Roberto Morassut, parlamentare e membro delle Direzione nazionale del Partito democratico, Vicepresidente della Fondazione Giacomo Matteotti.
Che mondo è quello che si appalesa in questo inizio 2026?
“Non riconosco il diritto internazionale, rispondo solo alla mia moralità”. In questa espressione del Presidente Tycoon c’è una perfetta fotografia della condizione contemporanea mondiale nella quale assistiamo al tramonto sempre più rapido dello Stato, in particolare dello Stato nazionale europeo, che dal ‘500 in poi ha concentrato nelle sue mani la forza e le gerarchie fondamentali per il governo degli uomini e per i rapporti internazionali pacifici o conflittuali. Si affermano mostruosi poteri finanziari e tecnologici di scala mondiale che snobbano gli Stati, che sono immensamente più potenti degli Stati, sia sul piano economico e finanziario, sia sul piano morale e ideologico; poteri che non detengono più solo i mezzi di produzione ma le chiavi delle relazioni e delle reti e usano l’innovazione tecnologica della comunicazione – che va ricordato nasce da brevetti militari trasferiti sul campo civile – come forma di dominio e non come strumento di allargamento della democrazia. Queste enormi compagnie tecnologiche sono sottratte al pagamento di tasse, posseggono bilanci enormemente superiori a quelli di grandi Nazioni storiche, trascinano aggregazioni industriali e finanziarie nei settori strategici dell’energia, dello spazio, dell’immobiliare, dei trasporti. Si è determinato, quindi, uno squilibrio pazzesco tra interessi ristretti di scala mondiale e la dimensione pubblica rappresentata dallo Stato che fino ad ora ha rappresentato il luogo della forza – descritto con cruda chiarezza da Hobbes – attraverso la quale riequilibrare i rapporti sociali e le ingiustizie, soprattutto per la sinistra che su esso ha contato – nelle forme radicali o riformiste – e che per questo appare senza soluzioni e senza armi efficaci. Resistono grandi stati continentali, gli unici in grado di organizzare una forza, di proporre modelli etici, ma con grandissime difficoltà e limiti.
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Cosa sono oggi gli imperi che vorrebbero spartirsi il mondo?
Gli Usa di Trump, la Russia e la stessa Cina sono colossi fragili, l’Europa è un colosso incompiuto. Sono grandi aggregazioni che la storia ha consegnato al presente con percorsi, forme e tempi diversi e oggi sono i protagonisti dei destini del mondo che va inevitabilmente nella direzione di grandi aggregazioni continentali dalle quali, con tempi incerti e forme ancora del tutto sconosciute, non vanno escluse l’Africa, l’America Latina, la grande area turcofona delle repubbliche centro asiatiche, il mondo arabo. Gli Usa, la Russia e la Cina sono colossi fragili perché le grandi diseguaglianze sociali, gli squilibri territoriali, le distanze etniche che li caratterizzano vanno sommandosi tra vecchie nuove. Gli Usa sono una nazione divisa al proprio interno, antiche fenditure territoriali tra Nord e Sud si sono aggravate, l’antico melting-pot è giunto ad un punto critico di tenuta, la middle-class che unificava il Paese si è assottigliata. La Russia non è una nazione ma un impero intramontabile e vive sé stessa come tale. Occupa un sesto delle terre emerse, ha una popolazione ridotta e concentrata sul versante europeo meno ricco ma più sviluppato, enormi risorse depositate nel sottosuolo delle zone più inospitali e più lontane. Esiste in quanto struttura coloniale creata dal ‘500 in poi. È una morfologia fragile. È un errore non considerare questa natura della Russia e non tenere conto di questa profonda coscienza che è stata capace perfino di ribaltare, con Stalin, l’ispirazione della Rivoluzione del 1917. La Cina negli ultimi anni ha visto tramontare il sogno dello sviluppo armonioso lanciato da Hu-Jintao. Ancora oggi circa 850 milioni di cinesi delle campagne sono, nei fatti, inchiodate ad una forma di gleba con il secolare sistema asiatico dell’Hukou che vincola le persone al luogo di residenza e che sta aumentando vertiginosamente le diseguaglianze tra chi vive in città e chi resta in campagna. Insomma, i tre grandi colossi che si stanno sostituendo o vogliono sostituirsi al vecchio ordine mondiale inaugurando – seppure con approcci diversi – un nuovo ordine basato sull’equilibrio tra le loro forze, sono colossi fragilissimi.
