Francesco De Leo è morto lunedì 20 ottobre nella sua cella “personalizzata” del carcere Lorusso Cotugno di Torino. Il caso del detenuto 50enne era emerso la scorsa estate, con ripetuti appelli per le sue condizioni di salute precarie: De Leo pesava oltre 260 chili, problema che rendeva complicata la sua collocazione in una normale cella di detenzione.
L’epilogo della vicenda è stato quello più traumatico e drammatico: De Leo è morto in carcere per arresto cardiaco, nonostante i soccorsi del 118. Per lui nel carcere delle “Molinette” era stata allestita una cella speciale per contenerlo dopo un lungo vagabondare per prigioni e strutture sanitarie.
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A Torino era stato trasferito da Genova, nel carcere piemontese era finito dopo che alcuni giorni fa era stata ultimata la “cella speciale”. A rendere noto il decesso è stato l’ex Garante dei detenuti piemontese, Bruno Mellano. “Per lui era stata allestita una cella speciale per contenerlo dopo un lungo vagabondare per prigioni e strutture sanitarie. Scontava una pena fino al 2040 per truffa ed era stato trasferito da Genova a Torino, dove la cella speciale per le sue condizioni era stata ultimata pochi giorni fa. In precedenza non era potuto entrare a Cuneo per mancanza di strutture adeguate e aveva suscitato polemiche per l’uso intensivo di agenti penitenziari”, spiega Mellano.
Di “vittima di una diaspora carceraria” parla invece l’avvocato Luca Puce che assisteva De Leo. All’agenzia Agi il suo legale racconta di averlo sentito l’ultima volta “una decina di giorni fa, mi aveva detto che stava in cella disteso 24 ore su 24 e su un materasso sottile”.
Puce ricorda che “il Tribunale di Sorveglianza aveva stabilito un anno fa che non doveva stare in carcere ma è finito ‘parcheggiato’ a Torino in attesa che predisponessero altrove una cella adatta. Mi dispiace molto a livello umano – prosegue il legale -. È un dramma dell’indifferenza e della struttura del nostro sistema carcerario perché una sistemazione per una persona come lui doveva esserci già, non doveva essere predisposta ad hoc, può capitare che una persona con un problema di grave obesità sia detenuto”.
“Nessuno lo voleva”, dice al Corriere di Torino Domenico De Leo, il fratello da cui Francesco era stato ospite ai domiciliari per un periodo prima del trasferimento in una Rsa. “Sabato lo avevo sentito era stanco e non stava prendendo più l’insulina”, racconta ancora il fratello dell’uomo, originario di Brindisi, che sta valutando l’ipotesi di sporgere denuncia.