Resistere un minuto più del nemico: non si può dire che la strategia dell’Alta commissaria europea Kallas sia particolarmente originale e neppure molto diplomatica. Ma ha il pregio della chiarezza.
È precisamente questa la posizione sulla quale si stanno assestando la Commissione europea e i principali Paesi del Continente. Ma perché l’Ucraina resista un minuto più della Russia, ammesso che sia possibile, servono miliardi a carrettate. Per questo la settimana prossima il Consiglio europeo deciderà di confiscare i beni russi depositati in Belgio. Lo deciderà a maggioranza, in base all’art. 122 del Trattato Ue, per aggirare il veto di Ungheria, Slovacchia e soprattutto del Belgio, se non arriverà con altri mezzi a più miti consigli. L’uso dello stesso art. 122 per congelare sine die gli asset russi è propedeutico al passo successivo e di ben più ampio significato.
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A spingere la Ue in questa direzione sono due analisi distinte. Secondo la prima, la Russia non avrebbe possibilità di resistere economicamente ancora a lungo. Stando ai rapporti delle intelligence di diversi Paesi, inoltre, senza il sequestro dei suoi asset la Russia passerebbe a un’offensiva finale il cui esito metterebbe poi a rischio l’intera Europa, come ha sostenuto senza giri di parole e alludendo a una imminente guerra, “come quelle dei nostri padri e nonni”, il segretario della Nato Rutte. Dunque le quotazioni della confisca, inizialmente molto basse data la marea di problemi legali che potrebbe creare e la resistenza di molti Paesi a farsi garanti di un debito che l’Ucraina non potrà mai restituire, si sono nell’ultima settimana impennate.
Dichiarazioni ufficiali e ipocrite a parte, l’Italia, come molti altri Paesi inclusa la stessa Francia è contraria a un passo che rischia di rivelarsi senza ritorno. Però non può dire apertamente di no: sarebbe uno strappo non più ricucibile con Bruxelles ma anche con il Quirinale e non è detto che la prima rottura sia temuta da Giorgia più della seconda. Dunque Roma fa melina. “Abbiamo votato a favore del congelamento, poi si aprirà un dibattito politico. Ci può essere un altro strumento per finanziare l’Ucraina”, afferma il ministro degli Esteri Tajani. Allude all’ipotesi di finanziare il prestito all’Ucraina con gli eurobond, secondo il modello Covid, invece che con la confisca degli asset russi. L’ipotesi è reale. Lo conferma il presidente del Ppe Weber: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”. Ma non è quella su cui puntano la presidente von der Leyen e il cancelliere Merz.
L’Italia ha sperato e forse ancora spera in uno sblocco della trattativa prima della riunione del Consiglio europeo del 18 dicembre, nella quale si deciderà sul prestito. Ma è una chimera. Per Mosca rinunciare a una parte del Donbass è fuori discussione: “È russo. Le proposte che Zelensky vuole inserire nel Piano americano sono inaccettabili”. L’Ucraina non intende mollare e l’ipotesi di sottoporre a referendum l’eventuale cessione di terre ucraine ne è in realtà una conferma. Trump, in queste condizioni è orientato a disertare il vertice di lunedì prossimo a Berlino, considerandolo “una perdita di tempo”.
L’ultima carta che Roma sta in realtà già giocando è proprio la necessità di evitare lo strappo con gli Usa. Dopo le bordate della Casa Bianca della settimana scorsa e le repliche comprensibilmente irritate della Germania e della Ue la confisca sarebbe vissuta da Washington come atto apertamente ostile non solo nei confronti della Russia ma anche degli Usa. L’Italia insiste per evitare quel passo senza rinunciare al prestito per tenere in piedi Kiev ma senza mettere mano agli asset russi. Riuscire nella missione per Giorgia è fondamentale ma la missione appare oggi come tra le più ardue.