Un efficace antidoto alla superficialità che ammorba i talkshow. Alle lettrici e ai lettori de l’Unità lo offre Beppe Vacca, Professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, già direttore dell’Istituto Gramsci, più volte parlamentare del Pci. Della sua enorme produzione saggistica, ricordiamo il suo ultimo libro: Astratti furori e senso della storia. Politica e cultura nella sinistra italiana 1945-1968 (Viella Editore).
A Davos è andato in scena il Donald Trump show: minacce all’Europa, riproposizione della sua dottrina sul dominio del mondo. Groenlandia e non solo. Professor Vacca, che mondo è quello declinato dal tycoon?
Io credo che sia sempre più chiaro che Trump agisca secondo una visione strategica complessiva, che ha come perno fondamentale, in continuità con la storia americana del secondo dopoguerra, un unilateralismo e una concezione dell’inevitabilità della guerra come conseguenza dell’unilateralismo. Questo porta ad un alternarsi di fasi diverse degli Stati Uniti rispetto alla sovranazionalità, a cominciare da quel capolavoro di costruzione sovranazionale che fu, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la creazione delle Nazioni Unite.
Non è una novità assoluta dell’era Trump.
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Vale a dire?
È almeno dagli anni ’70 in poi che gli Stati Uniti hanno scelto una via che non era più quella dell’egemonia postbellica nella quale tentavano di farsi carico di un vasto sistema di alleanze per bilanciare una vera o supposta minaccia sovietica o comunque una grande forza internazionale quale era il movimento comunista, soprattutto man mano che si alleava con i non allineati, cioè dagli anni ’50 in poi.
Venendo a noi, Trump è in questa scia. Lo abbiamo già visto nel modo in cui ha praticamente messo in discussione e liquidato una idea unitaria dell’Occidente, cioè ha reso palese una crescente divaricazione strategica di interessi fra gli Stati Uniti e l’Europa, fino a disfare una visione unitaria dell’Occidente, riducendo progressivamente la nozione dell’Occidente a ciò che è “l’area imperiale” nordamericana, con proiezioni più programmatiche- sostanziali verso l’America latina, e per quanto riguarda l’Europa con una dichiarazione esplicita e una tematizzazione del conflitto strategico tra gli Usa e il Vecchio continente, così come si era venuta costruendo e sviluppando. A livello globale questo presuppone un raggruppamento del mondo in grandi aree d’influenza, più o meno continentali, che però dopo la fine dell’Unione Sovietica e dopo il primo decennio successivo al tracollo dell’Urss poteva giovare della presidenza Eltsin in Russia, che era del tutto funzionale alla visione neo unilateralista degli Stati Uniti, poiché tematizzava una auspicata e benvenuta riduzione dell’ex potenza sovietica ad una Russia che era una potenza consapevolmente regionale e non ambiva ad essere di più.
Questa cosa ha retto dieci anni…
E poi, professor Vacca?
Poi è finita, con il cambio in Russia e con l’avvento di Putin e quindi di una ripresa della proiezione internazionale della Federazione Russa alla ricerca del riconoscimento di un ruolo di grande potenza. Cosa che ci ha messo un po’ di tempo ad arrivare, e ci è arrivata già in un contesto mondiale cambiato, quando con la prima grande crisi finanziaria dell’Occidente, e quindi dell’economia mondiale, attorno al 2008, si cercò di scaricarne il peso sulla Russia, mettendone in discussione la sopravvivenza e avviando una torsione della russofobia occidentale, nel senso di volere la sconfitta bellica della Russia, il suo successivo spezzettamento e l’acquisizione delle risorse di cui disponeva. Questa sfida fu bloccata dall’accordo fra la Cina e la Russia di Putin, che divenne d’allora un accordo di ferro. Attraverso questa partnership, tra Cina e Russia, che nel frattempo era diventata la seconda potenza atomica del mondo, con un grande accumulo di dispositivi missilistici e termonucleari tattici, si puntava a sfidare l’impero americano, grazie all’ingresso a pieno titolo della Cina nel Wto, nel mercato mondiale, sulla base delle sue effettive possibilità tecniche. Questo combinato disposto militare e tecnico-commerciale ha prodotto risultati inaspettati…
Quali?
