È arrivata, durissima, la repressione: arresti, proteste represse con l’uso della violenza e soprattutto i primi morti tra i manifestanti.
Il regime iraniano mostra il suo volto più cattivo e, dopo un primo momento in cui il governo “riformista” del presidente Masoud Pezeshkian, esponente dell’ala meno radicale del regime, si era mostrato più conciliante, nelle scorse ore è passato ad utilizzare i suoi soliti metodi.
In Iran, dove sono in corso le manifestazioni di piazza più grandi dal 2022, quando per mesi il Paese venne interessato da marce e cortei che coinvolsero migliaia di persone sulla scia dell’omicidio di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia religiosa di Teheran il 13 settembre 2022 per mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo, e poi morta tre giorni dopo in “circostanze sospette” dopo 72 ore in coma, il regime torna a sentir tremare le sue fondamenta.
Questa volta la “piattaforma politica” dietro le manifestazioni riguarda principalmente questioni economiche. Le proteste erano iniziate domenica 28 dicembre dai mercati di Teheran, dove alcuni commercianti di prodotti tecnologici della zona Jomhouri avevano chiuso i loro negozi per protestare contro le condizioni economiche sempre peggiori, dovute in particolare al crollo della valuta iraniana, il riyal, e una inflazione galoppante superiore al 40 per cento. In questo contesto va aggiunto il problema più grande del regime, ovvero la vendita di petrolio all’estero ridotta a causa delle sanzioni statunitensi.
In questo quadro le proteste, iniziate a Teheran, si sono diffuse in altre regioni del Paese e, dopo i primi giorni in cui la risposta del governo è stata “conciliante”, rispetto ai soliti metodi del regime, tra mercoledì e giovedì sono iniziate le violenze.
Diverse persone sono state uccise durante gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. Lo ha confermato anche l’agenzia di stampa statale Irna: l’unica vittima “ufficiale” sarebbe un membro volontario delle Guardie rivoluzionarie, ucciso durante scontri con i manifestanti a Kuhdasht, nella parte occidentale del Paese. Secondo Associated Press, i civili morti nelle proteste sarebbero almeno sette.
Le violenze più gravi si sono verificate ad Azna, città nella provincia del Lorestan, a sud-ovest dalla capitale Teheran. Qui i manifestanti hanno dato fuoco alla stazione di polizia e gli agenti hanno sparato contro la folla: secondo Fars, agenzia di stampa non ufficiale ma legata alle Guardie rivoluzionarie, sono state uccise tre persone. Altri due morti, lo scrive sempre Fars, ci sono stati nelle proteste tenute a Lordegan, poco meno di 500 chilometri a sud di Teheran.
Su quanto sta accadendo in Iran è quindi intervenuto con i suoi soliti modi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. “Se l’Iran sparerà e ucciderà violentemente i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America correranno in loro soccorso. Siamo pronti ad intervenire”, ha scritto sul suo social Truth il leader Usa. La risposta di Teheran è arrivata dopo poche ore. “Trump dovrebbe sapere che qualsiasi ingerenza americana in una questione interna equivarrebbe a destabilizzare l’intera regione e a danneggiare gli interessi americani”, ha scritto su X Ali Larijani, consigliere della Guida Suprema iraniana. “Che stia attento ai suoi soldati”, ha aggiunto Larijani, che dirige la massima autorità di sicurezza in Iran.