accusato di violenza contro la polizia ma senza che queste accuse fossero sostenute da indizi.
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La magistratura l’ha scarcerato perché è probabile che sia innocente, ma la destra sostiene che di fronte alla gravità del reato – è stato pestato un agente – qualcuno comunque deve essere sbattuto in galera, e che poi questo qualcuno sia o non sia proprio quello che ha aggredito l’agente conta poco. Il governo sostiene che una magistratura che si appiglia al cavillo della mancanza di indizi per mandare libero un manifestante è una magistratura imbelle o, peggio, politicizzata e perciò ostile al governo. Tutto ciò non è del tutto illogico. È la normale conseguenza del successo elettorale della destra e della destra estrema alle elezioni del 2022. È cosa abbastanza abituale che un governo di destra porti a un irrigidimento dello Stato e a livelli più alti di controllo sociale e di repressione. Molto spesso, quando vince la destra, il tasso liberale di un paese si riduce.
Quello che non è logico è che da queste posizioni una maggioranza governativa molto compatta – la più compatta della storia della Repubblica – proponga una riforma della magistratura che – separando le carriere dei Pubblici ministeri da quella dei giudici – limita fortemente il potere immenso delle Procure e restituisce indipendenza ai giudici, liberandoli dal giogo delle correnti. La riforma è stata pensata per completare la riforma del 1988, che sostituiva il vecchio processo “inquisitorio”, con il più moderno processo “accusatorio”, in vigore in gran parte dei paesi occidentali. Ed è una riforma messa a punto anche per attuare l’articolo 101 della Costituzione, che impone che il processo avvenga di fronte a un “giudice terzo e imparziale”, cioè che non abbia niente a che fare né con la difesa né con l’accusa.
È una riforma molto ragionevole. Immaginata da due giuristi democratici e collocati più o meno nel campo del centrosinistra: Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia. Ed è una riforma assolutamente garantista. Tra i suoi scopi, e i suoi effetti, c’è la riduzione della carcerazione preventiva, che è uno dei grandi mali del nostro sistema giudiziario e carcerario. Oggi il Pm e il Gip (cioè il giudice che in prima istanza deve accogliere o respingere le richieste del Pm) non solo fanno parte della stessa carriera, ma quasi sempre sono stretti da un legame forte di colleganza e spesso anche di amicizia. Le statistiche dicono che nella stragrande maggioranza dei casi il Gip accoglie le richieste del Pm senza discutere e senza verifiche. Tanto che nel linguaggio comune, e anche giornalistico, si dice che è stato il Pm ad arrestare quella persona o quel gruppo di persone. Mentre in realtà il Pm ha solo chiesto al Gip, ma poi è stato il Gip a firmare l’arresto. La separazione delle carriere, si spera, ridurrà questo fenomeno. Restituendo ai Gip la loro funzione e la loro indipendenza, oggi molto ridotte.
Ma l’effetto non sarà certamente quello sperato dalla destra, perché la nuova indipendenza dei Gip con ogni probabilità renderà molto più difficile l’imprigionamento di persone che non hanno subìto nessuna condanna. Pensate che i dati ci dicono che di tutte le persone messe in carcerazione preventiva, la metà sarà assolta. E dunque un numero altissimo di persone (circa mille ogni anno) passa dei giorni o dei mesi, talvolta persino degli anni in galera, pur essendo innocente. Il problema è che la destra sostiene la campagna per il Sì ma al tempo stesso chiede che i magistrati arrestino più gente possibile. È un corto circuito intellettuale e politico senza precedenti. La frase mettetelo in cella e “buttate la chiave” è una frase frequentissima sulle labbra dei dirigenti del centrodestra e anche di alcuni ministri e sottosegretari. La campagna del Si, salvo poche eccezioni (quella delle Camere penali e di alcuni settori della sinistra dissidente) si fonda su principi e aspirazioni del tutto opposti rispetto al garantismo.
Poggia su una base di forcaiolismo decisamente superiore al forcaiolismo dei settori più fondamentalisti e travaglisti del “No”. Questo avvelena la campagna elettorale. Che mantiene un suo equilibrio per una sola ragione: l’elettorato, e anche il quadro dirigente, della destra è compatto e incasermato. Quello del centrosinistra è libero e ragionante. È una prova di debolezza la divisione della sinistra? No, è una prova del fatto che a sinistra il terreno delle idee – che a destra è deserto – è fertile. Quando ci si chiede come mai la sinistra, da decenni, mantenga una forte egemonia culturale, forse è bene considerare questo: il pluralismo è garanzia di egemonia. Il monolitismo – sul quale si fonda il successo della Meloni – garantisce solo il potere. Uccide le idee. Poi, se volte parlare di superiorità morale o non volete è una questione del tutto secondaria.