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La Cisl e l’eclissi della democrazia sindacale

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Ho ricevuto visite e telefonate di militanti della Cisl che mi hanno manifestato un profondo disagio per le scelte che l’organizzazione sta facendo e che segnalano l’eclissi di una vera democrazia sindacale. Essi riguardano il modo di intendere la vita associativa: il ruolo attivo degli iscritti – in particolare di chi ricopre cariche elettive – e la loro libertà di esprimere opinioni critiche, condizione indispensabile per costruire consenso e linee strategiche; le modalità di partecipazione di base; perfino il modo corretto di fare e certificare le tessere, perché non siano soltanto numeri, ma abbiano un’anima e una voce.

Due casi recenti sono particolarmente emblematici. Il primo è quello di Francesco Lauria, balzato all’attenzione di social e media. La sua vicenda, oltre al rilievo politico legato alle critiche espresse, ha prodotto un’immagine ancor più negativa della Cisl. È stato infatti riferito che, per predisporre le contestazioni disciplinari, la segreteria confederale si sarebbe avvalsa di registrazioni di colloqui telefonici privati, amicali o professionali: un fatto inquietante e grave.
Il secondo caso, esploso mesi fa e tuttora in corso, riguarda la FILCA di Torino e Canavese. Un segretario territoriale è in carcere e rinviato a giudizio con l’accusa di essere la longa manus della ’ndrangheta. La categoria si è costituita parte civile, ma la procura afferma che diversi dirigenti, a livello locale e nazionale, “sapevano”. Eppure, di questa contraddizione si parla pochissimo, né a Torino né a livello confederale.

Negli ultimi anni, inoltre, si è registrato un numero crescente – eccessivo – di dirigenti e militanti deferiti ai probiviri ed espulsi, oppure emarginati e spinti fuori, semplicemente perché avevano espresso opinioni diverse dal segretario pro tempore, o perché ritenuti non sufficientemente “fedeli”. Invece del confronto democratico si sceglie sempre più spesso la strada disciplinare, riducendo il sindacato a una struttura monolitica. Chi governa tende a proteggere se stesso, a non tollerare voci critiche, rinunciando al pluralismo interno che è il vero lievito della democrazia. Si predica la partecipazione nei luoghi di lavoro – che non può che essere pluralistica – e nello stesso tempo la si nega all’interno, imponendo una coesione dall’alto. Così si perde credibilità.

Il sindacato è nato come comunità, come spazio di confronto, come scuola di cittadinanza attiva. La chiusura oligarchica in un fortino di “sindacalisti a vita” spegne questa dimensione, impoverendo non solo la Cisl, ma anche il tessuto democratico della società. Se non si affronta questo nodo, la sfiducia degli iscritti e dei lavoratori continuerà a crescere. La carenza di democrazia interna rischia di trasformarsi in una crisi etica – come è già avvenuto in diversi partiti – minando dall’interno la legittimità stessa del sindacato, che perde così quell’autonomia decisionale, radicata nella vita concreta dei lavoratori, che oggi dovrebbe esprimersi nella difesa del potere d’acquisto, nella salvaguardia della sanità pubblica, in una riforma fiscale più giusta, nel rifiuto delle guerre e del riarmo.

Serve una riflessione profonda, che richiami la missione etica del fare sindacato. Militanti di lunga esperienza mi confidano il loro abbandono; e probabilmente molti iscritti se ne vanno in silenzio. I giovani, già pochi, faticano a trovare nella Cisl un luogo attrattivo. Il sindacato appare ridotto a macchina organizzativa autoreferenziale, chiusa nella propria “bolla”, come se avesse smarrito la capacità di collocarsi in un orizzonte solidaristico e universale, e di condividere con altri la battaglia per la Pace. Non è distinguendosi dalla Cgil che si chiarisce l’identità della Cisl, nata come “Sindacato Nuovo” con Pastore, Romani e Carniti, ma nella capacità di ritrovare – anche dopo i contrasti – una tensione unitaria. Forse l’unità sindacale organica oggi è difficile, ma non per questo bisogna rinunciare a dare corpo a un pluralismo convergente, ispirato alla formula pastoriana del “marciare divisi, colpire uniti”.

Il tempo che viviamo, segnato da drammi e catastrofi incombenti, mostra la necessità di una nuova presenza del sindacalismo: per dare voce ai deboli, contrastare i prepotenti, rafforzare la democrazia. Come sempre nei momenti di crisi, tutto deve cominciare dal basso: dalla parola libera degli iscritti e dalle categorie.