Di fronte alla manovra finanziaria del Governo, il mondo sindacale confederale italiano sta vivendo un momento di profonda divisione. La decisione dei sindacati confederali di scendere in piazza in date diverse – la Uil il 29 novembre, la Cgil il 12 dicembre e la Cisl il 13 dicembre – rappresenta un segnale preoccupante di frammentazione del fronte sindacale.
Una volta si diceva che i sindacati dovevano “marciare divisi per colpire uniti”, ma oggi manca anche l’unità d’azione. Questa incapacità delle dirigenze di trovare una mediazione, una comune strategia rivendicativa e obiettivi condivisi tra le diverse Organizzazioni, che per loro compito, per dovere sociale e politico dovrebbero perseguire gli stessi obiettivi di tutela dei lavoratori, mostra una debolezza politica e strategica che rischia di minare la credibilità dell’intero movimento sindacale. Quello che più ci inquieta è il venire meno del “pluralismo convergente” che ha sempre caratterizzato le organizzazioni sindacali confederali. Andare divisi non solo riduce l’impatto e la forza simbolica delle mobilitazioni, ma rafforza le controparti e alimenta la disaffezione dei lavoratori verso il sindacato stesso, che appare più concentrato su logiche interne e di rivalità delle leadership, piuttosto che sulla difesa concreta dei diritti e delle rivendicazioni di merito.
- Quella di Meloni è la manovra dei ricchi: proclamato lo sciopero generale e chiesta la patrimoniale
- Sciopero generale il 12 dicembre, Cgil in piazza contro la manovra Meloni: “Ingiusta e sbagliata, premia i più ricchi”
- Istat e Bankitalia sconfessano la “Melonomics”: la manovra aiuta chi è già ricco, assenti misure per salari e diseguaglianze
In un momento storico segnato da precarietà, inflazione, disuguaglianze crescenti e riforme che incidono pesantemente sul lavoro, la divisione non è un segno di pluralismo, ma di miopia. Senza unità, la voce dei lavoratori si indebolisce e le rivendicazioni perdono incisività. Non è la diversità delle opinioni a turbarci – essa è fisiologica e fa parte della storia plurale del sindacalismo italiano – ma il rischio che queste divisioni aprano un fossato profondo tra i lavoratori stessi, nelle aziende come nei territori. Dividersi in modo così plateale, con la strumentalizzazione dei media e delle rispettive tifoserie, non fa che favorire l’azione del Governo, che può continuare indisturbato a praticare il vecchio principio del “divide et impera”. Così facendo, si indebolisce la forza contrattuale e si compromette la possibilità di ottenere un cambio di segno nella legge di bilancio e risultati concreti, tanto necessari in tempi di crisi. Come sono lontani i tempi della grande manifestazione del 1994, quando D’Antoni dal palco invitava: “Amici e compagni, scambiatevi le bandiere!”, e davvero lo avevamo fatto. Quel gesto simbolico rappresentava la consapevolezza che, al di là delle differenze, la forza del lavoro organizzato nasceva dall’unità e dal rispetto reciproco.
Per questo, come Associazione Nazionale “Prendere Parola”, chiediamo con convinzione alle Confederazioni sindacali — CGIL, CISL e UIL — di trovare la forza e il coraggio di tornare a un’unità di azione, almeno sui temi fondamentali: la difesa del lavoro, la tutela dei salari, la dignità dei pensionati, la giustizia sociale. Chiediamo alle Segreterie confederali di agire in fretta e rilanciare il dialogo e la mediazione tra le organizzazioni e diano vita a un percorso di ricomposizione e di unità d’azione, capace di superare le divisioni e restituire ai lavoratori la fiducia nella rappresentanza confederale. Questo cambiamento sarebbe un atto indispensabile di lungimiranza politica e avrebbe un significato profondo non solo per il sindacalismo confederale ma per la democrazia italiana e una sconfitta per coloro che puntano alla polarizzazione politica del sindacato. Questo è il momento di indicare la via della convergenza e del bene comune.
*Associazione nazionale