Con quali conseguenze?
La coscienza della fragilità e talora della inevitabile fine, del tramonto o della morte, è sempre la principale minaccia per la pace perché la guerra è nella vita ed è la rabbia perché è finita. Le persone, le classi, le nazioni, le civiltà, spesso reagiscono con la guerra e con il conflitto alle minacce di cambiamento radicale. E l’Europa, l’unico colosso ancora in formazione, rappresenta per i tre grandi gendarmi del mondo una pericolosa minaccia, per il suo modello sociale, per la sua storia di democrazia e libertà, per le radici culturali, per la potenza economica e militare e per il potentissimo soft power che già oggi esercita una enorme influenza sulle masse di tutto il mondo, sulle giovani generazioni di tutto il mondo. E soprattutto perché la grande scommessa tutta europea della transizione ecologica e della lotta ai cambiamenti climatici impone un radicale mutamento del modello di sviluppo, un immenso impegno di risorse pubbliche per portare tutti dentro un sistema più sostenibile e più equilibrato, riducendo le ingiustizie, il digital divide, affermando nuovi diritti. Tutto questo squassa i sistemi gerarchici, la morale arcaica e la struttura economica di questi grandi colossi che si basano sul dominio dell’energia fossile, sul controllo sociale, su rigide gerarchie economiche e sociali. La guerra, la tensione armata è, in fondo, un modo per trasferire sul settore militare quelle risorse che sul piano civile non possono più essere impiegate con la adeguata redditività, circondando l’Europa di fuochi accesi. Non si possono più produrre auto a motore termico, allargare le città, consumare le risorse naturali, tenere le gerarchie sociali attuali? Bene, si crei un clima di guerra, una tensione diffusa, magari alternata ad annunci di pace, per produrre armi, trasferire sul settore militare gli stessi appararti e cicli industriali e si tengono le forze progressive europee sotto questo tallone! Ma attenzione, perché queste scommesse possono finire malissimo.
Vale a dire?
Che i rischi di guerra nascono dagli enormi squilibri, da una lotta sociale planetaria che si sono determinati a cavallo tra la fine del secolo scorso e oggi, attraverso una lunga fermentazione che ha avuto una potente accelerazione con la rivoluzione digitale. E ogni innovazione tecnologica, nella sua fase iniziale, produce sempre ingiustizie sociali che portano o hanno portato in passato rivoluzioni e guerre.
Dobbiamo vedere le reazioni che questa situazione sta determinando e sta producendo. Negli Usa sta crescendo un moto democratico largo e profondo, anche se prevalentemente limitato alle città, in Europa nonostante le resistenze delle forze sovraniste e nazionaliste – tra le quali il governo italiano – cresce la consapevolezza che l’UE debba accelerare il processo di integrazione a partire dalla difesa comune sulla quale vi è un confronto confuso e sul quale sono state fatte scelte sbagliate, anche se io segnalo come un positivo procedente la decisione di alcune nazioni europee di inviare una forza militare coordinata in Groenlandia come deterrenza nei confronti delle minacce di Trump. Si muovono poi processi importanti. In Iran l’anima laica di un grande paese ha alzato la testa e noi dobbiamo essere al fianco delle forze che lottano contro il regime degli ayatollah come dobbiamo esserlo con tutte quelle forze che si battono per affermare la libertà e la democrazia, in Sudamerica, in Medio Oriente, in Ucraina, ovunque. Questo è il ruolo dell’Europa e il ruolo della sinistra europea, del movimento democratico e socialista che, a partire dall’Europa, deve diventare un soggetto politico capace di incidere. C’è una grande questione generazionale e di genere che attraversa tutto il mondo.
