Non vogliono morire assieme alla siderurgia italiana. È l’appello disperato degli operai dell’ex Ilva di Genova, dove lo stabilimento è stato occupato dai lavoratori per protesta già questa mattina, intorno alle 8:30.
Una giornata segnata dall’assemblea sindacale indetta con una giornata di sciopero in protesta “contro il blocco degli impianti del nord e il piano che prevede l’aumento della cassa integrazione straordinaria fino a 6mila unità”.
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Dopo il confronto gli operai sono usciti dallo stabilimento ex Ilva e, anche l’aiuto di mezzi pesanti come le scavatrici utilizzate quotidianamente nell’impianto, hanno bloccato le strade dirigendosi alla stazione ferroviaria di Genova Cornigliano per un presidio ad oltranza.
Nel mirino c’è il piano del governo Meloni sul futuro degli stabilimenti ex Ilva, un progetto che “porta alla chiusura della fabbrica con la conseguenza che a Genova abbiamo mille posti di lavoro a rischio, mille famiglie che rischiano di perdere il loro sostentamento e la fine della siderurgia nella nostra città e nel paese” denunciano Armando Palombo, storico delegato Fiom Cgil della ex Ilva di Cornigliano, e Stefano Bonazzi, segretario generale Fiom Cgil Genova.
Secondo Palombo “quel poco che si produce si vende subito a Taranto per fare cassa. Ovviamente gli stabilimenti del Nord, Genova in primis, poi Novi eccetera, non avranno più prodotto e quindi chiudono”. “Chiediamo agli enti locali, al Comune, alla Regione, di sospendere ogni attività come segno di solidarietà. E di cominciare a trovare soluzioni serie a mille posti di lavoro. Quindi non è più un problema del cassintegrato in più o cassintegrato in meno. Qua stanno chiudendo la siderurgia d’Italia”, è l’appello del sindacalista.
Ma il quadro per il settore resta complicato. Martedì 11 novembre si era tenuto un tavolo tra esecutivo e sindacati sull’ex Ilva, chiuso senza soluzioni o risposte per gli operai del gruppo. I sindacati avevano infatti deciso di interrompere il tavolo delle trattative: “Abbiamo chiesto alla presidenza del Consiglio di ritirare il piano e di fare intervenire direttamente la premier Meloni. Ci hanno risposto di no e noi abbiamo deciso di dichiarare sciopero”, avevano spiegato la scorsa settimana dalla Fiom.
Il piano prevede il passaggio in cassa integrazione di altri 1.550 lavoratori, portando il totale a 6mila, a partire da gennaio. In una nota il governo aveva risposto ai sindcati puntualizzando che “non ci sarà un’estensione ulteriore della cassa integrazione” e di avere “accolto la principale richiesta avanzata dagli stessi sindacati”. L’alternativa è la disposizione di “percorsi di formazione” per far acquisire ai lavoratori le competenze necessarie alla lavorazione dell’acciaio prodotto con tecnologie green.