X

“La principessa. Potere della politica”, Hermann Heller raccontato da David Tozzo

“La principessa. Potere della politica”, Hermann Heller raccontato da David Tozzo

Tra le molte fratture che attraversano il pensiero politico del Novecento, quella che oppone Carl Schmitt a Hermann Heller è forse una delle più decisive. Da un lato, l’idea della politica come pólemos, come distinzione irriducibile tra amico e nemico; dall’altro, la convinzione che il politico non possa essere ridotto al conflitto, ma affondi le sue radici nella pólis, nello spazio della convivenza, del diritto e della mediazione istituzionale. È all’interno di questa tensione teorica che sembra collocarsi il volume di David Tozzo, La principessa. Potere della politica, possibilità dell’impossibile (Mimesis, 2025) che cerca di prendere le distanze da ogni concezione puramente bellicista della politica per restituirle una densità più originaria e, insieme, più fragile: quella del vivere insieme.

Esso si presenta come una sorta di manifesto di forte intensità teorica e immaginativa, che assume una tesi radicale: la politica non è una sfera tra le altre, ma la dimensione costitutiva dell’esperienza umana. “Tutto è politico e la politica è tutto” – non è per Tozzo – uno slogan, bensì una chiave interpretativa che informa l’intera struttura del suo discorso. La politica è ciò che costruisce e distrugge senso, che plasma il tempo e lo spazio, che decide della vita e della morte. In tale prospettiva, lo scritto si colloca consapevolmente nel solco di una tradizione alta del pensiero politico, ma ne rinnova il linguaggio adottando una forma ibrida, capace di tenere insieme saggio filosofico, affresco storico e racconto simbolico.

A riprova di ciò sovviene l’ampiezza dello sguardo di Tozzo che tende a dimostrare la pervasività del politico. Le politiche della nascita – dall’aborto alla gestazione per altri, dalla politica del figlio unico cinese alle misure demografiche fasciste e contemporanee – sono analizzate come luoghi privilegiati dell’esercizio del potere. Il corpo, l’utero, la famiglia emergono come spazi eminentemente politici, nei quali lo Stato interviene non solo per amministrare, ma per decidere chi può nascere, a quali condizioni e con quali finalità. In modo analogo, la rassegna dei genocidi non assume mai i tratti di una classifica dell’orrore, ma diventa dimostrazione storica di una tesi precisa: la morte di massa è sempre il risultato di una razionalità politica organizzata, mai un accidente o una deviazione.

La scrittura di Tozzo procede per stratificazioni e accumuli, in un movimento volutamente eccedente che riflette la natura stessa dell’oggetto trattato. La pluralità di riferimenti non mira a una dimostrazione scolastica, bensì alla costruzione di un campo semantico denso, entro il quale il politico emerge come forza onnipresente, ineludibile, proteiforme. Il testo non chiede al lettore una fruizione passiva, ma una partecipazione attiva, quasi un attraversamento, coerente con l’idea di politica come esperienza totale. Tozzo nella parte introduttiva riesce, anche se in poche battute, a indugiare sul pensiero di Machiavelli e ad evidenziarne la sua ambiguità feconda di pensatore fondativo e perturbante. Il Principe viene giustamente riconosciuto come una sorta di spartiacque della modernità politica capace di svelare l’umano nella sua dimensione più cruda e reale. Il rapido dialogo con alcuni degli interpreti più significativi del Fiorentino, come Strauss, Spinoza, Foscolo e Russell non è affatto ornamentale, ma contribuisce a collocare Machiavelli in una genealogia complessa, sottraendolo tanto alla demonizzazione quanto alla banalizzazione.

Su queste basi si innesta l’azzardo teorico forse più significativo: la provocatoria proposta de La Principessa come una sorta di sequel e di controcanto del Principe. Il passaggio dal verticale all’orizzontale, dal sovrano alla politica diffusa, dal politico alla politica come spazio condiviso, appare come un gesto insieme simbolico e profondamente contemporaneo. La principessa non è un semplice rovesciamento di genere, ma una figura concettuale che incarna la trasformazione dei rapporti di potere nell’età della democratizzazione, della pluralità e dell’intelligenza collettiva. La struttura dell’opera, il dialogo metaletterario con Machiavelli e l’idea di un testo aperto, destinato a ulteriori futuri proseguimenti, rafforzano l’impressione di un progetto ambizioso e consapevole.

