Non una puntata di calcio, ma una presa di posizione civile. È questo il senso della trasmissione andata in onda con l’intervento della nuova editrice di Lupi si Nasce, Francesca Mirabelli, che ha scelto di fermare il racconto sportivo per affrontare un tema più ampio e delicato: la libertà di informazione e il clima che circonda il giornalismo sportivo a Cosenza. Mirabelli, al suo primo intervento pubblico da editrice, ha chiarito fin dall’inizio il perimetro del suo ruolo: «Un editore non decide cosa devono pensare o scrivere i giornalisti. Il suo compito è garantire che un progetto editoriale possa esistere in modo libero, indipendente e responsabile». Un principio che, secondo la direttrice, oggi viene messo in discussione da un contesto sempre più ostile verso chi informa senza allinearsi.
La puntata non nasce “contro” qualcuno né “per” qualcuno, ma – come ribadito più volte – per il diritto di informare e di essere informati. «Quando il clima diventa tale da limitare il lavoro di chi informa, non è più solo un problema sportivo, ma un problema civile», ha spiegato Mirabelli, motivando la scelta di sospendere temporaneamente il racconto del calcio giocato per fare chiarezza su quanto sta accadendo attorno alla trasmissione. Fondata dieci anni fa all’interno della testata Cosenza Post di Viral MKT, Lupi si Nasce vide la luce con l’obiettivo di dare voce ai tifosi e raccontare il Cosenza Calcio in modo diretto, libero e territoriale. Nel tempo il progetto è cresciuto, ampliando il proprio raggio d’azione anche alla formazione e alla divulgazione, sfruttando streaming, social e nuove piattaforme digitali. Un percorso che ha portato alla realizzazione di oltre 380 trasmissioni, migliaia di ore di contenuti e format diventati un riferimento a livello nazionale, come le interviste senza filtri fuori dallo stadio.
Un aspetto centrale rivendicato dall’editrice è il ruolo formativo del progetto. Lupi si Nasce è stata, negli anni, una vera e propria palestra per giovani aspiranti giornalisti cosentini. Tutti regolarmente retribuiti, senza contributi esterni né supporto societario. Da questa esperienza sono passati professionisti oggi affermati nel panorama giornalistico nazionale e locale. Una precisazione fatta “per correttezza storica”, senza rivendicazioni, ma per restituire il senso di un lavoro costruito nel tempo. Non sono mancati, però, i momenti difficili. Mirabelli ha ricordato anni di rapporti complessi con la società calcistica, segnati da limitazioni operative, pressioni e controlli durante le interviste. Episodi mai portati in piazza né utilizzati per alimentare polemiche, perché – ha sottolineato – «per noi veniva prima l’informazione dei tifosi». Una scelta di sobrietà che, secondo l’editrice, non ha però impedito il formarsi di un clima di delegittimazione negli ultimi tempi.
Campagne denigratorie, accuse di essere “allineati” o “lecchini”, intimidazioni verbali e la creazione di etichette che hanno finito per colpire non solo la testata, ma anche i giovani collaboratori, alcuni dei quali hanno scelto di lasciare il progetto. «Questo non è dissenso – ha affermato Mirabelli – è intimidazione. E quando la delegittimazione diventa sistematica, colpisce tutta l’informazione locale». Dal nuovo anno Lupi si Nasce è approdata su Cosenza Live. È cambiato l’editore, è cambiato il direttore, ma non l’idea di giornalismo. Un’idea che entra in rotta di collisione con la cosiddetta “protesta della stampa” messa in atto da alcuni colleghi locali, basata sulla rinuncia alle conferenze stampa pur continuando a commentare e giudicare. Una forma di protesta che la redazione giudica incoerente: «Rinunciare alle fonti significa rinunciare al nostro mestiere». Sul tema è intervenuto anche il giornalista Mario Adinolfi, ospite della trasmissione, che ha espresso solidarietà al progetto e ha invitato la redazione a non arretrare: «Non esistono lupi che si silenziano. La libertà di stampa è raccontare tutto, soprattutto quando qualcuno non vuole che tu lo faccia». Adinolfi ha distinto nettamente tra sciopero – diritto legittimo e regolato – e quella che ha definito una “serrata dell’informazione”, ritenuta dannosa per il diritto dei cittadini a essere informati.
La decisione di fermarsi, dunque, non è una resa ma una scelta editoriale: raccontare i fatti, mettere ordine e denunciare un clima che rende difficile lavorare serenamente. «I nostri studi si sono chiusi al racconto sportivo perché i nostri ragazzi non sono più liberi di essere se stessi», ha concluso Mirabelli. «La libertà di stampa non serve quando tutti sono d’accordo. Serve quando qualcuno sceglie di restare libero».