Torna legale, anzi no. È il testacoda incredibile del governo Meloni sulla cannabis light, resa illegale col divieto introdotto nel decreto sicurezza portando un settore florido e in ascesa in ginocchio con aziende in crisi e lavoratori licenziati.
Un divieto che pareva esser smentito da un emendamento presentato da Fratelli d’Italia alla manovra, a firma del senatore meloniano Matteo Gelmetti, che estendeva la legge quadro sulla canapa industriale del 2016, allargandola anche alle “infiorescenze fresche o essiccate e derivati liquidi” per uso “da fumo o da inalazione” con Thc, ovvero il principio attivo psicotropo, fino allo 0,5%.
Un emendamento che presentava comunque criticità e strumenti di disincentivo, con l’introduzione di una imposta di consumo pari al 40% del prezzo di vendita al pubblico (simile a quelle delle sigarette), ma che in ogni caso andava a sanare quanto provocato dal decreto sicurezza.
Un punto questo sottolineato dalle opposizioni, che avevano avuto facile gioco a ricordare come fosse arduo sostenere che la cannabis con meno dello 0,5% di principio attivo, e tuttavia equiparata agli stupefacenti, fosse meno dannosa se tassata del 40%. “Secondo la destra la cannabis light uccide. Quella tassata al 40% un po’ meno”, aveva rimarcato il capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato Stefano Patuanelli.
Di fronte all’imbarazzo provocato dall’emergere della vicenda, la reazione in maggioranza è stata quella di annunciare informalmente il ritiro dell’emendamento.
Sullo sfondo c’è poi la questione giuridica riguardante il divieto di vendita diposto dal decreto sicurezza. Mercoledì un giudice di Brindisi ha sollevato un dubbio di costituzionalità sulla norma del decreto sicurezza che aveva reso illegale la cannabis light: la Corte Costituzionale sarà chiamata a stabilire se il divieto sia legittimo, ma i tempi di questa decisione ancora non si conoscono.