Liam Concejo Ramos chiede tre cose: il suo cappellino blu, il suo zainetto e la sua mamma. Poi vorrebbe anche poter rivedere i suoi compagni dell’asilo. Non piange, si stringe al suo papà. Liam per il governo americano è un criminale che ha violato le sacre leggi. Ha cinque anni. Lo hanno arrestato la settimana scorsa a Minneapolis gli agenti dell’Ice. Hanno arrestato anche il suo papà e li hanno immediatamente trasferiti in un campo di concentramento in Texas, a circa 1500 chilometri da casa sua.
Ieri due deputati democratici, Joaquin Castro e Jasmine Crockett, lo hanno potuto visitare. Un incontro breve, sotto sorveglianza. Solo mezz’ora. Probabilmente le autorità americane considerano Liam un soggetto pericoloso. Sono loro, i due parlamentari texani, che hanno riferito ai giornalisti delle richieste di Liam, probabilmente inaccettabili. Hanno detto che fisicamente sta bene. È tranquillo. Il suo papà lo protegge e lo coccola, cerca di non fargli sentire troppo l’oppressione dello Stato.
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La ferocia imposta da Donald Trump agli agenti anti-immigrati non ha precedenti. C’è una rottura che riguarda l’assetto culturale del paese ma anche la tenuta dello Stato di diritto. Arrestare i bambini è una pratica che in Europa è considerata criminale. È lo Stato che manda un messaggio al popolo: “Io posso fare quello che voglio, non ho etica, non ho regole, non conosco la civiltà. State attenti”. L’arresto di Liam è uno strappo rivendicato ai canoni della civiltà occidentale. Se non riusciamo a prenderne le distanze da questi orrori rischiamo, anche qui in Europa, una bancarotta morale.