Poter arrivare al decollo delle capacità economiche, competitive della Cina che i think thank occidentali, soprattutto americani, non si aspettavano. La previsione era che la Cina prima del 2030 non sarebbe diventata un competitor rilevante per il futuro della funzione globale degli Stati Uniti. Si trattava di una previsione sbagliata come gli stessi think thank hanno dovuto riconoscere. Questo si accompagnava a due altri elementi di narrazione e di visione che vanno ricordati che sono tutt’ora operanti. Il primo era il passaggio dell’elaborazione delle strategie globali degli Stati Uniti dal vecchio Kissinger a Brzezinski. Non era un passaggio da poco.
Perché?
Beh, perché la previsione di Brzezinski era che gli Stati Uniti dovevano puntare sulla loro preponderanza di potere e soprattutto sulla superiorità tecnologica e del complesso militare-industriale, mirando a tenere sempre, più o meno fisso, il vantaggio di potenza degli Stati Uniti rispetto a qualunque altra potenza o gruppo di potenze mondiali. Va aggiunto che quando si passa a Brzezinski comincia anche un dibattito sulla capacità di previsione di lungo periodo della strategia unilaterale degli Usa. E la risposta prevalente dei policy maker americani fu che non si potevano azzardare previsioni di lungo termine. La misura temporale massima era di dieci anni. Di qui la gestione “disastrosa” della riduzione dell’impegno militare globale degli Stati Uniti. E questa è una linea che gli Usa hanno tenuto e continuano a tenere, e che con Trump ha avuto un’accelerazione dirompente. Questo portava con sé anche un unilateralismo reso sempre più necessario da questa strategia, e quindi il ribadimento della guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi. La guerra come fine e come mezzo, anche perché il primato degli Stati Uniti era già più che dopo la Seconda guerra mondiale, un primato basato sull’enorme crescita esponenziale del complesso militare-industriale, e l’imposizione generalizzata, nei diversi poli, in un mondo che era già in uno stato di multipolarismo avanzato, dello stesso modello di sviluppo a tutte le potenze. Non è solo negli Stati Uniti che il traino dell’economia è il complesso militare- industriale, ormai lo è in qualunque grande potenza, la Russia, la Cina, anche se sono realtà molto diverse.
In tutto questo, come s’incastra la “dottrina Trump”?
Anzitutto ha liquidato la nozione unitaria di Occidente ed evidenziato e messo a tema un contrasto strategico fra gli Stati Uniti e l’Europa. Ma Trump dice anche che in questo mondo che si è venuto riarticolando, soprattutto negli ultimi dieci anni, non si potrà ragionare che sulla base di un confronto-scontro, equilibrato o squilibrato, che non escluda la guerra ma che anzi la consideri possibile, fra alcune grandi aree sovranazionali europee, in cui però il primato assoluto e conclamato è della potenza più forte, più o meno alleata ad altre potenze, più forte in termini sostanzialmente militari. E quindi niente unità dell’Occidente. Ma a questo punto è in discussione l’intera impalcatura delle relazioni internazionali così come si era costruita e implementata sulla base degli esiti della Seconda guerra mondiale. A ben vedere, anche questa è una questione non nuova, che nasce grosso modo dalla fine della convertibilità del dollaro negli anni ’70 e dei cambi fissi, e quindi di un ruolo effettivamente egemonico degli Stati Uniti, sebbene nel giro di venti-trent’anni dopo la Seconda guerra mondiale la loro preponderanza si era già quasi dimezzata rispetto alle altre aree del mondo, e dentro questo era cresciuta anche l’Europa di Maastricht, però in un contesto in cui la misura della crescita ed anche della costruzione della sovranazionalità europea era controllata fondamentalmente da due fattori…
Quali?
La separazione dell’Inghilterra e la Germania che però non intendeva entrare in rotta di collisione con gli Stati Uniti, e questa è poi anche la ragione per cui l’Europa di Maastricht, fatta la moneta unica e la Banca centrale europea, non ha proceduto dal punto di vista istituzionale.
Per tornare all’oggi e al “ciclone-Trump”.
