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“Meloni cita Nanni Moretti ma non ha capito che per lei la messa è finita”, intervista ad Arturo Scotto

Photo by Cecilia Fabiano/LaPresse

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Arturo Scotto, capogruppo Pd alla commissione Lavoro della Camera e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico, una passione coltivata e praticata da sempre per la politica estera.

Putin che minaccia l’Europa, Trump che la deride e mira a scardinarla dall’interno puntando anche sull’Italia e sui partititi sovranisti anche di matrice neonazista come la AfD tedesca. Ma Giorgia Meloni rilancia il suo ruolo di “pontiera” tra Usa ed Europa.
Il disegno di Trump è chiaro sin dall’inizio. Insieme a Putin promuove un’alleanza delle prepotenze che mira a ristabilire una sfera di influenza militare e commerciale che esonda da ogni forma di approccio multilaterale. Da qui parte un attacco a tutti gli istituti del diritto internazionale, compresa la Corte Penale Internazionale che ha messo sotto accusa sia il Presidente russo che il Primo ministro israeliano per crimini di guerra. Occorre difendere questa istituzione, anche perché rappresenta la punta più avanzata della cultura giuridica europea. La destra americana dal canto suo chiede all’Europa di diventare adulta, perché non funziona più un mondo dove paga sempre Pantalone, soprattutto per la sicurezza strategica. Ma, allo stesso tempo, ribadisce la volontà di egemonia, punta a orientarne gli esiti elettorali, individua le faglie sovraniste all’interno del continente dove investire per spostare il consenso. Una nuova dottrina Monroe per il giardino di casa europeo. Non sono meravigliato che Trump abbia questa visione, il tema è la debolezza oggettiva dell’Europa come soggetto politico, anche a fronte di una Commissione che ormai si barcamena in una politica dei due forni, ma sempre più orientata a destra. Meloni è indubbiamente impegnata a “rallentare” ogni processo di integrazione, fa l’anticamera da Trump, gli compra il gas liquido, si rifiuta di aprire un contenzioso con le big tech che pagano tasse risibili a fronte di profitti abnormi, accetta di pagare il 5 per cento delle spese militari per la Nato, non batte ciglio sui dazi. Non c’è mai stato un tale livello di subordinazione agli USA, proprio mentre l’oceano Atlantico si allarga. Se ci sarà una qualche forma di cessate il fuoco, come auspichiamo, servirà un respiro un po’ più lungo rispetto a quello che sembra emergere ad esempio dalle dichiarazioni della commissaria Kallas. Occorre ripensare la sicurezza e la cooperazione tra est e ovest, tornare alla suggestione di una nuova Helsinki. A me continua a non convincere la spinta al riarmo, senza nessuna prospettiva di difesa comune e, naturalmente, di un’autonoma politica estera. Per non parlare della discussione del ritorno della leva: ma davvero pensiamo che si possano rimettere le lancette indietro? E di riorientare le giovani generazioni sul versante di una società militarizzata? Sullo sfondo c’è una questione tedesca che si riapre e che in troppi sottovalutiamo. Mi colpisce come questo salto storico verso una economia di guerra non susciti alcun dibattito: la storia non si ripete mai allo stesso modo, questo è vero, ma un gigante economico e militare nel centro del continente può risvegliare sentimenti revanscisti che pensavamo seppelliti. D’altra parte, l’AfD è in tutti i sondaggi primo partito, ma questo lo abbiamo quasi rimosso. Dunque, servirebbe una svolta politica e diplomatica, dopo che per quattro anni in Europa le classi dirigenti hanno ragionato solo in termini di soluzioni militari davanti alla tragedia ucraina.

