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Intervista a Graziano Delrio: “Pd bene alle regionali ma dobbiamo essere affamati e folli”

Photo credits: Paola Onofri/Imagoeconomica

Photo credits: Paola Onofri/Imagoeconomica

Parlamentare, già sindaco di Reggio Emilia, ministro per gli Affari regionali e le autonomie nel governo Letta, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti prima nel governo Renzi e poi riconfermato nel governo Gentiloni, è stato anche capogruppo del Partito democratico alla Camera dei deputati. La parola a Graziano Delrio.

Dopo Veneto, Puglia e Campania il gran tour elettorale delle Regioni si è concluso. Solo due sono passate di mano, Sardegna e Umbria, e le avete strappate voi alla destra. Quindi ha poco da saltellare Giorgia Meloni. Si aspettava un risultato simile?
Sicuramente l’alleanza di centrosinistra esce più forte da questa lunga stagione di elezioni locali. Credo vada ricordato infatti anche il risultato delle città dove ora governiamo in 24 delle 38 andate al voto e senza voler fare torto a nessuno cito solo Genova e Perugia strappate alla destra grazie a due candidate eccezionali, alla capacità di coinvolgere tutte le forze riformiste e progressiste e a programmi credibili e convincenti. Sì, questo giro di boa è positivo ma sicuramente non dobbiamo pensarci già arrivati. Rubando le parole a Steve Jobs lasciamo che a ispirarci siano fame e follia, fame di vittoria e follia di gettare il cuore oltre l’ostacolo delle difficoltà, delle incomprensioni, delle diffidenze che abitano il nostro campo perché ciò che conta è sconfiggere a livello nazionale, una destra inadeguata, priva di idee e coraggio, una destra che cammina con la testa rivolta all’indietro e che sa solo evocare complotti e fabbricare nemici. Ma la strada sarà molto lunga. Al centro rimane da definire un vero progetto per far rialzare il nostro paese e renderlo protagonista di una nuova rinascita europea. Un progetto prima della leadership. Da fare con le forze vitali e specialmente con i giovani: nel paese e per il paese. Invitando tutti a non stare al balcone. Stiamo vedendo che la democrazia e la pace non sono acquisite per sempre: si devono difendere con volontà e coraggio civici. È a difesa di democrazia e pace che ci vorrebbe una leva, una chiamata alle armi.

A suo parere le urne hanno decretato uno stato di salute positivo per il Partito democratico o, visto che lei è medico, il paziente ne ha ancora di cure a cui sottoporsi per ritenersi in piena forma? E, in questo secondo caso, cosa va fatto?
Penso si possa dire che il mio partito abbia registrato ovunque risultati buoni, in qualche caso incoraggianti e che, confermando il radicamento locale e la dimensione nazionale, attestano che siamo una forza viva e presente ovunque, dalla grande città al piccolo borgo. Buona la prima mi verrebbe da dire andando a pescare nel lessico del cinema. Ma i ciak non sono finiti. Tutt’altro. E, allora, sì abbiamo molta strada da fare ancora e salite da affrontare perché anche noi, come tutti i partiti, abbiamo perso tantissimi elettori, perché anche noi come gli altri abbiamo deluso donne, uomini lavoratori, imprenditori, giovani, pensionati, artigiani, commercianti che si erano fidati di noi al punto – lo ricordo sempre – che all’indomani della nascita del Pd ci votò lo stesso numero di italiani che oggi ha la destra sommando tutti i partiti, cioè oltre 12 milioni di cittadini. Quindi dobbiamo con umiltà rivolgerci a chi oggi non crede più alla utilità della politica. Per rispondere alla sua domanda il Pd sarà in piena forma quando saprà recuperare quelli che ci hanno lasciato per altre formazioni o per il non voto. E questo richiede un gran lavoro da parte di tutti a cominciare dalla segretaria e i parlamentari gli eletti gli amministratori i dirigenti gli iscritti ma, naturalmente, compiti e responsabilità principali appartengono al gruppo dirigente.

A proposito di non voto, resta e si estende la marea astensionista. Male incurabile delle democrazie liberali del nostro tempo?
L’astensionismo crescente è, insieme, una ferita democratica ed un campanello d’allarme. La progressione degli ultimi anni poi mi allarma in modo particolare. Siamo giunti alla “norma” che un elettore su due non è interessato a decidere chi governa e spesso anche più di un elettore. Con democrazie a bassa intensità, per citare il Capo dello Stato, non possiamo dormire sonni tranquilli. Inoltre, il rifiuto del voto non è equamente spalmato nella società ma si concentra soprattutto laddove c’è bisogno insoddisfatto, disagio, richiesta d’aiuto inascoltata, condizione personale o sociale di precarietà e sofferenza. È un fallimento e un circolo vizioso perché rischia di determinare che chi ha potere vada a soddisfare quella fetta che mette la scheda nell’urna dimenticando, e allontanando ancora di più, il resto – che abbiamo visto essere più della metà e non solo da noi – che non ha più fiducia. L’astensionismo non si combatte con invenzioni di ingegneria istituzionale o compiacendosi di portare a votare e blindare i ”nostri” ma con passioni e progetti che contrastino e inaridiscano i fiumi dell’ingiustizia sociale, delle solitudini e delle disparità che, anzi, crescono con velocità impressionante.