In altre parole, il volume di Tozzo sembra, dunque, imporsi come un atto di fiducia nella centralità del politico e nella capacità del pensiero di misurarsi con la complessità del reale senza ridurla. Lo si evince già dalla lettura del Proemio, nel quale l’Autore non si limita sic et simpliciter ad introdurre il volume, ma cerca di assumere una postura intellettuale: quella di chi accetta il rischio dell’eccesso pur di restituire la politica alla sua dimensione vitale, tragica e creativa. La Principessa si annuncia pertanto non come un’imitazione del Principe, ma come un dialogo audace e necessario con uno dei testi fondativi della nostra modernità.

Un altro aspetto che affiora in controluce dal volume di Tozzo consiste nella concezione della politica come pratica eminentemente temporale: non semplice gestione dell’esistente, ma lavoro incessante sul passato e sul futuro. La politica, così come viene intesa da Tozzo, è memoria organizzata e previsione rischiosa, è capacità di rielaborare ciò che è stato per rendere pensabile ciò che ancora non è. In questo senso, il dialogo con Machiavelli non è né passatista, né celebrativo, ma profondamente attuale: il Fiorentino viene convocato non come autorità da venerare, bensì come interlocutore con cui misurare la trasformazione radicale delle forme del potere e dei soggetti politici.
La scelta di immaginare La Principessa come opera aperta, come testo che si innesta in una lunga durata plurisecolare e che invita esplicitamente a futuri proseguimenti, sottrae il progetto a ogni tentazione di chiusura dottrinale. La politica non è mai definitiva, così come non lo è il libro che pretende di pensarla. In tale apertura risiede, non a caso, uno degli elementi più fecondi, ovvero l’idea che il pensiero politico non debba fornire risposte ultime, ma dispositivi interpretativi, strumenti concettuali, narrazioni capaci di orientare senza irrigidire.

La figura della Principessa, infine, può essere considerata come metafora di una politica che non si esercita più soltanto dall’alto, ma circola, si diffonde, si contamina. È una politica che non rinuncia al conflitto né alla decisione, ma che riconosce la molteplicità dei soggetti e delle intelligenze in campo. In tal senso, il testo intercetta una tensione centrale del nostro presente: come pensare il potere in un mondo in cui l’autorità verticale, pur essendo costantemente messa in discussione, non si ritiene affatto dissolta. La Principessa sembra suggerire che la risposta non stia nell’abolizione del politico, bensì nella sua reinvenzione continua. Letto in questa prospettiva, La Principessa non è solo una semplice variazione sul lessico del potere, ma si traduce in un tentativo di sottrarre la politica alla sua riduzione conflittualistica, senza, però, neutralizzarla. Il conflitto resta, ma non è il principio ultimo; la decisione resta, ma non si dà nel vuoto; il potere resta, ma non può prescindere da un orizzonte comune che lo renda intelligibile e, in ultima istanza, condivisibile.

In questo senso le riflessioni di Tozzo sembrano essere più prossime al pensiero di Heller che a quello di Schmitt, non perché egli ignori la dimensione antagonistica del politico, ma perché rifiuta di farne la sua unica grammatica. Se la politica nasce nella polis e non nel solo pólemos, allora essa non è soltanto l’arte di individuare il nemico, ma anche − e forse soprattutto − la pratica di costruire un “noi” che non sia puramente escludente. In siffatta tensione irrisolta, che è insieme teorica ed esistenziale, il testo trova la sua forza: ricordarci che la politica non è mai solo guerra, ma nemmeno mai pura armonia; è lo spazio instabile in cui il conflitto può ancora essere trasformato in relazione.

*Filosofo del diritto – Università di Catania