Altro che amnistia e indulto. Nonostante il numero record di suicidi dell’anno scorso in carcere, il governo tira dritto e tira fuori dal cilindro un altro asso nella manica. Onde rendere più confortevole il soggiorno dei detenuti, la polizia penitenziaria sarà dotata anche di spray al peperoncino.
Le carceri sovraffollate allo stremo, in gran parte vetuste e degradate, sono concepite per infliggere dolore; disegnate come luoghi di costrizione ed eliminazione, scatole per chiudere, per contenere, per escludere. Loculi in molti casi in cui ogni accesso ai propri diritti, al decoro del vivere, all’igiene, al rispetto di sé, allo studio, alla formazione, al reinserimento, a una attività lavorativa, alla relazione con i familiari, alla cura delle proprie malattie è contratto gravemente e, assai spesso, del tutto negato. I ristretti vivono una condizione costante di abbrutimento e di sofferenza. Non conoscono appieno quali siano i loro diritti né come esercitarli. Compilano domandine che consegnano senza che siano protocollate o diversamente catalogate e ne perdono le tracce. Aspettano tempi indefiniti per risposte che non arrivano mentre sentono il corpo e lo spirito annichilirsi nella privazione, nella negazione di sé stessi, nella sottrazione di ogni piccola cosa che prima della reclusione costituiva l’indispensabile, l’essenza stessa della propria dignità di persona.
A fronte di questa situazione è ormai corale la convinzione che una sola sia la strada da percorrere con urgenza. Un indulto, che riduca il carico delle presenze, che alleggerisca la pressione emotiva nelle carceri, che mitighi la prostrazione e la sofferenza dei reclusi e determini condizioni di lavoro meno opprimenti per la polizia penitenziaria e per il personale tutto. Invece no. Si pensa a strumenti nuovi per offendere, per punire, per procurare dolore, per alzare la tensione. Così il dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dà il via alla sperimentazione in carcere dell’oleoresin capsicum meglio noto come spray al peperoncino, un infiammatorio che causa la dilatazione dei capillari. Al contatto, provoca una chiusura involontaria degli occhi, difficoltà respiratorie temporanee e un’intensa sensazione di bruciore sulla pelle e sulle mucose.
Classificato come agente “non letale”, l’uso su individui con fragilità respiratorie o cardiache può comportare rischi significativi e, in rari casi, danni permanenti o fatali. Ciò che fa certamente, però, è palesare ancora e ancora una concezione del carcere come luogo di eliminazione che non aspira a recuperare ma a reprimere, che non tende a riabilitare ma a deprivare, che non nutre la speranza ma la spezza, che coltiva e incentiva l’aggressività per poi alzare le trame del conflitto, che genera violenza e con la violenza risponde.