Nel Pd è tornata l’epoca dei convegni di corrente o, se si preferisce, di area. Prima voi a Milano e nei giorni scorsi i sostenitori della segretaria a Montepulciano. Schlein dovrebbe preoccuparsi?
Nient’affatto. Che pezzi di partito organizzino appuntamenti per discutere di temi programmatici come di collocazione o di alleanze mi sembra solo una buona notizia. Per il Pd e per la sua segretaria soprattutto. Perché è indice di un partito vivo, vero e vivace. Che vuole contare – a Montepulciano mi pare che una delle parole d’ordine sia stata “coinvolgimento” – e dare corpo all’affermazione che il nostro non è un partito del capo o della capa ma una comunità politica. Tra noi e quelli di Montepulciano ci sono differenze? Vivaddio! Non mi preoccuperei se fossi Schlein per questo. Mi allarmerei se mancasse il desiderio di composizione, di fare sintesi, di fare pesare i numeri invece delle idee. Noi abbiamo le nostre, noi – per esempio – pensiamo che il Pd debba occuparsi di più della crescita perché senza crescita non c’è occupazione buona, sviluppo, futuro, innovazione, creatività, ruolo per i giovani, redistribuzione, risorse per i servizi universali come sanità e scuola. La natura del Pd è inclusiva, aspira a rappresentare ampi strati della società. Si deve avere l’ambizione di parlare a tutti, di capire – come diceva Gramsci – “il mare aperto della storia, quello di un mondo terribile e complicato”, assumendo la complessità della società che è fatta di varie categorie. Ciò non penso proprio voglia dire perdere l’identità. Vince chi sa mettere insieme tutte queste cose offrendo una visione chiara dell’Italia. Stare al centro non significa essere moderati ma affrontare le questioni centrali del Paese.

Andiamo un attimo sulla destra e sulla manovra. Che giudizio ne dà? La prudenza a cui dice di ispirarsi il ministro Giorgetti pare dare frutti, almeno con le agenzie di rating. Non le pare un fatto positivo per il Paese?
Sarebbe facile ricordare loro i giudizi non proprio celebrativi che davano delle agenzie di rating quando sedevano sui banchi dell’opposizione. Che i conti pubblici non siano in affanno va bene, ovviamente. Ma l’austerità – ovvero la cifra della loro politica economica – alla lunga li metterà di nuovo sotto pressione con il duplice – pessimo – esito di aver portato il Paese a ridosso della recessione, allargato le maglie della povertà, lasciata sola l’impresa, riaperta la fontana dei condoni, aumentata la pressione fiscale e, infine, rimesso di nuovo sul binario morto i conti pubblici facendo pagare la bolletta ai “soliti noti”: lavoratori dipendenti, pensionati, contribuenti onesti. La destra sta portando il Paese fuori strada, perciò, occorre rimandarla a casa.

E adesso si cambia legge elettorale ha sentenziato la maggioranza, in realtà soprattutto Fratelli d’Italia al completo, dopo il voto di domenica e lunedì. Dovete scegliere il no puro e duro oppure andare a vedere le carte di Meloni e alleati?
Per formazione io non rifiuto mai di sedermi ad un tavolo. Credo nel compromesso, soprattutto quando si parla di istituzioni e regole che non appartengono alla maggioranza ma a tutti. Ma non posso certo sorvolare sul fatto che due esigenze vere come in primis far scegliere agli elettori e non ai segretari di partito chi li vuole rappresentare e poi costruire sistemi di coalizione che diano stabilità e responsabilità piena a chi governa siano secondari rispetto alla paura della destra di perdere le prossime politiche. Se il confronto sarà sui due problemi che ho detto va bene, se invece ci viene detto: “prendere o lasciare” allora si dimostrerà, come già visto nella riforma costituzionale sulla giustizia, che non si vuole fare interesse del paese ma della propria parte.

L’Ucraina, la guerra e la pace. Quella di Trump è solo politica sottomessa al “deal” americano o c’è altro? E l’Europa come sta agendo in questa fase?
Credo abbia ragione Sergio Fabbrini quando scrive che la presidenza Trump è “avversario politico dell’Europa integrata”. L’abbiamo ascoltato dalla sua viva voce e da quella della sua cerchia. Questo è il contesto dentro cui l’Europa si muove e deve averne consapevolezza. Quindi occorre giudizio, responsabilità e senso del proprio ruolo. L’Europa deve divenire presto una potenza non solo economica ma con una politica estera e di difesa comune: i paesi come l’Italia che ritardano questo passo indeboliscono l’interesse nazionale e minano la possibilità di essere protagonisti. Che Trump poi metta gli interessi economici americani, e non solo, in cima ad ogni trattativa mi pare un’affermazione perfino ovvia. Ma l’Europa, sulla “lista della spesa dettata dal Cremlino” – per dirla con Bernard-Henri Lévy– che hanno chiamato piano di pace in 28 punti, ha agito con fermezza e serietà. Credo sia stato chiaro a tutti, anche ai nazionalisti come la nostra presidente del Consiglio, che la capitolazione di Kiev sarebbe stata la porta per la capitolazione dell’Europa. L’Unione sta vivendo il suo momento cruciale. In questa stagione di conflitti sulla propria terra, di disordine internazionale creato dagli Usa, di indebolimento di qualsiasi organizzazioni sovranazionale, di tentativo da parte di Usa e Cina di dividersi il mondo, l’Europa gioca la sua partita per la vita.