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Intervista a Walter Verini: “La riforma che non serve alla giustizia”

Photo credits: Luigi Mistrulli/Imagoeconomica

Photo credits: Luigi Mistrulli/Imagoeconomica

Walter Verini è senatore e membro della Direzione nazionale del Partito democratico.

Senatore Verini, lei è schierato da sempre per il no al referendum. che pensa di chi, a sinistra, si spende per il Sì? Ci sono anche persone con cui lei ha condiviso percorsi….
Sono da sempre contro la separazione delle carriere. Anche da responsabile Giustizia del PD, credo di avere contribuito negli anni a consolidare questa linea, che da anni è la posizione del partito. E oggi sul referendum. Sono per il NO per ragioni di merito e per ragioni politiche. Sono stato relatore alla Camera della riforma del CSM (Ministro Cartabia, Governo Draghi). Le funzioni sono già separate. Non esiste appiattimento dei giudici sui PM. I dati di decisioni dei giudici contrarie alle richieste dei PM lo confermano. Il sorteggio poi è inaccettabile: non è vero che “uno vale uno”. E se un magistrato è capace nell’istruire procedimenti o pronunciare sentenze non è affatto detto che lo sia per stare in un CSM, dove occorrono ampia visione, piena cultura della giurisdizione, respiro. Pluralismo, non correntismo. E l’Alta Corte, come prevista, è un rischio autoreferenziale. Un corpo separato di PM votati solo all’accusa, poi, rappresenta un rischio vero per il principio di non colpevolezza e prima o poi ci sarà chi li vorrà mettere sotto il tacco del Governo (come del resto ha già previsto il noto campione di garantismo Del Mastro Delle Vedove). Detto ciò, io non considero “traditori”, persone del fronte progressista o iscritte al PD che sostengono il SI. Stimo i Barbera, Morando, Ceccanti, Tonini ed altri, ma l’accusa di “intelligenza con il nemico” la lascerei da parte: rimanda alle scomuniche, a tempi e modalità autoritarie, non autorevoli. Detto questo, penso che sbaglino, per ragioni di merito e politiche.

Fin qui il merito. e le ragioni politiche?
Stanno nel fatto che questa destra vuole dare risposte inquietanti alla crisi della democrazia. Anche se ci sono troppi neofascismi e neonazismi in giro per l’Europa e in Italia, non griderò al fascismo. Ma le risposte sono sbagliate perché invece di rinnovare, sostenere, allargare la democrazia la si vuole indebolire. Questa riforma (che non ha nulla a che vedere con i problemi della giustizia quotidiana, della durata dei processi, dei diritti dei cittadini a un giusto processo) rischia di assestare un colpo all’indipendenza della magistratura. Con il premierato poi si vorrebbe colpire il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica e il ruolo del Parlamento (che in una riforma di rango costituzionale come questa – definita subito “blindata” da Nordio – non ha potuto neppure cambiare una virgola!). Organismi di Controllo nazionali e sovranazionali – non solo contabili – sono vissuti inoltre con fastidio e vengono attaccati. Lo stesso contropotere rappresentato dal giornalismo d’inchiesta viene delegittimato quotidianamente. Insomma, non siamo a Trump o Orban, ma – purtroppo – alla variante italiana di una destra che indebolisce gravemente i principi di democrazia liberale, i necessari contrappesi costituzionali dei pesi. Queste cose non vanno sottovalutate.

Senatore Verini, tira una brutta aria per i riformisti nel PD? Fuori dalle caricature, può chiarire quali sono, dal punto di vista di progetto, visione, priorità programmatiche, le differenze interne al Partito Democratico?
Cominciamo col dire che riformismo è una bella parola. Anche se troppo abusata: non tutti i riformismi sono progressisti. Ma è una parola nobile. Purché sorretta da valori e principi che abbiano profondità e radicalità. Riformismo non è moderazione: è coraggio della verità contro demagogia e propaganda, concretezza di soluzioni contro populismi. Significa risposte possibili – anche con il conflitto – che vadano nella direzione dei valori in cui una forza di sinistra crede. Il PD è nato per unire, provare a “contaminare” (termine già usato da Occhetto nel1989, per il passaggio al PDS) culture di sinistra, cattoliche, laiche, ambientaliste, femministe. Il PD, per tanti dirigenti ed elettori, per me, non può essere né una forza radicalizzata né una forza moderata. Deve parlare a tutto il Paese, partendo dal combattere per le fasce più fragili, deboli. Temi e battaglie come la lotta alla povertà, al lavoro sfruttato, al lavoro nero, per il diritto alla salute, debbono essere sempre più coniugate con quelli dell’ambientalismo, dei diritti civili, ma anche dell’innovazione, della scuola e della formazione, dell’impresa, del futuro delle partite IVA. Della legalità. E mettendo davvero al centro la lotta per la sicurezza, che la sinistra negli anni ha colpevolmente lasciato alla destra, con le sue inaccettabili soluzioni “securitarie”. Insomma, considero sbagliato pensare di delegare a non meglio precisate forze di centro il rapporto con tantissima parte del Paese. Se il PD lo facesse, non sarebbe più il PD, ma una forza radicalizzata che appalta temi e rapporti sociali decisivi in “outsourcing”.

