La vicenda delle donne inuit sterilizzate e dei bambini groenlandesi sottratti dallo Stato danese non è un incidente della storia. È l’ultimo capitolo, emerso con ritardo, di una lunghissima tradizione eugenetica occidentale, iniziata all’inizio del Novecento negli Stati Uniti, in Canada e in Europa, e proseguita fino agli anni Ottanta contro popolazioni considerate “non pienamente civilizzate”.
L’eugenetica non è stata una follia nazista isolata. È stata una politica pubblica praticata da democrazie liberali, fondata sull’idea che alcune vite dovessero essere controllate, ridotte, corrette o estinte. Rom, Inuit, popolazioni indigene nord e sudamericane, donne povere, persone con disabilità: corpi e famiglie su cui lo Stato ha esercitato un potere totale, spesso in nome della scienza, della salute, del progresso.
In Groenlandia, per decenni, migliaia di ragazze inuit hanno subito l’inserimento forzato di dispositivi contraccettivi senza consenso. Parallelamente, bambini sono stati strappati alle famiglie per essere “rieducati”, assimilati, o semplicemente allontanati da un contesto giudicato inadatto.
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Sterilizzazione e sottrazione dei figli sono atti genocidari, secondo ogni definizione giuridica e morale: distruggono la continuità biologica, culturale e simbolica di un popolo. La Danimarca ha presentato scuse ufficiali nel 2020 e nel 2022 sono state riconosciute compensazioni. Ma il problema non riguarda solo il passato. Ancora oggi, famiglie groenlandesi vedono i propri figli sottratti sulla base di test di genitorialità culturalmente orientati, costruiti su standard bianchi, borghesi, occidentali, presentati come universali. È la stessa logica coloniale di sempre: chi detiene il potere stabilisce cosa significa essere “un buon genitore”, “una famiglia sana”, “una società civile”.
Come Rom, queste dinamiche mi sono fin troppo familiari. Anche noi siamo stati – e siamo – sottoposti a un controllo permanente della riproduzione, della genitorialità, della legittimità familiare. Cambiano i popoli, ma il dispositivo è identico. Oggi il mondo parla di Groenlandia per le dichiarazioni e le intenzioni di Donald Trump, per le sue mire strategiche e geopolitiche. Ma viene da chiedersi se, per i groenlandesi, questa situazione non possa rappresentare anche altro: un’occasione storica di separazione da chi li ha sottomessi, colonizzati e feriti per secoli.
Il paradosso è tragico. Liberarsi da un colonialismo che si è sempre definito “civile” rischia di significare cadere nelle mani di una potenza apertamente predatoria, che non finge più di essere portatrice di diritti e di democrazia. È la scelta impossibile davanti alla quale molti popoli colonizzati si sono già trovati. La domanda, allora, non è se la Groenlandia debba appartenere a questo o a quello — una formulazione che da sola provoca brividi — ma se questa evidente fine dell’Europa come potenza morale e politica possa finalmente aprire uno spazio di discontinuità reale con ciò che di terribile è stato.