In buona sostanza, a Davos Trump ha chiesto il riconoscimento di questa conformazione mondiale, nella quale il primato americano è sostanzialmente basato sulla sua potenza tecnologica e militare, che, sulla guerra come peraltro sulla crescita e la competizione internazionale, ha come posta decisiva il controllo di risorse strategiche fondamentali, proprie e altrui. Non solo il petrolio, ma le cosiddette terre rare sulle quali c’è l’insidioso primato della Cina. Trump ritiene e agisce di conseguenza come se sia perfettamente legittimo, una volta definito l’Occidente non più atlantico e tantomeno pacifico dove la sovranazionalità se la sta giocando la Cina, si pensi al recentissimo accordo con il Canada, altro grande Paese minacciato dalla strategia assertiva di Trump. Quanto all’asse atlantico, c’è una Europa che non è più tutelata da una effettiva capacità globale della potenza americana e da una strategia di alleanze per cui l’Europa era, in maniera subalterna se si vuole ma anche molto ampia, il principale partner degli Stati Uniti nella costruzione e nella gestione del soggetto -Occidente. Oggi l’Europa è messa di fronte a situazioni nuove. Situazioni che sono molto maggiori, e dirompenti, di quanto finora non si dica.
Vale a dire, professor Vacca?
Ammesso che si arrivi, più o meno, ad un equilibrio tra questi grandi soggetti sovranazionali e multinazionali che definiscono la struttura del mondo, per cui si renda possibile una definizione concordata, costruita insieme di un nuovo ordine mondiale, ammesso che si possa arrivare a questo, non si capisce bene come si risolva il problema del destino degli Stati Uniti. Dico questo perché l’unilateralismo di Trump è l’esasperazione di una situazione di progressiva polarizzazione interna e anche di relativo declino della competitività globale degli Stati Uniti, a cui una parte importante degli Usa ha reagito con l’elezione di Trump, soprattutto nella sua seconda rielezione. Ma questo, a ben vedere, è, per molti versi, piuttosto un segno di debolezza e di difficoltà nel rispondere alle ragioni profonde di una crisi che assume sempre di più anche elementi di una polarizzazione interna che degenera in guerra civile e che quindi spinge sempre di più verso una torsione autoritaria del presidenzialismo americano. E questo anche con l’impiego di mezzi straordinari. I corpi speciali di polizia mobilitati da Trump ricordano molto le SA della Germania degli anni ’30. Sono forze mercenarie costruite in un Paese in cui la risposta del potere personale e del presidenzialismo iper-assertivo è anche il tentativo di contenere o di governare lacerazioni interne che è molto difficile vedere come possano essere superate. Esse sono il riflesso di una crisi interna che ha molti elementi di guerra civile. Mi lascia aggiungere un’ultima cosa?
Prego.
Esiste il problema di una analisi veridica delle trasformazioni mondiali con le categorie giuste e non con narrazioni più o meno manipolate e aggiustate dal controllo quasi totale dei media che hanno gli Stati Uniti sull’Occidente. Ora leggo che il travaglio del sistema politico italiano e in particolare della sinistra dovrebbe risolversi con una precisa scelta di valori, e per la sinistra questi valori sarebbero a Kiev e a Teheran. Una maniera di ragionare molto superficiale. Kiev sta in Ucraina e Teheran sta in Iran. Il problema della sinistra italiana non si può pensare di risolverlo prendendo a credito missioni che le vengono dall’esterno, quando non riesce a rispondere ai problemi interni in termini adeguati. È un estremo slittamento non solo verso una superficialità ma verso un’agitazione giornalistica fantasmatica da parte dei protagonisti dell’informazione. In questo caso stiamo parlando dell’ex direttore di Repubblica, Ezio Mauro, che non mi pare che nei decenni in cui ha diretto il giornale si sia mai distinto nel fornire effettivi spunti culturali validi alla costruzione di una sinistra moderna, soprattutto perché in Italia l’assunto continuava ad essere fortemente russofobico e anticomunista, quando il Pci è stato uno dei pilastri della costruzione dell’Italia moderna , della vittoria sul fascismo, della liberazione e della fondazione della nazione repubblicana.