Antonio Misiani, senatore, responsabile Economia e Finanze, Imprese e Infrastrutture nella Segreteria nazionale del Partito Democratico.
Senatore Misiani, nella conferenza stampa d’inizio anno, la presidente del Consiglio ha esaltato i successi ottenuti in economia, sul piano sociale e sull’occupazione. È vera gloria?
Il racconto della Presidente del Consiglio è stato, come sempre, indulgente e autocelebrativo, lontano dalla condizione reale del Paese. I dati non giustificano quel tono e quella narrazione. L’Italia è sostanzialmente ferma, la crescita del PIL è molto modesta e sistematicamente inferiore alla media dell’area euro. La produttività del lavoro è addirittura in calo. Siamo in stagnazione, in un contesto internazionale già fragile. Senza il PNRR, che abbiamo ottenuto noi (mentre la Meloni aveva votato contro), oggi parleremmo apertamente di recessione.
È vero che il deficit scende e che l’occupazione aumenta, ma sono verità parziali. Il calo del disavanzo è stato ottenuto con una pressione fiscale ai massimi degli ultimi dieci anni e con una compressione delle risorse per servizi fondamentali come sanità e scuola. L’occupazione cresce quasi esclusivamente tra gli over 50 e in settori a bassa produttività e bassi salari. Non c’è una strategia di sviluppo: il Paese galleggia, non avanza. La conferenza stampa sembrava quella di un governo appena insediato, non di un esecutivo alla quarta manovra economica.
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Una questione cruciale è quella dei lavori poveri e dei livelli retributivi. Meloni parla di recupero del potere d’acquisto.
Il potere d’acquisto perso con l’inflazione a due cifre del 2022-2023 non è stato recuperato. I salari reali restano nettamente al di sotto dei livelli di quattro anni fa, in media i lavoratori dipendenti hanno perso una mensilità in termini di capacità di spesa. L’aumento dei prezzi ha colpito di più le famiglie a basso reddito e il governo non ha messo in campo strumenti strutturali di riequilibrio. Ha detto no al salario minimo, ha messo in discussione la contrattazione collettiva delle organizzazioni maggiormente rappresentative, ha scelto bonus temporanei invece di una strategia di lungo periodo per affrontare la questione salariale. Ha approvato una legge sull’equo compenso per autonomi e professionisti, ma di portata assolutamente limitata e insufficiente. Il problema non è solo quanti lavorano, ma come si lavora e quanto si guadagna. Un’economia che produce occupazione povera è un’economia che non cresce. Senza una politica per la produttività – investimenti pubblici e privati, formazione, innovazione, politiche industriali – i salari reali non possono aumentare. Il lavoro resta fragile e le disuguaglianze si consolidano. Questo è il vero fallimento della destra: ha rinunciato a cambiare il nostro modello economico e sociale.
La destra, non solo in Italia, passa per quella che vuole abbassare le tasse a fronte di una sinistra tartassatrice.
È una narrazione paradossale, che non ha riscontro nella realtà. Oggi la pressione fiscale è ai massimi da dieci anni e questo avviene con un governo di destra che aveva promesso di abbassarla. Il bilancio della riforma fiscale della Meloni è assolutamente deludente. Le iniquità strutturali del sistema tributario sono rimaste invariate se non peggiorate. La risposta dell’ultima legge di bilancio al ceto medio massacrato dal fiscal drag è stata un mini-taglio IRPEF. In compenso, il governo ha aumentato le tasse sul diesel, sulla RC auto, sui pacchi extra-UE, su sigarette e sigarette elettroniche, sugli affitti brevi, sulle transazioni finanziarie. Chi è il vero “tartassatore”? La sinistra chiede equità. Noi vogliamo spostare il peso dal lavoro alle rendite, contrastare l’evasione davvero per alleggerire chi produce e finanziare sanità, scuola, trasporti, welfare. Le tasse non sono un feticcio ideologico: sono lo strumento con cui una comunità garantisce diritti e opportunità. La vera domanda è: chi paga e per che cosa. La destra risponde proteggendo i più forti; noi rispondiamo tutelando chi lavora e chi è più esposto.
“Con questa opposizione, la destra può dormire tra due guanciali”. Tafazzismo 2.0?
È una lettura di comodo, alimentata soprattutto da chi governa e da una parte dell’establishment. L’opposizione deve certamente rafforzarsi, essere più unita, più riconoscibile, più capace di parlare al Paese. Ma non partiamo da zero. In questi anni abbiamo messo in campo battaglie comuni su temi chiave come la sanità e il salario minimo. In occasione della legge di bilancio abbiamo presentato proposte comuni su tutti i temi più importanti. Certo, il tempo stringe e non si può escludere una accelerazione delle dinamiche politiche e elettorali. Nessuno, da questa parte del campo, può illudersi di fare per conto proprio rinviando alle calende greche la costruzione di un progetto condiviso.
