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Intervista ad Anna Foa: “Piano Trump per Gaza? Ora la priorità è fermare il massacro ma Netanyahu lo affosserà”

Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica

Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica

Anna Foa, una grande intellettuale, una voce libera, coraggiosa, coscienza critica della diaspora ebraica, che sa il valore della memoria storica ma si batte contro chi usa strumentalmente la tragedia della Shoah, come la Torah, per giustificare l’ingiustificabile. Si spiega anche così lo straordinario successo del suo ultimo libro “Il suicidio d’Israele” (Laterza).

Professoressa Foa, l’estrema destra israeliana ha liquidato il piano-Trump su Gaza come un “miscuglio indigesto” (Smotrich) e addirittura un “pericolo per la sicurezza d’Israele” (Ben-Gvir). Sul fronte opposto, Hamas, o parte di essa, sembra voler rigettare quel piano. I falchi volano sempre a coppie?
Sembrerebbe di sì, anche se possiamo ancora sperare che Hamas finisca per accettare quel piano. Rinegoziarlo significherebbe dare il pretesto a Netanyahu per fare quello che ha sempre fatto…

Vale a dire?
Far fallire ogni negoziazione. Questa è stata sempre la sua tattica. La mia opinione è che in questo momento la priorità dovrebbe essere far finire il massacro. Qualunque cosa possa far raggiungere questo obiettivo dovrebbe prevalere su qualsiasi discorso, anche il più fondato, sulle prospettive. In gioco c’è la vita di migliaia di persone, questo non va dimenticato mai. So bene che il piano di Trump ha una serie enorme di buchi, primo fra tutti il non esplicitare la questione del riconoscimento dello Stato palestinese, e non è poco. A onor del vero, in uno dei venti punti di quel piano la possibilità di un orientamento verso lo Stato palestinese è adombrata, di certo quello che ha detto Netanyahu, prima e anche dopo il suo strascicato assenso al piano, è che di uno Stato palestinese non se ne parla proprio né oggi né mai. Io sono convinta che lui questo piano lo affossa.

Perché, professoressa Foa?
Innanzitutto, perché l’estrema destra non si farà da parte e continuerà a usare tutte le armi di ricatto che ha per far portare Netanyahu sulla strada dell’affossamento. Quanto ai cosiddetti moderati, i Gantz, i Lapid, cercheranno di supportarlo, ma è difficile farlo in questa situazione soprattutto tenendo conto delle difficoltà oggettive nel gestire concretamente quel piano, a partire dalla fase transitoria. D’altro canto, il “piano-Trump” potrebbe anche essere l’occasione per disfarsi di Netanyahu. Lui è abilissimo, lo ha dimostrato in tutta la sua vicenda politica, ha una grande capacità di manovra che fa il paio con il suo immenso cinismo e la sua bramosia di potere, ma una possibilità per liberarsi di lui con questo piano c’è. Senza, faccio fatica a intravvederla. Questo piano non mi piace ma mi chiedo se esiste un’altra strada. Se c’è, ben venga.

Considerazioni, quelle che sta svolgendo, che sono in sintonia con quella parte, importante, d’Israele che in queste settimane, anche in queste ore si sta mobilitando proprio perché teme che Netanyahu e l’estrema destra affossino quel piano.
Queste manifestazioni sono la speranza a cui aggrapparsi. Certo, gran parte di questo supporto dipende dal fatto che, se approvato, entro le prime 72 ore gli ostaggi sarebbero liberati. E lei sa meglio di me quanto sia importante, essenziale, la loro liberazione per Israele, e non solo per la parte che manifesta e nella quale mi riconosco. Ma in quelle manifestazioni io vedo anche una grande volontà di pace e su questa volontà si può lavorare. E questo piano offre delle possibilità che andrebbero sviluppate. Fuori, no. Fuori c’è solo morte.

Per restare alla società israeliana. Non c’è anche una presa di coscienza, dolorosa quanto vera, di quello che potrebbe determinare questo piano anche per un cambio di governo?
Penso di sì. E questa è una buona prospettiva per l’Israele che si oppone al governo di una destra bellicista e messianica. C’è forse il timore che non lo sia abbastanza, che si accompagna alla paura che Netanyahu riesca ad affossarlo, come ha fatto più e più volte in passato. In molti temono l’ennesimo colpo di coda di Netanyahu. Leggevo Haaretz e tutti quelli che scrivevano manifestavano il timore, fondato, di questo colpo di coda.

Benjamin Netanyahu è il primo ministro più longevo nella storia dello Stato d’Israele. Netanyahu non è un alieno, venuto da Marte. Che cos’ha di così forte politicamente da farlo essere quello che è, il player assoluto, da decenni, della politica israeliana?
Cosa aveva Menachem Begin per far gridare alla popolazione “Begin re”! Solo che Begin, a differenza di Netanyahu, aveva una coscienza che dopo Sabra e Chatila lo portò alle dimissioni e all’abbandono della vita politica. Netanyahu è privo di coscienza, ma è più abile di Begin. Abile nel saper manovrare per restare al potere. Se non lo fosse, non avrebbe resistito per tutti questi anni. Netanyahu ha un’abilità perversa ma fruttuosa per lui, di far fare agli altri quello che lui vuole che facciano.