Intanto la Palestina è scomparsa dalle prime pagine della stampa mainstream e dai titoli dei Tg. Eppure, a Gaza si continua a morire di freddo e di fame, mentre in Cisgiordania spadroneggiano le squadracce dei coloni sostenute dall’esercito israeliano. Nei suoi recenti incontri a Roma, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, ha rilanciato la richiesta all’Italia di riconoscere lo Stato di Palestina. Se non ora, quando?
Bisogna farlo subito, come continuiamo a chiedere. Serve per rafforzare il negoziato, perché non può esistere una pace senza che venga riconosciuto il diritto dei palestinesi ad autodeterminarsi. Meloni, nonostante l’incontro con Abbas, continua a negarla, isolando l’Italia rispetto al resto dei paesi europei. Purtroppo, siamo davanti a una tregua fragile, Netanyahu con meno riflettori addosso continua a perseguire il suo disegno di una Grande Israele nella più completa impunità. Più trascorrono i mesi, più l’annessione della West Bank diventa uno stato di realtà, mentre a Gaza i militari spiegano tranquillamente che si terranno il 53 per cento della striscia, dove attualmente sono collocati. C’è una emergenza umanitaria che non viene gestita, le Nazioni unite sono ancora ospiti indesiderati e non protagoniste della distribuzione del cibo e della prospettiva di ricostruzione. Le autorità israeliane stanno vietando alle Ong il permesso di operare in Cisgiordania sulla base della nuova normativa che prevede una preregistrazione. Persino Save the Children è fuori! Nel frattempo, anche la propaganda del Governo italiano va un po’ aggiornata, perché alle favole non crede più nessuno. Food for Gaza è bloccato, non entra uno spillo, i valichi sono ancora chiusi e le trecento tonnellate raccolte per la Flotilla da Music For Peace ferme ad Amman da un mese con costi di stoccaggio esorbitanti. Per chi, come Meloni, ci aveva spiegato che tutti gli aiuti sarebbero passati in poche ore, bastava affidarli a lei, una smentita clamorosa. Sono dei bugiardi seriali.

Se dovessero passare i DDL in discussione in Parlamento chi critica Israele verrebbe definito e perseguito come un antisemita. Su l’Unità Anna Foa ha criticato duramente questi Disegni di legge, uno dei quali è a firma di parlamentari del suo partito.
L’antisemitismo esiste. Chi lo sottovaluta è miope oppure connivente. C’è una crescita di episodi a sfondo razziale che deve essere condannato e perseguito. L’ultima, la più tragica e dolorosa, ce la racconta Sidney: una punizione collettiva di civili innocenti nel giorno dell’Hanukkah. Mi convince allo stesso tempo poco la via legislativa che sembra prendere piede in Senato. Consiglierei più prudenza e una discussione di merito approfondita. Non mi convince il riferimento alla definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra). Se dovessimo applicarla alla lettera, alcune posizioni che non ho mai condiviso che spesso sono anche ripetute nei cortei – Palestina dal fiume al mare, ad esempio – diventerebbero reati di opinione. Nelle 11 prescrizioni ci sono alcuni passaggi che trovo forzati. Ad esempio: “accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione”. È un giudizio politico, mica l’anticamera di un reato? Oppure: “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele, richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”. Una democrazia deve rispettare sempre i diritti umani, non c’è qualcuno più uguale degli altri. Quello che si chiede all’Ungheria di Orban vale anche per l’Israele di Benjamin Netanyahu. Sono pronto a confrontarmi con tutte le opinioni, non criminalizzo i colleghi del Pd che hanno presentato questa proposta, ma non ne capisco né l’urgenza né la necessità. Peraltro, la legge Delrio prevede persino una delega al Governo: francamente a questi signori non metterei mai in mano una materia così delicata, dove davanti alle proteste nelle università e nelle piazze potrebbero usare questi poteri per stabilire nuove forme di maccartismo. Noi dobbiamo lavorare in quei contesti che si sono mobilitati, con quella generazione che si è ribellata davanti al genocidio di Gaza, per rilanciare un’idea di pace, la prospettiva oggi largamente indebolita dei due popoli due stati. Possiamo davvero pensare di lasciare anche solo uno spiraglio alla criminalizzazione che ne fa la destra? Invito tutti a riflettere su questi rischi. Questa nuova generazione, come ha detto anche Massimo D’Alema, ha salvato l’onore di democrazie che si erano girate dall’altra parte davanti a un genocidio, impotenti e complici. Oggi la destra vuole punirli perché si sono ribellati. E vogliono equiparare la critica radicale a Israele con l’antisemitismo. Basta leggere la loro stampa e la loro propaganda. Per la destra postfascista la vicinanza con la destra messianica israeliana è un condono vero e proprio su un passato oscuro, quello delle leggi razziali che hanno portato il nostro paese nel baratro della complicità con il nazismo e l’olocausto. Sono i nipotini di Almirante, che non lo hanno mai rinnegato, che continuano a chiederne intitolazioni di piazze a lui dedicate. Ma davvero possiamo accettare lezioni da questi qui?