Come si configura?
Per i giovani, per le donne di tutto il mondo il futuro è diventato corto. In Europa ed in particolare in Italia, i giovani rappresentano una minoranza della società, faticano a far sentire le ragioni del proprio futuro. Nel resto del mondo, dove la democrazia quasi non esiste, le ragioni dei giovani e delle donne, portatori di valori di radicale cambiamento sociale, culturale, morale sono sottoposti a rigide pressioni e guardano all’Europa come ad un faro di liberazione della propria condizione. In questo momento, però, in tutto il mondo, in Europa come altrove, le vecchie generazioni stanno dicendo ai giovani: vi abbiamo consegnato un mondo indebitato, ingiusto, inquinato, malato, senza speranza e adesso andate a difenderlo combattendo con le armi in pugno, come hanno detto il capo del Pentagono, dello Stato Maggiore francese, della Nato! La sinistra mondiale ed europea, in primo luogo, devono partire da qui; dalla enorme questione generazionale e di genere che attraversa tutta la Terra e immaginare un mondo diverso, trovare la via di una nuova utopia, di una prosperità che nasca dalle enormi risorse che l’innovazione tecnologica può generare per masse sempre più ampie di esseri umani, dalle opportunità che la scienza mette a disposizione per attività di pace e di vita e non di guerra.
In tutto questo, il Pd?
Il Partito democratico è insieme al Psoe il partito di ispirazione socialista e democratica più grande, più radicato e più forte dell’Europa, seppure in un contesto di crescente indebolimento delle democrazie. Noi abbiamo una enorme responsabilità che va oltre noi stessi, oltre l’Italia. La vicenda politica italiana è aperta, come dimostrano le recenti consultazioni elettorali, ma dobbiamo fare molta attenzione a non immiserire la nostra immagine e quella della coalizione in un teatrino di tattiche finalizzate prevalentemente alla prefigurazione degli assetti che ci porteranno al voto, alla definizione dei leader, dei metodi per nominarli. Sono cose che non interessano a nessuno. Giustamente Elly Schlein alla recente Assemblea Nazionale ha annunciato l’avvio di un cantiere nella coalizione per definire un programma. Bene, si parta. Partiamo al nostro interno.
Come?
Lo dico chiaramente: il Partito deve discutere di più sulle grandi scelte. Discutere, in un pluralismo che esiste e non può spaventarci. In questi mesi è cambiato il mondo e sta cambiando giorno dopo giorno. Io sento il bisogno che la Direzione del Partito si riunisca e discuta. La nostra leadership o si costruisce sul campo, con le idee e con un dibattito vero tra di noi che porti alle necessarie condivisioni tra punti di vista diversi oppure non c’è ed esiste, anzi, il rischio di essere mangiati da altre iniziative. Renzi, con Casa Riformista, ha lanciato un’opa esplicita sulla componente riformista e liberal democratica del Pd. Non so quale efficacia può avere, conto sulla solidità delle nostre forze di quella parte di pensiero e di cultura ma serve un confronto interno. Perché un Pd indebolito di qualcuna delle sue espressioni è un partito non in grado di guidare una coalizione complessa e sempre sul filo della dialettica e della competizione. Non può esistere un partito forte nel quale pezzi di gruppo dirigente si riuniscono in luoghi diversi e si rispecchiano nelle proprie convinzioni senza un confronto collettivo. Questo non sarebbe un partito ma una confederazione di cantoni politici. Occorre che la Direzione si riunisca presto per discutere della situazione politica internazionale e delle sue ricadute interne. Siamo il partito di Gramsci e De Gasperi, di Berlinguer e Moro che nelle loro “case” di allora e anche oltre quei confini assumevano il principio che un diverso punto di vista contiene sempre un nocciolo di verità e la nostra unità, la nostra linea, la nostra visione non può che essere il risultato del confronto tra le forze, le personalità, le idee.