Ma la sua forza non sta anche nella debolezza di ciò che resta della sinistra, o del centrosinistra per allargare l’orizzonte politico, in Israele?
Assolutamente sì. Basta leggere le dichiarazioni dei leader dell’opposizione che si dicono pronti a sostenere un governo senza gli estremisti Smotrich e Ben-Gvir anche se alla guida ci sarebbe ancora Netanyahu, beh, ti cadono non solo le braccia ma anche le gambe.

Israele nei momenti più duri, drammatici, della sua storia, si è sempre aggrappato a dei “grandi vecchi” che spesso avevano ricoperto ruoli apicali nelle Forze armate: penso a Yitzhak Rabin ma anche, sul versante opposto, allo stesso Ariel Sharon. Oggi figure di questa statura non esistono più.
Esiste una fascia intermedia che in qualche modo ha cercato di opporsi. Intermedia rispetto alla grandezza. Ai vertici dei servizi segreti o dell’esercito, hanno cercato di frenare Netanyahu e per questo sono stati cacciati. Diversi di loro hanno partecipato alle manifestazioni di protesta, firmato appelli di denuncia, hanno messo in guardia sulla guerra permanente di Netanyahu e Smotrich. Ma indubbiamente non hanno la capacità di gestire un rivolgimento politico pacifico. Sottolineo pacifico, perché l’alternativa di cui molto parlavano gli israeliani è quella, tutt’altro che irrealistica, di una guerra civile. A questo sono pronti i coloni in armi che dettano la loro legge, quella dei violenti, in Cisgiordania.

Questa destra messianica attinge a piene mani alla Torah. Perché questo, professoressa Foa?
Perché sono ebrei religiosi che considerano valore assoluto, superiore a qualsiasi altra cosa, anche alle leggi dello Stato, la parola di Dio, come loro la interpretano. Un discorso che può essere esteso anche agli evangelici con il loro testo sacro che poi è lo stesso degli ebrei.
Perché questa è la modalità di muoversi, di far politica e di fare guerre dei religiosi che si considerano mossi da Dio. L’unica religione del Libro che non lo fa più, ad eccezione degli evangelici, è il cattolicesimo che in qualche modo ha smesso le armi. Gli altri no.

In un suo libro di grandissima rilevanza politica e culturale, Amos Oz ha tessuto l’elogio del compromesso. Nel mio mondo, ha scritto, compromesso è vita.
Certo che compromesso è vita! Lo è anche da noi. Uno deve fare compromessi. Non compromessi basati sul tuo tornaconto, ma compromessi basati sulla possibilità, e sulla reciproca volontà, di trovare delle strade che non siano il muro contro muro. Amos Oz aveva visto molto bene quando trent’anni fa aveva parlato dei fanatici, degli zeloti per usare un termine che risale alla guerra fra Romani e Giudei.

In una recente intervista a l’Unità, Gad Lerner, ha difeso con forza il suo essere sionista e di averlo ribadito intervenendo alla grande manifestazione di giugno a Roma contro il genocidio a Gaza e per una Palestina libera e indipendente. Non è accettabile, ha rimarcato Lerner, dare una definizione tutta negativa, dispregiativa, di questo termine.
Questo dipende da come giudichi il sionismo. Ci sono interpretazioni storiografiche diverse. Se pensi, per fare un esempio, a Said, il sionismo è tutto colonialismo. Se guardi ad altri storici, è colonialismo in parte, lo è a partire dal ’48, o dal ’67. Io credo che vi siano molti sionismi. Ma come Gad ha rivendicato in quella manifestazione il fatto di dichiararsi sionista, un sionismo il suo che non è certo quello dei coloni o di Netanyahu, io, in quella stessa manifestazione, intervenendo ho detto di non essere sionista. Credo che si possa convivere, io e Gad Lerner siamo d’accordo su quasi tutto. Dopodiché io non sono sionista, nasco da un mondo non sionista, il mio bisnonno, rabbino, non era sionista.

Questa pluralità è stata per molto tempo la forza d’Israele.
Certo. Tant’è vero che si sono anche domandati chi era ebreo. Ben-Gurion nel’50-51, fece una grande inchiesta per capire chi era ebreo. Certo, era finalizzata alla Legge del ritorno, ma si andava anche oltre, perché era una interpretazione dell’identità. Ed era importante, perché le risposte furono molteplici, plurali. Dentro questa visione, è vissuto il tentativo di tenere insieme identità e democrazia che ha connotato per decenni Israele. A volte c’è riuscito, altre no. C’era comunque questa spinta forte e positiva. Non c’è riuscito nell’educazione, nel nazionalismo, nell’uso della memoria della Shoah, in tante cose. Però è anche stato un tentativo in molte parti importante. Adesso secondo me non c’è più. Quelli che dettano legge non sono gli ebrei che conoscevamo.