Cosa c’è di massimalista o di sinistrorso nel sostenere le battaglie della Cgil?
È una discussione francamente ridicola. Il sindacato fa il suo mestiere e tra gli strumenti che la Costituzione gli riconosce c’è lo sciopero. Mai nella storia della Repubblica c’era stato un attacco così forsennato a questo diritto. La domanda è: la legge di bilancio risponde alle fasce più fragili della popolazione, di chi vive del proprio lavoro? Io penso di no. Se guardiamo solo una delle promesse di questa maggioranza, l’abolizione della legge Fornero, emerge in maniera chiara tutta la loro incoerenza. Hanno consentito l’adeguamento in alto dell’età pensionabile di tre mesi. Avevano detto l’opposto. E poi sui salari non c’è nessuna politica concreta, viene conservato il drenaggio fiscale, negato il salario minimo ancora una volta, le rimodulazioni Irpef avvantaggiano solo le fasce più abbienti, come spiegano ISTAT e Bankitalia, fino al paradosso di un aumento annuo di 23 euro per uno stipendio operaio e di 440 per un manager. Stiamo al punto: non hanno messo in campo nessuna misura anticiclica, contro il salario minimo hanno costruito un blocco reazionario che vuole un paese che compete al ribasso sui diritti nella catena del valore globale. Solo l’austerità è la bussola che li guida. Perché li accredita nel salotto buono che fino a ieri attaccavano. Preferiscono tagliare il welfare e aumentare le spese in armi, comprate peraltro dagli americani. Il massimalismo lo praticano loro, insomma. Solo che lo fanno sempre e solo contro i poveri e i lavoratori.

Che Pd esce dall’Assemblea nazionale di domenica scorsa? I retroscenisti in servizio permanente hanno narrato del riposizionamento interno, di nuove alleanze, di correnti che si scompongono e ricompongono. Tutto qui?
Se la linea politica della segretaria Elly Schlein oggi è riconosciuta da una maggioranza più larga del Partito Democratico è un fatto positivo. Aiuta non solo il Pd, ma la costruzione dell’alternativa nel paese. È il risultato di una impostazione che ha messo davanti la questione sociale, senza subalternità alla narrazione liberale che per anni ha influenzato anche i progressisti. Non tutti gli interessi in campo sono uguali, il conflitto sociale esiste ed è un tratto che distingue le democrazie dalle autocrazie. Il nostro compito storico resta rappresentare quella parte di società che ha pagato il prezzo più alto della crisi finanziaria del 2008, che non ha ancora riconquistato il potere d’acquisto perduto, che chiede la piena applicazione della nostra Carta Costituzionale. Se guardo al modo in cui Meloni ad Atreju ha preso di mira Elly Schlein con battute scomposte al limite dell’offesa significa che siamo sulla strada giusta. Noi non scenderemo mai al livello di una Presidente del Consiglio che con due crisi internazionali in corso parla della sinistra che “rosica” e della “sindrome del kebabbaro”. Meloni ha citato Nanni Moretti per l’assenza di Elly ad Atreju, ma, citazione per citazione, non ha capito che per lei “la messa è finita”. L’Italia e soprattutto il mezzogiorno stanno dando segnali di insofferenza attraverso il voto rispetto a una politica economica che ci ha condotto a livelli di crescita zero. Noi ci faremo trovare pronti, con una coalizione che è credibile, anche se dovessero imporre una legge elettorale per tentare di vincere a tavolino. La realtà è più forte della loro propaganda.