L’ultimo libro di Roberto Gramiccia, Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto (Diarkos, 2025, pp. 384), realizzato con la decisiva collaborazione di Ginevra Amadio, raccoglie e organizza in forma sistematica un’interrogazione che attraversa da tempo l’intero suo percorso di ricerca.
Il punto di avvio dell’opera è il rifiuto di ogni concezione univoca della fragilità. Gramiccia ne distingue con chiarezza le declinazioni, separando la fragilità individuale da quella sociale e, soprattutto, la fragilità passiva da quella attiva. La prima è una fragilità che immobilizza: genera soggezione, adattamento, paura. È la condizione che rende possibile – e durevole – il fascismo, così come ogni forma di autoritarismo e ogni rapporto di dominio che offre protezione in cambio di obbedienza.
La fragilità attiva, al contrario, non si limita a reagire, ma spinge in movimento. È la fiamma che accende i processi rivoluzionari, la spinta delle lotte, delle ribellioni, delle trasformazioni collettive. Qui il libro coniuga realismo e speranza: non vi è alcun automatismo che trasforma la prima nella seconda, e soprattutto non è la forza a generare la storia; in determinate condizioni, è piuttosto la fragilità che, rifiutando la passività, si fa principio di movimento storico.
Sul piano filosofico, Gramiccia ricostruisce così – rivendicando Hegel prima di Marx – una triade dialettica convincente: vita – fragilità – storia. La fragilità è l’elemento negativo ma fecondante della vita: è la ferita che apre la storia, perché senza vulnerabilità non c’è storia e senza mancanza non si dà alcun movimento dialettico. In questo senso, la fragilità non è un difetto dell’umano ma il suo elemento ontologicamente costitutivo, il fondamento ultimo dell’esistenza.
Sul piano politico, la tesi è ancora più radicale: la fragilità è anche matrice dell’eguaglianza. Tutti nasciamo fragili; dunque, tutti siamo uguali. Nella misura in cui fondiamo la nostra identità politica – come sinistra – sull’eguaglianza come principio dirimente, non stiamo allora facendo altro che riconnetterci con la dimensione più profonda dell’esistenza. L’eguaglianza, cioè, non è un riferimento ideologico ma è il riconoscimento di un dato antropologico.
A partire da questo impianto e di questa cornice epistemologica, Gramiccia dialoga con coraggio con alcuni snodi centrali del pensiero marxista: potremmo dire che rilegge il marxismo e le sue coordinate a partire dalla fragilità. Ne emerge un marxismo attento all’ambiente, alla corporeità, al femminismo e alla critica delle gerarchie di potere, capace di farsi guidare dalla finitezza, dalla natura e dalla vulnerabilità umana. Gramiccia si autocolloca in prossimità di Timpanaro e di Galvano della Volpe, e lontano dallo storicismo di matrice labrioliana e togliattiana. Questa collocazione è fondata, ma non implica un anti-hegelismo in senso proprio. Il suo lavoro lo avvicina piuttosto a un marxismo di impronta antropologica, riconducibile, per aspetti tra loro diversi, ad autori come Agnes Heller, Erich Fromm e Lucien Goldmann. Un marxismo che, assumendo pienamente la dimensione della natura e del suo limite, rielabora e mette in movimento il materialismo storico, nella consapevolezza — esplicitamente rivendicata — che il marxismo non è un sistema dogmatico chiuso, ma una questione teorica permanentemente aperta.
Da Rosa Luxemburg fino a Gramsci – riletto da Gramiccia in modo rischioso ma stimolante – il libro attraversa inevitabilmente l’analisi della rivoluzione digitale: definita «la più grande rivoluzione passiva della storia», perché non emancipa ma integra e neutralizza. Il capitalismo, osserva Gramiccia, non è solo un sistema economico: è un moltiplicatore della potenza della tecnica. Una tecnica che pretende crescita esponenziale, auto‑potenziamento e che affida all’uomo la promessa di forza infinita, mentre produce fragilità di massa, acuita oggi dal dominio, che a molti pare incontrollabile, dell’intelligenza artificiale.
Il postmoderno è considerato la sovrastruttura culturale di questo processo: un vero e proprio catechismo della fragilità passiva, perfettamente funzionale al tecno‑dispotismo neoliberale. Da qui la critica radicale ai cyber‑utopismi: la tecnologia non è palingenetica se resta al servizio del capitale. In questo senso Gramiccia si rivolge anche ad alcune varianti dell’operaismo che finiscono per adagiarsi entro l’orizzonte postmoderno, assumendolo – consapevolmente o meno – come gabbia e dimensione teoretica definitiva.
Pur avanzando una diagnosi severa, Gramiccia resta ortodosso su un punto cruciale: nel riconoscere la centralità del conflitto e la necessità di trasformare la fragilità in forza attraverso l’organizzazione politica. Contro un’ideologia dominante che lavora incessantemente per naturalizzare il capitalismo e far apparire la subordinazione come destino, la storia – nel processo d’uscita dallo stato di soggezione – può essere messa in moto proprio dalla fragilità ribelle.
Il libro, però, non si esaurisce con la parte di sistematizzazione teorica. Vi è una seconda parte, la galleria degli eroi fragili, costruita ancora insieme a Ginevra Amadio, narrativamente potente ed evocativa: una sorta di contro‑enciclopedia di figure che hanno trasformato la propria vulnerabilità in impulso creativo e vitalità storica.
Gli eroi fragili proposti sono tanti, da Rodari a Garrincha, da Schifano a Pavese. Ne cito due. Alda Merini, con la sua riflessione sulla vita: «è la vita che ti dà un senso. Perché prima dei poeti parla la vita. Dobbiamo ascoltarla, la vita».
Prima dei poeti, parla la vita. Ma aggiungerei: prima dei filosofi, prima degli intellettuali, prima dei politici. È un richiamo che ci trascina ai fondamentali: alla materialità e alla spiritualità della nuda vita.
E poi Enea, l’eroe errante: il profugo, lo sconfitto. Fugge da Troia in fiamme, porta sulle spalle il padre Anchise, tiene per mano il figlio Ascanio, guida i profughi e non dimentica i Penati. Il capostipite di una diaspora diventa il fondatore di una nuova civiltà. Partendo dalla propria fragilità, Enea fonda una nuova civiltà. È l’esempio che dovremmo seguire: una sinistra capace di uscire dalla sconfitta e di trasformare le molte fragilità in forza e visione.
Nell’esergo del libro, Gramiccia cita Wittgenstein. Siamo in effetti «troppo fragili per andare in frantumi». Per questo, abbiamo il dovere di agire e trasformare la nostra vulnerabilità in una nuova forza. Di conflitto e trasformazione.