Negoziati in salita. Preludio di un probabile intervento armato da parte americana. L’Iran non accetterà di negoziare con gli Stati Uniti su arricchimento dell’uranio e programma missilistico. Lo ha chiarito il portavoce della commissione per la Sicurezza nazionale e la politica estera del parlamento, Ebrahim Rezaei, a quanto riferisce la stampa iraniana. «Se gli americani continueranno con la stessa politica adottata in precedenza nei prossimi negoziati, i colloqui falliranno. Pertanto, la controparte dovrà agire in modo razionale e logico», ha detto alla vigilia dell’incontro tra le delegazioni di Teheran e Washington in Oman. «Non accetteremo condizioni quali l’interruzione dell’arricchimento e non negozieremo su questioni missilistiche o questioni regionali», ha insistito.
Negoziati che secondo la testata digitale Axios erano stati a un certo punto cancellati, a questo primo giro previsto domani, per poi riapparire sul calendario: la Casa Bianca si era opposta al cambio di Paese ospitante proposto dal regime (dalla Turchia all’Oman) e alle modifiche al formato degli incontri (all’inizio era prevista la presenza di alcuni Paesi arabi come osservatori, l’Iran ha poi voluto un bilaterale senza testimoni). Alla fine, Trump e i suoi consiglieri avrebbero ceduto alle pressioni dei regni del Golfo per non abbandonare le trattative. Ci si vede in Oman. Fonti americane avevano spiegato ad Axios che il presidente «ha fretta, ma se gli iraniani cambiano idea possiamo vederci ancora questa settimana o la prossima. Altrimenti passeremo ad altre opzioni». Ovvero il possibile attacco minacciato da Trump contro gli ayatollah con l’«Armada» – come la chiama – che ha dispiegato nel Golfo Persico. «Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato», ha avvertito Trump in un’intervista alla Nbc rilasciata prima della crisi attorno ai negoziati.
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Nel frattempo, la vincitrice del premio Nobel per la pace, l’iraniana Narges Mohammadi, ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua continua detenzione e le condizioni carcerarie. «Mohammadi è al terzo giorno di sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione illegale e le sue attuali condizioni», fa sapere la fondazione che porta il suo nome in una dichiarazione, «sono trascorsi cinquantacinque giorni dal 12 dicembre, giorno del violento arresto di Narges Mohammadi da parte delle forze di sicurezza a Mashhad, nel nord-est dell’Iran». «Considerata la grave storia clinica di Narges Mohammadi, che comprende attacchi di cuore, dolori al petto, pressione alta, nonché problemi al disco spinale e altre malattie, la sua continua detenzione è pericolosa per la sua vita e costituisce una violazione delle leggi sui diritti umani», si legge nella nota, «è necessario che Narges Mohammadi possa accedere costantemente al suo team medico e continuare le sue cure».
L’Iran «non può avere un’arma nucleare. Questo è l’obiettivo politico dichiarato del presidente degli Stati Uniti»: lo ha detto il vicepresidente degli Stati Uniti James David Vance in un’intervista alla giornalista statunitense Megyn Kelly. Del destino dei manifestanti imprigionati dal regime iraniano neanche una parola. Non contano per chi governa l’America.