A proposito dei fatti di Torino, qual è il suo giudizio?
Di radicale condanna. La violenza è nemica delle manifestazioni democratiche e pacifiche. E queste debbono essere promosse, organizzate con rigore assoluto: non può esserci posto nei cortei per ambiguità, illegalità, parole d’ordine e pratiche violente. Se e quando ci sono, si annunciano, si prevedono, la sinistra, i Democratici debbono stare inequivocabilmente da un’altra parte. Che è quella dei cittadini, dei poliziotti colpiti, con i quali il PD ha solidarizzato. Ma la destra non può usare le violenze per campagne propagandistiche, per misure non di contrasto e prevenzione ma di restringimento di spazi democratici. Anche su questi temi – sui quali in un Paese democratico e maturo schieramenti opposti si ritroverebbero insieme – questa destra mostra scarso senso dello Stato. Che la sinistra, come nelle sue migliori tradizioni, deve comunque sempre dimostrare.

Secondo lei, non c’è un clima plurale nel PD?
Beh, su certi temi non molto. Emblematica la vicenda della lotta all’antisemitismo. Ho firmato con convinzione la proposta Delrio, perché penso che l’antisemitismo abbia avuto ed abbia una drammatica attualità e specifica centralità. E perché, avendo partecipato alle manifestazioni contro gli orrendi stermini di civili di Gaza, voglio continuare a considerare criminale Netanyahu e il suo Governo. Possono, debbono esserci altre opinioni, ma non ritengo giusto “annacquare” il morbo dell’antisemitismo con altre, drammatiche forme d’odio e discriminazione (la stessa cosa che dicemmo in occasione della legge Zan contro l’omofobia). In un partito plurale si considerano davvero, nei fatti, posizioni come quelle di Delrio un patrimonio del partito. E davanti a veri e propri linciaggi che in certi casi ci sono stati, il PD ha il compito di difendere i diritti, la storia, il percorso di dirigenti come Graziano che hanno sempre speso il loro impegno per la pace, due popoli due Stati, per la stessa Fondazione del PD. Sono sicuro che al vertice del partito e dei gruppi non si siano condivisi insulti e “lapidazioni”, ma ritengo fondamentale, quando avvengono, dissociarsi radicalmente e pubblicamente. Difendere, valorizzare opinioni anche non prevalenti (ma non penso che il PD non consideri centrale la lotta all’antisemitismo) vuol dire difendere il PD stesso.

A Davos è andato in scena il Donald Trump show: minacce all’Europa, riproposizione della sua dottrina sul dominio del mondo. Groenlandia e non solo. Che mondo è quello declinato dal tycoon?
Qui c’è un tema fondamentale che riguarda anche la natura del PD. Il mondo non è cambiato: è sconvolto. Il terzo decennio di questo millennio ha “timbrato” davvero la fine del Novecento. È sconvolto un ordine internazionale. Autocrati e dittatori, insieme a oligarchi della finanza, dell’economia, della tecnologia avanzata dominano il pianeta. Il multilateralismo è considerato un nemico. Come la democrazia (in grave affanno di suo e sotto attacco) e la stessa Europa. La sinistra politica, in tutto il mondo, vede da lontano questi cambiamenti. Non ha strumenti aggiornati di analisi, anticipazione, governo dei cambiamenti. La guerra, le guerre sono la tragica manifestazione di questo incubo globale. In un tempo come questo, può la sinistra rifugiarsi in certezze che – se mai sono esistite – non esistono più? Non è il momento di mettersi davvero in ascolto, in dialogo, in ricerca per provare, senza dogmi, senza propagandismi, a leggere il mondo e provare a non subire i cambiamenti? Il Presidente canadese Carney, non di sinistra, non invita in fondo a questo? Questa per me è la strada e il PD dovrebbe praticarla ogni giorno, consumando le suole per percorrerla. Rispettando e mettendosi in reciproco, autentico ascolto di tutte le idee. Il pluralismo – da praticare, non solo predicare – è una ricchezza, non un impaccio. Tutto questo non solo a parole, ma nelle piazze: con tante bandiere: americana contro Trump, ucraina contro Putin; quella palestinese contro Hamas e israeliana contro Netanyahu. Quella venezuelana contro i Maduro, iraniana contro Ayatollah e pasdaran. Per la pace, la democrazia, la libertà e i diritti. E su tutte, la bandiera dell’Europa.

Ezio Mauro sostiene che la sinistra o è “occidentale” o non è. E per questo dovrebbe assumere come capitali simboliche Kiev e Teheran. Ma di questo “Occidente” è parte anche l’America di Trump?
Sono d’accordo con Mauro. Occidente come fonte di principi di democrazia, di valori che le due grandi rivoluzioni americana e francese ci hanno consegnato. Occidente come terreno più favorevole per combattere nella libertà battaglie per la giustizia, l’uguaglianza, le pari opportunità. Quando in Occidente sono stati generati mostri (penso ai fascismi, al nazismo) lo stesso Occidente ha saputo contrastarli e batterli, con le idee, le parole, la Resistenza armata contro invasori e i loro orrori. L’abisso dei sei milioni di ebrei trucidati nei campi di concentramento. Si, anche gli USA sono Occidente, ma Trump sta abbattendo ogni principio e pratica liberale. Gli Stati Uniti, però, hanno saputo battere iI razzismo, le politiche “imperialiste” che portarono al Vietnam e al Cile. Hanno saputo superare assassinii come quelli di John e Bob Kennedy e di Martin Luther King. Oggi Bruce Springsteen e migliaia di democratici hanno acceso luci di speranza nel buio trumpiano. Detto tutto questo, Occidente, per me, non vuol dire “unilateralismo occidentale”, ma cooperazione, dialogo con tutto il mondo, nuovo ordine internazionale fondato su libertà e democrazia.