Prima alla Camera, poi al Senato, il ministro della Difesa Crosetto ha difeso appassionatamente la scelta di continuare a rifornire di armi l’Ucraina per difendersi dall’attacco russo. “Il negoziato non decolla”, ha ammesso, e “difendere l’Ucraina significa difendere l’Europa”. Aiutare chi si difende, ha proseguito, “non è una scelta bellicista” e se è vero che la diplomazia è l’unica strada possibile è anche vero che “senza adeguata capacità difensiva non può esserci una pace giusta e duratura”. La pace dipende solo dall’interruzione dei bombardamenti russi: “Persino Hamas ha accettato tregue temporanee. La Russia continua a colpire anche perché per il Cremlino la guerra è diventata fonte di legittimità interna”.
Il ministro della Difesa è stato molto abile, probabilmente perché sincero, nel tenere in equilibrio le esigenze opposte della sua maggioranza: il sostegno a Kiev e la contrarietà sottopelle della Lega a nuove forniture di armi: “Un’arma è negativa quando si usa contro qualcuno ma quando impedisce a un’altra arma di cadere su un ospedale è una cosa diversa. Lo spirito con cui l’Italia ha aiutato l’Ucraina è stato impedire che chi voleva distruggere l’Ucraina, uccidere o piegare la sua popolazione, potesse farlo. C’è chi se ne vergogna. Io me ne sento orgoglioso”. La maggioranza ha affrontato compatta il voto sulla sua risoluzione. Due leghisti, Ziello e Sasso, alla Camera hanno votato contro: ribellione limitata anche se a Salvini anche quelle poche defezioni “vannacciane” hanno dato molto fastidio. Il Carroccio ha segnalato la sua svogliata adesione alla linea del governo disertando l’aula: a Montecitorio i banchi della Lega erano semideserti. Nel suo intervento a palazzo Madama però il capogruppo Romeo, ha assicurato che “la Lega è sempre stata per il sostegno militare e civile all’Ucraina. Però non ci è mai piaciuta la retorica bellicista”. Poi però lo stesso Romeo ha lasciato l’aula al momento del voto e anche Claudio Borghi, che pure aveva annunciato il voto a favore, alla fine ha scelto di non partecipare alla votazione.
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Sul fronte dell’opposizione l’ordine è più sparso che mai. Ciascuno con la propria mozione e ciascuno con i propri toni, a volte molto distanti. Pd, M5s e Avs hanno comunque votato reciprocamente alcuni punti delle altrui mozioni tranne che su un punto non proprio secondario: i 5S hanno votato contro il passaggio favorevole all’invio delle armi nel testo del Pd, il quale ha bocciato la risoluzione degli alleati solo nella parte in cui chiedeva di non inviare più armi all’Ucraina. Alla richiesta del Pd di proseguire con l’appoggio all’Ucraina su tutti i piani ha risposto implicitamente il 5S Marton, nella dichiarazione di voto: “Avete mai pensato di usare, per ottenere almeno un cessate il fuoco, proprio il blocco dell’invio delle Armi?”.
Sembra la stanca ripetizione di un copione sin troppo noto: il grosso della maggioranza schierato senza vie di mezzo con l’Ucraina, la Lega in dissenso però inoffensivo, l’opposizione lacerata, i 5S vicini molto più alla stessa Lega che non al Pd. In parte è davvero così. In parte però è illusione ottica scientemente perseguita. La linea del governo non è quella di un anno fa. Non lo è nelle parole di Crosetto, il cui appoggio all’Ucraina è tra i più convinti ma che per la prima volta ammette apertamente che l’Ucraina non può sperare di recuperare i territori perduti. Era sottinteso già da un pezzo ma non era mai stato detto dal governo italiano e da nessun altro governo europeo con altrettanta chiarezza e nella sede istituzionale più solenne.
La posizione italiana non è quella di ieri nel testo della Risoluzione, molto meno netto dell’informativa del ministro, e impegnato anzi nel sottolineare la priorità degli aiuti civili rispetto a quelli militari e la finalità puramente difensiva dei rifornimenti bellici. Solo parole, che però fanno il paio con la richiesta rivolta all’Europa dalla premier di dialogare con la Russia e con la manovra di cui la stessa Giorgia è stata regista per evitare il sequestro degli asset russi. L’Italia si sta spostando, ma progressivamente, senza clamore e senza inaccettabili rovesciamenti, in stretta coerenza nella posizione di essere il referente numero uno di Trump in Europa. E quella scelta rende Salvini inevitabilmente più incisivo di quanto fosse in quell’epoca lontana in cui l’obiettivo della premier era andare quanto più d’accordo possibile con Joe Biden.