Escono di nuovo malconci i capi di Stato e di governo europei che hanno impartito il comando di soffiare ancora nelle trombe di guerra. Per un po’ Zelensky li ha presi in parola e nel discorso di Natale ha persino evocato la morte dello Zar. Con la ritirata delle truppe e gli agenti anticorruzione che assediano il palazzo, egli ha dovuto però cedere alla moderazione imposta da Trump. A Ursula ingorda di armi e sempre più irritata non resta che balbettare: “l’intesa deve essere blindata”.
Poca fortuna ha avuto l’astuzia del frugale cancelliere Merz, che intendeva inondare il governo di Kiev di risorse senza però alcun costo per lo spilorcio contribuente teutonico. La sua trovata, combattere il Cremlino con il solo denaro proveniente dal sequestro lampo dei soldi di Mosca, forse avrebbe inaugurato la destrutturazione selvaggia dell’ordine economico-finanziario mondiale. Di sicuro, con la mossa di confiscare il bottino del nemico, avrebbe inaugurato una campagna di aggressione. Per la distribuzione dei sacrifici monetari, in luogo del rapace calcolo di Berlino, ha prevalso l’italica generosità della Patriota.
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Poiché la mobilitazione è per lei una impresa bella (“solo la forza tiene lontana la guerra”), a pagare le radiose giornate devono essere i raggianti cittadini del Belpaese. Con il debito comune, dal cui rimborso vengono però esentati l’ungherese Orbán, lo slovacco Fico e il ceco Babiš, Meloni ha conferito una onerosa copertura alla formula vampiresca del leader polacco: “soldi oggi o sangue domani”. Ora che la realtà induce Zelensky a rinunciare alla Nato, il vertice europeo si impunta, vuole la prosecuzione della inimicizia per procura in nome del precetto etico a geografia variabile per cui l’integrità territoriale è una condizione non negoziabile. Un ampio esercito di “volenterosi”, con dietro il bacino potenziale di 500 milioni di baionette, è ritenuto in grado di fare un sol boccone dell’orso stanco siberiano, che può reclutare i soldati a cavallo – o sui muli, e per giunta tra avvinazzati e infermi, come si legge sul Corriere della Sera – solo dal ristretto campo periferico dei suoi 140 milioni di cittadini. Se la scaramuccia continuasse nel solco del confronto convenzionale, in effetti, le truppe della Baronessa potrebbero schiacciare l’armata rotta.
Peccato che il “Macellaio”, oltre ai ronzini, abbia tra le mani pure la valigetta dell’atomica. Il punto è che le strategie espansionistiche occidentali dovrebbero fare i conti, una volta per tutte, con la narrazione gracile circa una irriducibile autonomia identitaria di Kiev (e i Segretari generali del Pcus provenienti dall’Ucraina? E l’epopea di Lev Trockij?), da preservare a colpi di fucile dalla brutta malattia russa. Nell’impresa di smontare questa edificante leggenda di una comunità di destino con un originario spirito d’Occidente scolpito addosso, si cimenta un libro di Volodymyr Ishchenko (Towards the Abyss. Ukraine from Maidan to War, Verso, 2024). Giovane docente all’Accademia Kiev-Mohyla, ha abbandonato un paese in pieno delirio nazionalista e attualmente fa ricerca presso la Libera Università di Berlino. Egli respinge gli assiomi di un revisionismo storiografico il quale, per disegnare coattivamente una nation-building all’occidentale, prescrive la rimozione “dei crimini nazionalisti della Seconda guerra mondiale con l’obbligo di precisare che i sovietici erano in ogni caso peggiori”. In Ucraina la transizione post-sovietica non ha mai prospettato una efficace modernizzazione sociale, e per questa carenza progettuale il potere vacante è scivolato nel conflitto civile ed etnico e in insurrezioni armate contro i presidenti eletti. Un trentennio di repressioni ha cercato di decretare l’inversione delle gerarchie simboliche negando ad un universo multiculturale qualsiasi costruzione nazionale pluralistica.
Con rammarico Ishchenko annota la condizione del mondo “ucraino sovietico”, cioè di quel 15 per cento almeno di popolazione che possiede una doppia identità: “Le opere dei poeti classici russi, i cui nomi e monumenti sono ora cancellati dalle strade ucraine, furono i primi libri che mi lessero a casa e le prime poesie che riuscii a recitare a memoria. Era forse colonizzazione, questa? Gli ucraini della mia famiglia si sentivano oppressi quando parlavano russo? Al contrario, era la lingua dei loro legami affettivi, delle grandi città, dell’istruzione superiore, la lingua parlata dalla maggior parte dei loro coetanei e colleghi dell’intellighenzia tecnica. Per loro, non era affatto l’idioma dell’oppressione, al contrario evocava il progresso”. La mano del potere ha colpito duramente per annichilire l’irriducibile frammentazione culturale. Con l’accetta della decretazione emergenziale di Zelensky (erede “soft” dell’autoritarismo del predecessore Poroshenko), sono state estirpate le credenze di un’ampia componente della nazione, che è diventata d’imperio afona per quanto riguarda le sue legittime espressioni culturali, politiche, religiose e linguistiche. Dietro le irrisolte fratture regionali e la polarizzazione identitaria, Ishchenko scorge i conflitti tra le classi sui quali si incastra il rancore etnico. Nel campo occidentale dell’Ucraina è insediato il blocco sociale dei “vincenti”, le anime di una borghesia acquisitiva che agogna l’integrazione nella globalizzazione neoliberista.
