Turismo dell’orrore, turismo omicida. È quello di cui sarebbero stati protagonisti almeno cinque cittadini italiani nella Bosnia-Erzegovina sconvolta, tra il 1992 e il 1996, dal sanguinoso conflitto che sconvolse i Balcani e l’ex Jugoslavia.
A distanza di oltre 20 anni da quella tragedia, oggi la Procura di Milano apre un’inchiesta, di fatto non ancora partita con le attività istruttorie, per omicidio plurimo aggravato dai motivi abietti e dalla crudeltà sui cosiddetti “cecchini del weekend“: si tratterebbe di personaggi facoltosi provenienti dall’Europa, ma anche da Stati Uniti e Canada, che pagavano per andare ad uccidere, anche donne e bambini, durante l’assedio di Sarajevo da parte dei serbo-bosniaci tra il 1992 e il 1996.
Inchiesta aperta, scrive l’Ansa, a seguito di un esposto di 17 pagine presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni. Quest’ultimo cita una “fonte in Bosnia-Erzegovina” ex membro dei servizi segreti locali, che gli ha riferito come “l’intelligence bosniaca a fine 1993 ha avvertito la locale sede del Sismi (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare, l’ex servizio segreto militare italiano oggi trasformato in Aisi) della presenza di almeno 5 italiani, che si trovavano sulle colline intorno alla città, accompagnati per sparare ai civili”.
Gavazzeni assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini, riporta uno scambio di mail del novembre 2024 con la “fonte”, che nell’atto viene indicato con nome e cognome, che scriveva: “Ho appreso del fenomeno alla fine del 1993 dai documenti del servizio di sicurezza militare bosniaco sull’interrogatorio di un volontario serbo catturato, venuto a combattere dalla parte dei serbi di Bosnia ed Erzegovina. Ha testimoniato – si legge – che 5 stranieri hanno viaggiato con lui da Belgrado alla Bosnia Erzegovina (almeno tre di loro erano italiani, e uno ha detto di essere di Milano)”.
I “cecchini italiani”, secondo l’ex 007 bosniaco, partivano da Trieste in direzione Sarajevo. Nell’esposto si dà conto che “in una testimonianza è riportato che tra questi ci fossero degli italiani: un uomo di Torino, uno Milano e l’ultimo di Trieste”. In particolare uno degli italiani identificati sulle colline sopra Sarajevo nel 1993, oggetto della segnalazione al Sismi, era di Milano e “proprietario di una clinica privata specializzata in interventi di tipo estetico”. Stando all’esposto, tra questi “turisti-cecchini” c’erano anche appassionati di caccia e armi: proprio la copertura dell’attività venatoria serviva per portare, senza sospetti, i gruppi a destinazione a Belgrado.
I “clienti”, secondo il racconto dell’ex agente bosniaco fonte di Gavazzeni, erano “sicuramente persone molto ricche” che potevano “permettersi economicamente una sfida così adrenalinica”. Sarebbe anche esistita anche un “tariffario” per le uccisioni: “I bambini costavano di più, poi gli uomini (meglio in divisa e armati), le donne e infine i vecchi che si potevano uccidere gratis”. Dietro il “safari della morte”, secondo l’ex 007 bosniaco, ci sarebbe stato il servizio di sicurezza statale serbo: un ruolo dietro l’organizzazione dei viaggi lo avrebbe avuto anche l’ex compagnia aerea serba di charter e turismo Aviogenex. La fonte di Gavazzeni fa anche un altro nome, quello di Jovica Stanišić, ex capo capo del Servizio di sicurezza dello Stato serbo condannato a 12 anni per crimini di guerra al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.
L’esistenza di questi “cecchini del weekend” sarebbe confermata anche dalla testimonianza nel 2007 di John Jordan, ex vigile del fuoco statunitense che era volontario nella città assediata di Sarajevo negli anni ’90, durante il processo alla Corte internazionale dell’Aja del comandante dell’esercito serbo-bosniaco Ratko Mladic. “Ho assistito in più di un’occasione a persone che non mi sembravano persone del posto per il loro abbigliamento, per le armi che portavano, per il modo in cui venivano trattati, gestiti, cioè guidati dai locali. Ho visto questo a Sarajevo in diverse occasioni”, disse all’epoca Jordan. “Era chiaramente evidente – si legge ancora nella testimonianza di 18 anni fa – che la persona guidata da uomini che conoscevano bene il terreno era completamente estranea al terreno, e il suo modo di vestire e le armi che portava con sé mi hanno fatto pensare che fossero tiratori turistici”. E ancora: “Quando un ragazzo si presenta con un’arma che sembra più adatta alla caccia al cinghiale nella Foresta Nera, che al combattimento urbano nei Balcani…. Quando lo si vede maneggiare e si capisce che è un novizio…”.
Nelle prossime settimane il pm titolare del fascicolo, Alessandro Gobbis, dovrebbe dare seguito alle indagini con la delega al Ros dei carabinieri: è probabile che verranno ascoltate le persone indicate dallo scrittore che ha presentato l’esposto.