È devastante. Un ragazzo entra in classe durante una lezione, ignora i compagni e le compagne, ignora il docente, e accoltella un altro ragazzo. Non è una sequenza tratta da una serie, è cronaca. La scuola, che dovrebbe essere spazio di protezione e crescita, diventa teatro di una violenza muta, fredda, apparentemente senza preavviso.
Il dicastero competente risponde rilanciando l’idea di vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni e aggiunge l’ipotesi di installare metal detector negli istituti considerati “a rischio”. Ul senso che emerge è quello di una disciplina quasi militare: divieti, checkpoint, controllo degli accessi, neutralizzazione del rischio. Come se il problema fosse l’assenza di sorveglianza e non l’assenza di educazione. Come se bastasse irrigidire le regole per cancellare le emozioni. Peccato che l’essere umano sia emozione. Lo dice con parole esemplificative, tra molti, il neuroscienziato e psicologo portoghese Antònio Damàsio: “Non siamo macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano”.
Dunque, ignorare questa dimensione non la elimina, la rende solo più pericolosa. Il riflesso del “vietare” è rassicurante. Dà l’illusione dell’azione, della fermezza, del controllo. Ma è un riflesso vuoto, quando non è accompagnato da altro. Vietare senza sostituire, togliere senza costruire, reprimere senza capire: è una scorciatoia politica che non affronta la sostanza. E la sostanza, in questo caso, è molto più scomoda.
Esiste un problema reale di gestione delle emozioni, ma non riguarda solo gli adolescenti. Riguarda una società adulta che, almeno in parte, ha abdicato alla propria funzione educante e che fatica sempre più a essere credibile. Quando le emozioni non vengono riconosciute, nominate, attraversate, non scompaiono: si accumulano. Creano zone di conflitto emotivo irrisolto che possono esplodere alla prima frustrazione non gestita, al primo rifiuto, alla prima ferita vissuta come intollerabile.
La violenza che esplode a scuola non nasce a scuola. Arriva da fuori, ma soprattutto arriva da dentro: da biografie fragili, da solitudini radicali, da incapacità di dare un nome al dolore. Arriva da ragazzi che non incontrano adulti capaci di reggere il conflitto e di offrire modelli di relazione non fondati sul dominio o sulla reazione impulsiva. Pensare di risolvere tutto con un divieto o con un metal detector significa rimuovere questa complessità.
Qui il discorso diventa inevitabilmente scomodo, perché chiama in causa ciò che la politica continua a rimuovere o ridurre a terreno di scontro ideologico: l’educazione all’affettività. Le emozioni fuori controllo sono parte dell’adolescenza, ma diventano esplosive quando l’adolescenza è fragile e priva di strumenti simbolici e relazionali. Senza un’educazione affettiva strutturata, continua e riconosciuta come essenziale, il rifiuto può trasformarsi in annientamento, la gelosia in diritto di possesso, la frustrazione in violenza.
A questo si aggiunge una responsabilità collettiva raramente chiamata in causa. Abbiamo contribuito a normalizzare la violenza rendendola linguaggio ordinario dell’intrattenimento: film e serie costruiti su sopraffazione, vendetta, dominio, spesso non adatti ai ragazzi, ma comunque accessibili e consumati senza mediazione adulta. I ragazzi li guardano, li assorbono, ma non hanno gli strumenti per metabolizzarli, per distinguerli dalla realtà, per elaborarli simbolicamente.
Così la violenza smette di essere un’eccezione e diventa una possibilità.
Educare richiede tempo, risorse e coraggio culturale. Ma è l’unica strada per impedire che la rabbia e la frustrazione diventino l’unico linguaggio disponibile per attraversare il dolore affettivo.
Altrimenti continueremo a intervenire dopo. E ad arrivare, ogni volta, troppo tardi.