Accanto ai “moderni” concentrati nelle città più grandi, camminano i ceti medi professionali occupati negli uffici delle multinazionali, i giovani più internazionalizzati che conoscono l’inglese e sono molto attivi nei forum, i lavoratori emigrati attratti dai mercati dell’Ue. Nel fronte orientale, invece, sono schierati gli “arretrati” filo-russi, i residui dei vecchi apparati, con i neo-capitalisti od oligarchi che si sono impadroniti dei vertici dell’economia e dello Stato. Al loro seguito, si trovano i dipendenti delle grandi industrie post-sovietiche, gli addetti del settore pubblico terrorizzati dall’apertura alla concorrenza. Conservatori e con una estetica kitsch, vengono raffigurati come perdenti zoticoni, per di più al soldo della propaganda russa. Per decifrare le ragioni ultime della guerra Ishchenko invita a servirsi di una lente marxista. Davanti all’invalicabile ostacolo dell’ambiguo “capitalismo politico” che accomuna Mosca e Kiev, con aziende corazzate da benedici selettivi che proteggono dai rischi della competizione economica, è arenata ogni integrazione delle imprese post-sovietiche nelle regole della concorrenza sancite dalle istituzioni del capitale. Dopo il fiasco dei programmi “anticorruzione”, nient’altro che il mandato del capitale transnazionale di procedere ad una legale decapitazione dei riluttanti capitalisti politici, la contesa tra imprese concorrenziali e aziende di concessione è precipitata nel terreno militare.
I regimi bonapartisti prediligono la caserma perché offre un supplemento di legittimazione ad autocrazie che confidano su un sostegno passivo e depoliticizzato, dal canto loro i capitali accarezzano i cannoni per abbattere le ostinate muraglie di spazi refrattari alla libera circolazione delle merci. Quattro anni di ostilità hanno infranto il patto faustiano, incoraggiato da Bush, Obama e Biden, che prometteva all’Ucraina, attraverso il soft power, di accedere con il flusso dei capitali ai consumi della vecchia Europa e, mediante l’hard power, esigeva in loco la preliminare ospitalità delle basi militari. Lo sbarco dei marines, per una esercitazione congiunta in Crimea, fu accolto però da vivaci proteste di piazza. Fino al 2014, solo una minoranza del 13% era favorevole alla Nato. I governi di Kiev hanno di fatto reciso la Costituzione del 1996, che stabiliva il principio di non allineamento (perfino tre mesi prima della “operazione speciale” russa del 2022, l’estraneità ai blocchi militari rappresentava il modello per il 45% del campione). Nel 2019 il governo introdusse addirittura nel testo costituzionale la “via strategica” dell’ammissione nella Nato e nella Ue, mal digerita dalla cittadinanza.
Dinanzi alla cronaca di uno sconfinamento annunciato, nessun tentativo di scongiurare l’evento di una cruenta ristrutturazione “multipolare” dell’ordine mondiale è stato compiuto. Il passo indietro di Zelensky è quindi tardivo, anche perché, secondo i dati riportati da Ishchenko, neppure la “spirale del silenzio”, con la stigmatizzazione di ogni sentimento antipatriottico, ha rigonfiato il gradimento per l’Alleanza atlantica. Nel dicembre 2022, il sostegno all’ingresso nella Nato non andava oltre il 49% e conviveva con una minoranza ragguardevole (per alcuni istituti del 27%, per altri del 39%) che continuava a preferire la neutralità. Accantonate negli anni le ragionevoli soluzioni nel segno del regionalismo a statuto speciale, stracciati gli accordi di Minsk, è arduo un ritorno alle origini, con la eco perenne delle inimicizie che hanno scavato le trincee. Secondo una rilevazione a risposta aperta condotta per conto del Wall Street Journal nel giugno 2022, l’85% degli intervistati dà la colpa della guerra per “gran parte” alla Russia, ma il 58% non risparmia gli Stati Uniti, il 55% la Nato, il 70% il governo ucraino, il 35% i “nazionalisti di estrema destra”.
Il quadro rimane dunque complesso, in un intreccio di culture, storie, esperienze. Nelle regioni controllate dai russi sono state edificate strutture dell’amministrazione militare civica, è stato introdotto il rublo come valuta, vengono pagate piccole somme ai pensionati e ai dipendenti pubblici. Acconsentendo all’annessione di Donetsk e di Lugansk, oltre alla Crimea, Zelensky verrebbe accusato di cedimento, ma un’alternativa non si intravede. Tale non pare essere comunque, neppure a giudizio di Macron, il mito della reconquista o il sabotaggio della “pace ingiusta”. Il folle Trump ha indotto alla ragionevolezza i sobri governanti europei che altro non sanno pronunciare che un inno bellicista alla sacralità (a geografia variabile) dei confini.