Quando il 5 marzo 1991 una tv locale californiana, KTLA, diffuse il video girato due notti prima da George Holliday lo scandalo fu clamoroso ma non ci fu una rivolta. Quella arrivò oltre un anno dopo, il 29 aprile 1992, quando i quattro agenti immortalati mentre pestavano di brutto e senza alcuna giustificazione un giovane nero che non si era fermato all’alt della polizia e aveva cercato di darsi alla fuga per evitare l’accusa di guida in stato di alterazione, furono assolti. La rivolta di Los Angeles durò cinque giorni. Provocò 63 vittime, 2.383 feriti, 12mila arresti, danni per oltre un miliardo. La più violenta nella storia americana. La scintilla della rivolta dei ghetti, in America, è sempre stata la brutalità della polizia.
Nel 1979, per la prima volta in epoca recente, non si trattò solo di botte e pestaggi. Nella notte del 17 dicembre, a Miami, un giovane nero, Arthur McDuffie, cercò di sfuggire in motocicletta al fermo della polizia: gli era stata sospesa la patente ed era già stato multato più volte per eccesso di velocità. L’inseguimento durò 8 minuti. Poi secondo la versione della polizia, McDuffie aveva perso il controllo della moto, sfracellandosi a terra. Morì in ospedale quattro giorni dopo e l’autopsia dimostrò che non poteva trattarsi di un incidente. McDuffie era stato massacrato a bastonate. Neppure in quell’occasione ci furono reazioni violente. I Miami Riots, i più violenti dai tempi della rivolta di Detroit nel 1967 e prima di LA 1992 scoppiarono quando gli agenti accusati dell’omicidio furono assolti, il 17 maggio 1980. La rivolta durò tre giorni e costò 18 morti. Nei mesi seguenti gli analisti, lavorando sulla biografia dei 787 arrestati, conclusero che non si trattava, come nei casi delle insurrezioni precedenti, della fasce più povere della popolazione e che il ritardo nell’esplosione di violenza, ripetutosi poi in scala macro con i Riots del 1992, dimostrava che a scatenare la rabbia dei neri era stata la delusione di fronte alla palese ingiustizia della sentenza anche più dell’omicidio in sé.
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Le piazze non si mobilitarono quando, nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1999 Amadou Diallo, studente della Guinea, 23 anni, fu crivellato con 41 colpi a New York. Una pattuglia lo aveva fermato sospettando che potesse essere lo stupratore a cui stava dando la caccia. Diallo aveva messo una mano in tasca per prendere il portafogli con i documenti dentro. Gli agenti, pensando che stesse invece per tirare fuori la pistola, aprirono il fuoco a volontà. Il 25 febbraio 2000 furono assolti da ogni imputazione. Non ci furono proteste violente in piazza ma l’impatto fu anche più profondo: decine di musicisti, cineasti e artisti denunciarono. A quell’omicidio sono state dedicate una ventina e passa di canzoni, tra cui più nota è probabilmente 41 Shots di Bruce Springsteen. Ci sono stati film per il cinema e per la tv. La vera radice di Black Lives Matter è quella tragedia.
Il movimento che avrebbe dominato gli anni 10 di questo secolo, BLM, nacque ufficialmente nel 2014, dopo l’uccisione di un ennesimo giovane nero, Michael Brown, 22 anni, a Ferguson, Mississippi, il 9 agosto. Un poliziotto anche lui nero lo aveva fermato, secondo i testimoni con estrema violenza, mentre camminava con un amico. Numerosi testimoni affermarono che, dopo un breve inseguimento, Brown era stato colpito a freddo con 10 proiettili, oltre ai due che lo avevano ferito al momento del fermo, con le mani in alto e mentre implorava di non sparare. L’agente fu prosciolto da ogni accusa in diverse occasioni. Le manifestazioni e le rivolte che seguirono furono l’atto di nascita di BLM.
L’uccisione di Brown piombò su una popolazione non solo nera già esasperata dallo scandalo provocato dall’uccisione, il 17 luglio a New York, di Eric Garner, sospettato di vendere sigarette sfuse per evitare la tassa, immobilizzato a terra con una presa al collo che non fu allentata nonostante, prima di morire, avesse ripetuto per 11 volte di non riuscire a respirare. Le manifestazioni di BLM, riacutizzate dai numerosi omicidi a opera della polizia susseguitisi in quegli anni sono stati nel complesso le più poderose nella storia degli Usa, persino più che negli anni 60, e sono state probabilmente determinanti nel frenare l’impeto di Donald Trump nel suo primo mandato.
Quelle manifestazioni raggiunsero il loro picco dopo l’uccisione di George Floyd, nero di 47 anni, a Minneapolis: nella stessa strada dove ieri gli agenti Ice hanno assassinato la poetessa trentasettenne Renée Nicole Good. Floyd era un pregiudicato con numerose condanne alle spalle ma dal 2023, dopo l’ultima scarcerazione, aveva aderito alla Chiesa della Resurrezione di Houston e abbandonato ogni attività criminale. Fu fermato il 25 maggio 2020 perché accusato da un commesso di aver tentato di pagare con una banconota falsa. L’agente Derek Chauvin, dopo averlo ammanettato, lo tenne a terra con il ginocchio sul collo per oltre 9 minuti nonostante l’ammanettato affermasse di non riuscire a respirare. Altri due poliziotti aiutavano Chauvin a tenere l’arrestato a terra. Un quarto teneva a bada la folla circostante. Nessuno di loro diede ascolto alle implorazioni di Floyd né alle proteste dei presenti. Chauvin continuò a tenerlo immobile anche dopo che aveva smesso di muoversi e poi anche di respirare. Diverse autopsie confermarono che la morte di George Floyd era stata un omicidio.
Nonostante il Dipartimento di polizia avesse subito licenziato i 4 agenti le manifestazioni che seguirono furono le più imponenti nella storia americana, mobilitando nel complesso oltre venti milioni di persone in oltre 2mila città. Spesso si trattò di manifestazioni pacifiche, a volte di rivolte che provocarono 19 vittime e 14mila arresti. Ma Chauvin e poi anche gli altri tre agenti furono condannati, caso più unico che raro, e sembrò essere un passo avanti importante. Fino al ritorno di Donald Trump e dei suoi torvi agenti dell’Ice.