La vera alternativa si costruisce dicendo la verità sull’Italia, smontando la propaganda e avanzando proposte concrete: salari, sanità, crescita, scuola, casa. La destra non è invincibile: comanda, più che governare, ma il Paese è fermo, con tanti problemi seri rimasti irrisolti. Le divisioni tra la Meloni e i suoi alleati sono destinate ad aggravarsi. Gli italiani cercano serietà e credibilità. È lì che si gioca la partita. Nella capacità di offrire una prospettiva diversa e migliore. Dobbiamo tutti esserne consapevoli e agire di conseguenza.
Tutto questo mentre il 2026 è iniziato sotto i peggiori auspici. Lucio Caracciolo parla di “sovranità abolita”. È la dottrina “Donroe”. E l’Europa?
Viviamo in un mondo in cui la forza torna a essere il linguaggio prevalente: invadere o comprare, imporre o ricattare. La geopolitica del XXI secolo è oggi dominata da attori senza scrupoli, che considerano il sistema multilaterale un relitto del passato e l’interesse nazionale – o addirittura privato – l’unico obiettivo da perseguire. I popoli che lottano per la libertà vengono lasciati soli. Basti guardare a ciò che sta accadendo in Iran: un orribile bagno di sangue che dovrebbe scuotere la comunità internazionale e che invece incontra reazioni flebili, di facciata. In questo scenario la sovranità nazionale, da sola, è una finzione. Nessuno Stato europeo ha la massa critica per difendere i propri interessi strategici. In ordine sparso, i Paesi del vecchio continente sono destinati a fare da vaso di coccio tra i vasi di ferro americano, cinese e russo. L’unica sovranità reale per gli europei è quella condivisa. L’Europa deve accelerare il salto verso una vera soggettività politica: difesa comune, politica industriale, autonomia energetica, capacità diplomatica. Non per chiudersi, ma per contare. Se qualcuno non ci sta, bisogna farsene una ragione e andare avanti comunque, a partire da un nucleo di volenterosi. Se l’Unione resta un mercato senza potere, diventerà sempre più il campo di gioco di altri. È una scelta storica: o l’Europa cresce come attore, o si riduce a oggetto.
Un oggetto che Trump tende a spezzettare scegliendo i vassalli più accondiscendenti, tra cui l’Italia di Giorgia Meloni.
È esattamente questo il rischio. In un mondo che torna alle sfere di influenza, chi non ha massa critica viene trattato come una pedina. L’approccio di Trump rigetta il multilateralismo: è selettivo, bilaterale, gerarchico. Si cercano interlocutori docili, governi disposti ad allinearsi in cambio di protezione o di piccoli vantaggi. La soggettività politica dell’Unione Europea viene negata perché l’obiettivo del Presidente americano è quello di fare dell’Europa una somma di “vassalli” in competizione tra loro. In questo schema, l’Italia è chiaramente destinata alla subalternità. Per questo l’atteggiamento del governo Meloni – più orientato a cercare sponde personali che a rafforzare il fronte europeo – indebolisce il nostro Paese invece di rafforzarlo. La strada che dobbiamo seguire non è scegliere di volta in volta il padrone più forte, ma contribuire ad accelerare l’integrazione europea, mettendo l’Unione in condizione di parlare con una voce sola sui principali dossier globali.
I censori con la matita rossa accusano la sinistra e il Pd di Elly Schlein di avere una indignazione selettiva: pro-Palestina ma silente su Maduro e tiepida sull’Iran.
È una polemica del tutto strumentale. Il Pd di Elly Schlein non ha mai avuto indulgenze verso i regimi autoritari. Abbiamo condannato senza ambiguità la repressione in Iran, sostenendo le donne e i giovani che rischiano la vita per la libertà. Abbiamo denunciato il carattere autoritario e fallimentare del regime di Maduro in Venezuela. Tutto questo lo abbiamo fatto in Parlamento, nelle sedi internazionali, nelle piazze. La differenza non sta negli obiettivi – diritti umani, libertà, democrazia – ma nei contesti e negli strumenti. Difendere il popolo palestinese non significa in alcun modo giustificare i tagliagole di Hamas. Condannare il governo estremista di Netanyahu non equivale a negare il diritto di Israele alla sicurezza. Allo stesso modo, denunciare la dittatura di Maduro e le atrocità del regime iraniano non implica avallare l’uso unilaterale della forza in palese violazione del diritto internazionale. La nostra è una linea coerente: stare sempre dalla parte dei popoli, mai dei regimi; difendere i diritti senza doppi standard; rifiutare l’idea che la forza possa sostituire il diritto. Chi ci accusa di “indignazione selettiva” in realtà pratica una semplificazione comoda: riduce tutto a tifoseria geopolitica. Noi rivendichiamo un’altra postura: la stessa misura per tutti, la stessa bussola ovunque.