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Tutti temono Marwan Barghouti: perché Israele e Hamas non vogliono libero il leader palestinese

Tutti temono Marwan Barghouti: perché Israele e Hamas non vogliono libero il leader palestinese

È l’unico che ha il prestigio, l’autorevolezza, il consenso popolare per negoziare la pace con Israele. È stato il leader della prima Intifada, la “rivolta delle pietre” che riportò la questione palestinese al centro dell’interesse internazionale. In carcere da oltre ventidue anni, dove sta scontando cinque ergastoli, ha costruito il fronte unito dei prigionieri palestinesi, a conferma del suo carisma.

È Marwan Barghouti, 66 anni. Un anno fa l’Economist lo definì “il prigioniero più importante del mondo”. Il suo nome è nell’elenco dei 6 ergastolani da liberare nel negoziato in svolgimento a Sharm el Sheik. Israele si oppone. La ragione è politica, non giudiziaria. E Hamas, come pezzi della nomenclatura dell’Anp, non si straccerebbero le vesti. La ragione la spiega all’Unità, con garanzia dell’anonimato, uno dei fedelissimi di Barghouti: “Marwan continua a fare ombra a molti pseudo leader – ci dice – già dai tempi della prima e della seconda Intifada. Se fosse liberato e si candidasse alla successione di Mahmoud Abbas (Abu Mazen, ndr) alla presidenza dell’Autorità nazionale palestinese, avrebbe un plebiscito. A quel punto, Netanyahu o chi altro al suo posto non potrebbe più dire di non avere interlocutori legittimati a parlare e negoziare per i palestinesi”. Lo stesso Netanyahu avrebbe promesso ai due ministri di estrema destra – Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich– secondo Channel 14, che “i simboli del terrore” come Barghouti non rientreranno nello scambio.

Hamas ha accettato di consegnare le sue armi a un comitato egiziano-palestinese ma si rifiuta categoricamente di affidare la gestione di Gaza a un comitato internazionale di transizione guidato dall’ex premier britannico Tony Blair. Lo ha dichiarato una fonte palestinese vicina ai negoziati, secondo la quale il gruppo militante islamista ha accettato l’ingresso nella Striscia delle forze di sicurezza palestinesi, addestrate in Egitto e Giordania. Tuttavia, Hamas «rifiuta la presenza di Tony Blair come governatore di Gaza», ma «accetta che assuma un ruolo di supervisione a distanza». Il gruppo è contrario all’idea di creare un comitato internazionale di transizione, in linea con il piano del presidente Usa Donald Trump, e ha proposto una doppia mediazione al riguardo, sia con Israele che con l’Autorità nazionale palestinese per affidare l’amministrazione della Striscia a un comitato affiliato al governo palestinese.

Benjamin Netanyahu è ottimista sulla fine della guerra a Gaza, ma ha avvertito che Israele non si accontenterà di niente di meno che una vittoria totale. «Siamo vicini alla fine della guerra, ma non ci siamo ancora», ha chiarito in un’intervista rilasciata a Ben Shapiro alla vigilia del secondo anniversario dell’eccidio del 7 ottobre 2023. «Ciò che è iniziato a Gaza finirà a Gaza, con il rilascio di tutti i nostri e la fine del regime terroristico di Hamas», ha detto citando 46 persone in cattività, mentre in totale sono 48. Venti dei rapiti, ha poi confermato, sono ancora vivi. Ma bisogna andare fino in fondo, mentre a Sharm el Sheikh sono in corso i negoziati sul piano Trump. Hamas, ha detto, non è ancora stato completamente distrutto: «Ci arriveremo. Anche Hezbollah, la Siria e gli Houthi hanno subito duri colpi. Israele è emerso da quel giorno come il paese più forte della regione, ma abbiamo ancora delle cose da fare per completare la vittoria», ha sottolineato. Netanyahu ha poi fatto riferimento alla possibilità di espandere gli Accordi di Abramo. «Possiamo raggiungere più accordi di pace, non solo in Medio Oriente, ma prima dobbiamo porre fine alla guerra a Gaza», ha chiarito spiegando che diversi grandi paesi a maggioranza musulmana sono già in contatto con Israele.

Hamas ha accusato Netanyahu di voler “ostruire e ostacolare” l’attuale ciclo di negoziati, così come aveva “deliberatamente ostacolato tutti i cicli precedenti”. “Nonostante la brutale forza militare, il sostegno illimitato e la piena collaborazione americana nella guerra di sterminio a Gaza, non sono riusciti e non riusciranno a ottenere una falsa immagine di vittoria”, ha affermato Fawzi Barhoum, portavoce dell’organizzazione, citato da al Jazeera. Quanto a Trump, il presidente Usa ha risposto ai giornalisti alla Casa Bianca che gli hanno chiesto delle trattative tra Israele e Hamas sulla guerra a Gaza, in corso in Egitto. Alla domanda diretta sull’esistenza di una «linea rossa in termini di disarmo di Hamas o altro», Trump ha detto: «No, ci sono dei limiti. Se determinate condizioni non vengono soddisfatte, non faremo un accordo. Ma penso che stiamo andando molto bene e credo che Hamas abbia accettato condizioni molto importanti». La delegazione Usa si unirà ai colloqui fra Israele e Hamas in Egitto oggi. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, precisando che l’obiettivo principale dei colloqui è stabilire un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi e di alcuni prigionieri palestinesi. Della delegazione americana fanno parte l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, e il genero del presidente Jared Kushner.

Intanto, il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, ha aggiornato a 67.173 il bilancio dei morti dell’inizio del conflitto con Israele, due anni fa. Tra questi, 20.179 i bambini. I feriti sono 169.780. In questo quadro apocalittico, l’Unicef ha denunciato le condizioni sempre più gravi in cui versano i reparti di maternità e terapia intensiva neonatale dei pochi ospedali ancora operativi a Gaza. Secondo quanto riferito all’agenzia Reuters dal portavoce dell’Unicef James Elder, Israele ha più volte impedito il trasferimento di incubatori da un ospedale del nord della Striscia (ormai evacuato) agli ospedali del sud.

La scarsità di apparecchiature è particolarmente grave perché, a causa della carestia, nella Striscia sempre più madri partoriscono prima del tempo e sempre più bambini sono denutriti. Secondo le stime dell’OMS, oggi a Gaza un neonato su cinque è prematuro o sottopeso. Elder cita, a titolo di esempio, una scena a cui ha assistito in un ospedale nel sud della Striscia: «C’erano tre madri con tre bambini che condividevano una sola fonte di ossigeno: le madri facevano ruotare l’ossigeno ogni 20 minuti da un bambino all’altro. Questo è il livello di disperazione a cui sono arrivate». Gaza è questo. Chissà se a Sharm el-Sheikh ne terranno conto.